Corrado era uno che si sforzava di non deragliare, di parlare in modo estremamente corretto e accurato una lingua che però non esisteva nella realtà attorno a lui. E tuttavia non solo diceva “robe” ma chiudeva anche molto la O.

“Quali robe?” Mamma Innocenza si affacciò nella stanza.

“Le maglie intime.”

“E come non te le ho lavate? Stanno tutte belle piegate nel cassetto.”

“Ma quelle hanno un cattivo odore. Ma sei sicura di averle lavate?”

“Ih, e che sono pazza io a metterti la roba piegata e non lavata nel cassetto?”

“Il fatto è che emanano un tanfo. Ma tu imposti il programma quattro?”

“Cristomoi! Uagliò, pensa a campare, che tanfo e tanfo?! Ha fatto il naso fino, il signorino …”, e chiudeva l’argomento, Innocenza, brusca come al solito, incurante delle umiliazioni che poteva infliggere ogni volta che apriva bocca. Un repertorio inesauribile di stroncature micidiali. Un asso nell’azzittire chiunque e soprattutto nel mortificare alla grandissima l’interlocutore che aveva da eccepire qualche cosa, anche minima, del suo operato.

Tuttavia mamma Innocenza lo gabbava bellamente. Per esempio, proprio “le robe” di cui Corrado si lamentava non le lavava. O per meglio dire, da lunga pezza non gliele lavava come avrebbe dovuto.

Corrado all’inizio aveva sentito che qualcosa non andava. Ai tempi in cui un relè mentale ancora gli si eccitava, il puzzo lo avvertiva tutto quando nel cambiarsi si infilava una di quelle magliette intime prese come pulite. Ed era come se quella maglietta di cotone fosse stata zuppa di sudore, asciugata, reintrisa di sudore e riasciugata. Però non era mai arrivato alla conclusione che i lavaggi poteva farseli lui: troppo poco indipendente, troppo audace l’iniziativa per un figlio venuto su nel velluto innocentino, abituato a pendere dalle labbra materne, a farsi servire e riverire, a non saper fare a mezzo neanche