quando passa la processione e la puoi guardare anche da dietro i vetri, tutte queste si affacciavano con piccoli giardini e maestosi cancelli alla strada grande che era a sua volta tagliata da altre stradette in cui, per il solo fatto di esser laterali e minori, pareva che fosse consentito a certi di posteggiare le macchine nel bel mezzo della carreggiata. Se altri aveva da passare con la sua, di macchina, accettava come costume ormai consolidato la seccatura di accodarsi e abbandonare l’abitacolo per andare a citofonare a svariati interni del circondario a chiedere di chi fosse l’autovettura che ostruiva il passaggio e se per favore potevano spostarla prima che gli saltassero i cinque minuti. Allora veniva fuori uno che chiedeva scusa, hai ragione, o uno che ti diceva solo un minuto poi rientrava nella sua casa e tornava dopo un quarto d’ora, come se nulla fosse, oppure ancora uno più incazzato dell’automobilista bloccato che, inalberando punte perotti tatuate a tutto corpo, si metteva a ringhiare: “A ccioine a’na zembaje le cinghe meneute ah!? A taje o a maje?” E agitando minacciosamente mani connotate da ditone nere da gommista faceva segno che potevi andare adesso, scasare, sì però a marcia indietro.

Su un lato della via principale, dunque, per un tratto di cinquanta metri si susseguivano casa di Beatrice, il viale più profondo di casa Germinario e un’altra casa bassa di un colonnello dell’aeronautica in congedo. Quindi una traversa che chiudeva l’isolato e ne apriva un altro. Quest’ultimo cominciava con una palazzina di sei piani degli anni sessanta disposta ad angolo.

Casa Germinario, insaccata in fondo al budello ombrosamente lussureggiante, così staccata dal gruppo di abitazioni allineate sul fronte strada, era sì nascosta alla vista del viandante dall’antistante orrido parco, ma scopriva il fianco a chi guardava dai piani più alti della palazzina anni sessanta. Da lì, infatti, la vista sull’abitazione di Innocenza, per effetto del suo arretramento, si faceva quasi invidiabile. Agevolato peraltro da un campo visivo solo parzialmente intaccato dall’intrico vegetale, l’inquilino più impiccione del quarto, del quinto o del sesto piano della palazzina, avrebbe potuto spiare e