di Giuseppe Giglio

Recensione di L’amico ritrovato, di Fred UhlmanFeltrinelli, 2006, pubblicata sul n. 18 di “Stilos“, del 12/9/2006

«L’amicizia è il matrimonio dell’anima, e tal matrimonio è suscettibile di divorzio. È un contratto tacito tra persone sensibili e virtuose», ha scritto Voltaire nelle sue Questions sur l’Encyclopédie. E si può anche essere disposti a morire per un amico, «quasi con gioia», con quell’«innocenza soffusa di ingenuità», quel «bisogno appassionato di una devozione totale e disinteressata» che sembra caratterizzare i giovani tra i sedici e i diciotto anni. Giovani come Hans Schwarz, il protagonista de L’amico ritrovato, un racconto di grande leggerezza e suggestione, all’insegna dell’understatement, giocato sul vivido recupero memoriale del protagonista (trent’anni dopo le vicende narrate) e snodato sul filo affilato della lama di una lucida intelligenza analitica.

Nella Stoccarda degli anni Trenta, mentre sta per consumarsi la più atroce tragedia della storia umana, nasce una difficile, ma intensissima amicizia tra Hans, figlio di un medico ebreo, e Konradin, conte di Hoenfels, rampollo di un’illustre stirpe che affondava le radici nel tempo del Barbarossa e dei Crociati. I due studiano presso il Karl Alexander Gymnasium, il liceo più famoso del Württenberg, frequentato soprattutto dalla ricca borghesia. Hans è sveglio, dotato di un buon senso critico, innamorato di Cézanne, Van Gogh e Hölderlin, che considera «il maggiore lirico tedesco, “più grande persino di Goethe”». Konradin è alto, biondo, ha il «volto fiero, dai tratti finemente cesellati»; è elegante, raffinato, riservato; suscita nei compagni un reverenziale distacco. Hans si sente irresistibilmente attratto da lui, dalla sua ricercata gestualità: «Sentivo che apparteneva a me e a me solo e non volevo dividerlo con altri», ricorda con fierezza, mentre la sua memoria progressivamente cesella e assembla i tasselli di una società di cui quella classe offre un piccolo ma significativo spaccato: stanchi cattedratici (in qualche caso invasati dall’antisemitismo), rampolli di una vacua aristocrazia, ragazzi saccenti, imbottiti di becero nozionismo, una «folla opaca» insomma. Con l’arrivo della primavera, l’amicizia tra Hans e Konradin cresce e si rafforza: i due condividono interessi per l’archeologia, la storia, la letteratura; riflettono sul senso della vita, sull’esistenza di Dio, chiedendosi come «mettere a buon frutto quella brutta realtà che era l’esistere»; parlano anche delle ragazze, naturalmente. E il paesaggio, insieme ai versi di Hölderlin, sembra accompagnare il loro idillio. Che di lì a pochi mesi viene infranto: un crudele destino costringe i due grandi amici a separarsi definitivamente. A consumare, loro malgrado, un voltairiano divorzio; prima che la loro intesa maturi nel tempo, fino a divenire perfetta: un «matrimonio dell’anima», scevro da tutti i vizi, gli inquinamenti e le imposture con cui piccoli, aridi uomini (all’interno di una società che si arrenderà al folle sogno di grandezza hitleriano) possono guastarlo, facilmente cedendo alla banalità del male (nella normalità dell’ipocrisia, del cinismo, dell’odio).

Il racconto procede con leggerezza, la stessa con cui l’autore solleva il velario sulle umane debolezze di ogni personaggio, compresi i due ragazzi: dal servilismo sofferto del padre di Hans, all’incapacità di Konradin di opporsi alla rigida e ostentata superiorità dei suoi genitori - «forti di novecento anni di storia» -, al feroce antisemitismo della contessa Hoenfels. Konradin finirà addirittura per credere in Hitler. Eppure Uhlman riserva un finale davvero sorprendente, fino al punto di ribaltare ogni prospettiva, e specialmente sul piano etico-morale: nel senso di un percorso di vita che trova compimento oltre i confini della vita, a suggellare un’unione che sembrava irrimediabilmente spezzata, ritrovata invece dopo «novemila giorni tediosi e senza scopo, che l’assenza della speranza» aveva reso «tutti ugualmente vuoti […], molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito».

Un Hans ormai adulto, lontanissimo dalla sua Germania, assiste ad un’inimmaginabile epifania che emerge dall’inferno del suo passato: così può ancora inseguire il desiderio, sognare di correre, insieme al suo grande amico, tra i «colli azzurrini di Svevia, pieni di dolcezza e di serenità, coperti di vigneti e incoronati di castelli» o in mezzo alla «Foresta Nera, dove i boschi scuri, odorosi di funghi e di resina, che colava dai tronchi, in lacrime ambrate, erano intersecati da torrenti ricchi di trote…». Un paesaggio fiabesco e al tempo stesso felicemente reale, ma impotente, in quella desolante stagione, davanti all’ostinata cecità di tanti suoi abitanti.

Poco meno di cento pagine (misura aurea del racconto e dell’apologo), questo romanzo in miniatura - probabilmente il frutto migliore tra i pochi dello scrittore tedesco - suscitò molta curiosità di pubblico e di critica fin dalla sua prima uscita (1971). Harold Pinter ne volle sceneggiare il testo, per il film omonimo diretto da Jerry Schatzberg (1989). «Si può sopravvivere con un solo libro», aveva dichiarato Uhlman poco prima di morire. Sembra che vi sia riuscito.

Giuseppe Giglio