una pagnotta per sbattervi dentro una fetta smorta di salamino milano. Neanche un panino sapeva prepararsi da solo, figurarsi la lavatrice.

La lavatrice poteva farla sua sorella Vita Maria.

Questa, una volta, gli sembrò una buona idea.

Lei chiusa nella sua stanza e lui che le dava una voce da dietro l’uscio.

Venne ad aprire la porta, di uno spiraglio appena, quel tanto che bastava a far sapere di quella sua faccia sempre più sbattuta, di quelle occhiaie livide in fondo alle quali due pupille smaniavano ancora giovani.

Per un istante l’attenzione di Corrado fu catturata da uno svolazzo di capelli. Quasi che si fosse scomposto il riporto sul biancore del cuoio capelluto di Vita.

“Devo chiederti una cortesia”, disse dunque.

Vita aspettava che continuasse.

“Me li laveresti tu, anche a mano?” Corrado le stava mostrando un graveolente involto di calzini, mutande e magliettine intime.

Lei gli mostrò un aitante dito medio impennandolo dal pugno chiuso. E in aggiunta gli sbatté fragorosamente la porta sulla faccia.

Restò scettico per un po’ di tempo ma in capo a qualche mese se ne fece una ragione e, soprattutto, il naso. Cosicché non avrebbe più scoperto quel che realmente combinava sua madre. Innocenza metteva sì la biancheria in lavatrice, ma non vi aggiungeva alcun detersivo né, figurarsi, l’ammorbidente. Lasciava i panni a risciacquarsi col programma più breve e niente più. Questo il motivo per cui gli indumenti di Corrado, e quelli di tutti, si erano intrisi nel tempo di un discreto fetore e ora davano di sudiciume consolidato.

Corrado indossava una sciarpa rossa. La metteva a inizio autunno, quando ancora i venti provenienti dai quadranti meridionali incendiano i polmoni e alimentano roghi per le macchie mediterranee, per poi andare avanti con lo straccetto attorno al collo fino a estate inoltrata dell’anno dopo. Quando rincasava poi aveva l’abitudine di