Però … però. Queste strambate cadevano sempre più frequenti, e sempre più grottesche, sempre più farneticanti.

“Andiamo a salutare i nonni”, disse Innocenza senza più voltarsi.

Un imenottero si librava da una carcassa per planare su un’altra.

Dai nonni ci stava anche l’ascensore per salire alle due corsie soppalcate che, viste dall’alto, formavano un’acca in stampatello maiuscolo. Il tratto centrale messo di traverso alle due gambe più lunghe corrispondeva alla bocca con la rampa delle scale. Queste scendevano fino anche sotto terra per altri quattro metri, dove ci si poteva perdere in un dedalo ombroso e gelido, agglutinato di celle, con le luci perpetue a illuminare le traiettorie dei percorsi possibili.

Al piano più alto invece un lindore altoatesino sul quale spesso splendeva pure il sole.

L’ossario: un sipario di loculi dalle dimensioni ridotte, ben curato, pulito anche per terra, colori vivaci di fiori tumidi o plastificati a ravvivare la lunga fuga prospettica delle due pareti; pareti alte, ciascuna delle due costituita da venti file di celle, volti fotografati negli ovali e ancora luci perpetue. Qui stavano gli Sblendorio. I coniugi Sblendorio, in una fotografia in bianco e nero.

La scala semovente si afferrava per le sue impugnature e si faceva scorrere parallela ai morti fino a quando non era in corrispondenza del proprio caro. Davanti ai suoi genitori così sistemati e ben allineati, diversamente da quanto le accadeva presso suo marito Benedetto, Innocenza riscopriva puntualmente quali e quante preghiere snocciolare.

Questa volta, al termine delle sue orazioni, sempre rivolta ai suoi genitori, quasi invocando un loro aiuto, aggiunse per l’occasione qualcosa di strano, una chiosa inquietante.

“La vedite a chesse?… Ce tene ‘ne brutte destine, chiamataville!”.

Vedete questa figlia mia? … Valutate: se ha un brutto destino, chiamatela a voi!