Posseggo una storia di isolamento duro delle persone che non ha molto (anzi ne ha niente) a che vedere con l’epidemia da Coronavirus e che è di molto antecedente al gigantesco TSO cui è sottoposta oggi la Nazione.

Magari è proprio il tipo di storia che si può aver voglia di leggere in questo particolare momento.

Questa storia inizia così:

LE MACERIE

FRUTTO DEL VENTRE SUO

1. VITA PER MODO DI DIRE

Innocenza lo vede dalla finestra avvicinarsi sempre di più: Felice sbraccia forte per scostare i rami che gli sbattono contro in una raffica di unghiate tanto più cattive quanto più lui accelera il passo.

Non la turbano più di tanto quelle falcate rabbiose che spianano l’erbaccia del viale, quella furia con cui si va aprendo un varco nell’intrico dei tentacoli che si srotolano a muzzi dagli alberi, dalle piante, dagli arbusti spinosi, lasciati crescere selvaggiamente per tutto il giardino, al civico 52.

A questo si sarebbe prima o poi dovuti arrivare. La padrona di casa lo sa e decide di non opporre alcuna resistenza, anzi… meglio agevolare l’ingresso ora a Felice.

Eppure, appena lei fa scattare la serratura d’ingresso, una manata piomba sulla porta a spalancarla con violenza. Il colpo la fa rimbalzare a un lato e libera completamente la strada a quello.

Non è un’irruzione, no. Felice è un diavolo di macchina a percussione che la vuole proprio sventrare, la casa. E mentre se ne va dritto sparato verso camera di Vita, grida. Neanche gli stessero strappando a crudo i denti dalla bocca. Grida che vuole sapere che cazzo sta succedendo là dentro. Ma poi mica si aspetta delle risposte. Quel blitz chiarisce che è venuto a cercarle da sé, le risposte.

Attraversato quasi tutto il corridoio, con Innocenza a rimorchio a squittire cristomoi cristomoi, si arresta all’improvviso. Qualcosa dalla stanza di Corrado ha catturato la sua attenzione. Torna due passi indietro e vi si affaccia: il ciuccione grande è in ginocchio, curvo sui suoi trenini senza allacciamento elettrico, che fa tutto concentrato ciuf-ciuf con la bocca. Avvertendo la presenza dello zio, Corrado alza la testa e lo guarda da una lontananza siderale.

Felice è ammutolito ma la rabbia gli sta montando triplicata dalla bocca dello stomaco agli occhi. Riesce a dire “beatatté Corra’”, lo lascia perdere e punta alla stanza di Vita con rinnovato impeto. Nella sua testa, il brutto presentimento col quale è venuto deve essersi trasformato in una certezza.

Una volta aperta quell’ultima porta in fondo al corridoio deve comunque arrestarsi un’altra volta di botto.

Tutto buio e fetore.

“Ma che ca…”

“Cristomoi” fa Innocenza alle sue spalle.

È tutto vero quel che dicono, Felice lo ha capito da un pezzo ma continua a non crederci.

Trovato a tentoni l’interruttore, l’ambiente si illumina rivelando il fagotto lercio di Vita sulla sedia al centro della stanza. I pochi capelli di un bianco precoce, unti e filamentosi. Non un volto ma un velo di carta di riso sul teschio; nelle orbite gli occhi infiammati, offesi dalla luce improvvisa. La felpa blu lurida. Sulle gambe una coperta a quadri segnata da aloni ripugnanti che hanno uniformato tutti i colori in un unico marro’ scuro. Una cicca fumante ancora tra le dita. I polpacci rimasti scoperti invasi da una peluria fitta e lunga da poterla ravviare come invece non sarebbe possibile coi capelli. Vita si limita a sbattere le palpebre a ripetizione. Sotto di lei una pastella in cui stanno stanno conficcate altre cicche di sigarette, il suo posacenere. Sul letto strati di lenzuola giallastre. E su una parete il grande crocefisso col cristo biondeggiante, il cui volto esprime sofferenza, sì, ma anche invoca vendetta.

“Ma por …!”

Non c’è una frase che Felice Sblendorio riesca a terminare.

Tra piscio, fumo e sporcizia una puzza feroce gli acciaffa lo stomaco. Gira lo sguardo attorno nella stanza, registra tutto ciò che non va e si sconcerta, fotogramma dopo fotogramma, di uno sconcerto che pare non avere fine. Caccia un fazzoletto, ci si tappa il naso e la bocca, corre verso la finestra per spalancarla e far entrare subito un po’ d’aria da fuori.

“Occri …! C’è un armadio. Qualcuno, magari la stessa Vita, lo ha spostato per poterla murare, quella finestra che lo zio vuole ora aprire.

Felice prova a mantenere la calma. “Ascoltami bene” si volta verso Innocenza che continua a mugolare dolorosa. “Tu adesso prendi i tuoi figli, gli fai dare una rinfrescata, li fai vestire con della roba pulita e li porti fuori di qui. Anzi, io e te li portiamo fuori di qui.”

“E dove?” Innocenza si torce le mani, ciascuna delle quali in preda all’insensata pretesa di nascondere l’altra.

“Ovunque. Basta che sia fuori di qui. Hai capito? Ce ne andiamo a prendere un po’ d’aria fresca, va bene? Anzi, lo dico io che va bene. Si fa come dico io e basta!”

Innocenza, che fin lì ha sgranato cristomoi integrati con delle ih madonnasanta ih madonnamiasantissima sempre a fil di voce un poco angosciata, cambia registro: le mani si sciolgono, il corpo si impenna come un cobra pronto al morso letale.

“Caro Felice” si toglie gli occhiali per guardarlo bene negli occhi, “noi tre usciremo da questa casa, d’accordo, ma a una sola condizione.”

“Quale? Muoviti. Quale?” fa impaziente lui.

Innocenza pulisce con calma le lenti fotocromatiche. “Riguarda quella, u’fra’” con uno scatto del mento indica Vita. “Lei esce di qui, va bene. Ma ci esce come dico io.”