magari prendere qualche nota dei movimenti e delle abitudini dei membri della famiglia che l’abitava.

Per spingerli nel bosco la madre faceva in modo che i figli vi intravedessero legna e bacche da cogliere.

Quando arrivava la domenica mattina Innocenza li teneva sotto pressione.

“Corrado, raccogli i tuoi trenini, su. Vita non uscire conciata a quel modo, aggiustati quei capelli, cambiati quella maglia, non lo vedi che fai schifo? Su.”

Quella domenica Innocenza, rivolgendosi alla figlia, aggiunse: “Ho chiesto al negozio se ti vogliono prendere”.

“Quale negozio?”, chiese Vita incredula.

CandidiCorredi.”

“Scusa ma se un lavoro ce l’ho già, mi dici che cazzo vuoi da me ancora?”

“Ma quale lavoro? Ci vuole proprio una faccia di merda per chiamarlo lavoro. Vai a sciacquare i cessi, te ne rendi conto?”

“E con ciò? Porto lo stipendio a casa o no?”

“Quel lavoro che fai non mi piace, lo sai da sempre, doveva essere temporaneo e ti ci sei spaparanzata dentro. Non è adeguato al nostro rango. Chi me lo doveva dire a me di avere una figlia che fa la sciacquina? Vedi di farti vedere in quel negozio.”

“Oh, me lo hai fatto di nuovo. Ma sei scema? Ma chi cazzo ti dà il permesso?”

Innocenza più si soffermava a guardare sua figlia e più si sconsolava. La compativa e si deprimeva.

“Non ho bisogno del tuo permesso”, disse la madre, “e anzi, a questo punto sai che ti dico? Meglio. Meglio se non ci vai a lavorare, in quel negozio. Non pensare che mi piaccia che tu ti fai vedere in giro. Ti devi aggiustare, sei trascurata. Te le devo comprare io le scarpe?”

“Sei una stronza”, disse Vita.