pubblico, invece di stritolarseli tra i denti gli insulti a sua figlia, le avrebbe sovrastato la voce ruggendo feroce: “Zitta! Carogna! Stai zitta, brutta carogna!!!”.

2. Piantine a dimora

Un cancello marcio di ruggine sbarrava l’accesso al lungo viale lasciato nell’incuria più totale. La natura selvaggia lì spadroneggiava. Il viale era oscurato da una giungla di piante enormi, rovi, sterpi e tralci tentacolari in mezzo a cui si erigevano dei gotici mastodonti del regno vegetale: tre giganteschi pini cupi rimasti a levitare negli anni e a spandere ombra tutto attorno. Dagli aerei di in volo su questa provincia guastata nel profondo, guardando dal posto finestrino giù da basso verso il punto in cui imperversava la vegetazione oscura che avviluppava casa Germinario, si vedeva solo spiccare sulla terra una macchia nera. Tanto nera da non poter distinguere cosa fosse. Poteva essere una bolla o un cratere. O l’imboccatura di un buco nero nella terra.

La villa era cacciata in fondo al viale e dalla strada raramente, solo con la complicità di un vento impetuoso ad agitare le frasche, si riuscivano a intravvedere i suoi due piani di intonaco cascante: due scatoloni di cemento posti uno sopra l’altro in maniera sfalsata, non combacianti. Il primo, un piano rialzato, era disabitato, con le tapparelle abbassate di sghimbescio, sfondate in più di un punto, e altre finestre coperte di assi inchiodate. I tre vivevano quindi solo al piano superiore dello stabile piuttosto malmesso.

Il viale, con la sua casa seminascosta in fondo a una quarantina impraticabile di metri, era incastonato dentro una fitta trama di abitazioni: case basse imbiancate a calce più compatta, alzate durante il ventennio fascista, le quali spesso, a voler frugare con spirito d’inchiesta, risultavano appartenenti se non a una stessa persona, almeno almeno a una stessa famiglia. Per la grande comodità di