Una delle voci più grandi di sempre rivive attraverso un genio della voce

 

In un suo prezioso saggio, L’arte del romanzo (Adelphi, 1988), Milan Kundera sostiene che con Cervantes inizia la grande arte europea del romanzo, che altro non è se non l’esplorazione dell’uomo, la scoperta dei diversi aspetti dell’esistenza, ben prima che Heidegger mettesse su la sua sintesi dei grandi temi esistenziali: Essere e tempo.
Da Cervantes ad oggi, secondo Kundera, il romanzo non ha fatto altro (e continua a farlo, per fortuna) che scoprire sempre nuove porzioni di esistenza, o – sarebbe meglio dire – sempre nuove declinazioni della sintassi esistenziale.
Borges ha scritto che esistono solo due storie: quella di Ulisse e quella di Cristo; e tutte le altre non sono che riscritture di queste. Eppure gli uomini (e lui stesso, Borges) hanno continuato e continuano a scrivere storie, e alcuni di essi (i grandi scrittori, i grandi narratori, i grandi drammaturghi…) cercano – appunto attraverso il loro scrivere e riscrivere – di mettere a fuoco un personaggio-uomo estremamente mutevole, che a tutti noi può somigliare (e cosa fa la ‘O Connor, se non questo, quando dice che lo scrittore deve scoprire nuovi modi di dire ciò che è stato già detto). Cercano – a voler riprendere una meravigliosa e percussiva metafora di Gesualdo Bufalino – di tenere sempre con loro una vecchia «lanterna cieca», quella che il grande scrittore siciliano amava tanto, quella che l’ha «aiutato negli anni coi suoi lampi e guizzi di luce», quella in cui per lui ogni notte danzava «il pulviscolo del tempo».

Giuseppe Giglio