(…) arrossire lusingata per un complimento finalmente esplicito da parte di Corrado.

Lui le disse che aveva una bella chiostra di denti, di un eburneo strepitoso, e che gli sarebbe piaciuto godere più volte al giorno di quel sorriso.

Lei aveva chiesto scusa ebu che?

E lui le aveva spiegato ebu che.

Dopo aver trovato il modo di scambiarsi i numeri di telefono, Marcella approfittò di quelle che riteneva parole pur sempre audaci per farsi più vicino e cercare, con finta casualità, un contatto fisico che le mancava da troppo tempo, attenta a non dar nell’occhio agli altri dipendenti che entravano e uscivano dalla sala pausa.

Fu quello il momento in cui ebbe la certezza che quel lezzo che stagnava in sala pausa era fetore di Corrado.

Eppure, a combinare il disastro, di cui Corrado neanche si accorse e rispetto al quale dovette restare per sempre ignaro, non era stato propriamente quel cattivo odore che si levava dai suoi panni e dal suo collo. Bensì quel termine. Quell’espressione sentita da lei subito come incongrua e dissonante: un invito a desinare insieme, talvolta, col suo assenso.

Il sesso era una specie di porto franco nell’esistenza di Marcella, beneficiava cioè di una forma di extraterritorialità nella personale e intransigente giurisdizione che lei applicava nella vita e che si era costruita apposta per non farsi cogliere impreparata in qualunque situazione. Ma una volta individuata la persona di cui potersi fidare, l’attività sessuale anche sfrenata la considerava salutare.

Infatti considerò subito che se fosse finita a letto con Corrado se ne sarebbe pentita senz’altro l’istante dopo aver appagato il suo desiderio. Questo lo seppe bene dalle ultime battute di quell’approccio farraginoso, e non tanto per quell’odore sgradevole che gli aveva riscontrato e di cui avrebbe fatto fatica a liberarsi anche quando avessero finito, poco male per quello, quanto piuttosto perché appena ritrovata la sua solitudine avrebbe avuto bisogno di attaccarsi al (… continua)