Si incrociarono qualche altra volta, fugacemente, quando lei doveva lasciare il suo ufficio per richiedere delle carte alla contabilità e, viceversa, quando era Corrado a fare ricorso all’ufficio delle risorse umane per documenti che servivano al suo ufficio contabile. E niente altro più.

4. L’ispido e la carcassa

Con la bella stagione ormai alle spalle la dimora trasaliva in tutte i suoi muri portanti ad ogni gettata di tramontana. Rabbrividiva in ogni suo mattone e trasmetteva inquietudine all’osservatore del quinto piano della palazzina ad angolo: un ragazzo che appostandosi dal pomeriggio alla scrivania presso la finestra, spiando tra le fronde dei pini fino a sera, poteva scorgere di tanto in tanto le sagome dei Germinario nel chiarore dietro i vetri della cucina che gli stava di fronte. Seppure a una certa distanza, credeva di poter sentire l’acciottolio delle stoviglie e il gracchiare di un Amstrad ventotto pollici sintonizzato sempre su una rete locale che trasmetteva quotidianamente, in una lunga striscia pomeridiana, il programma La morte in differita.

Poteva vedere in lontananza le figure di quelle persone sfilare dietro la finestra, a volte affaccendate, altre catatoniche. Spesso erano al telefono: una donna piuttosto anziana dai capelli a tinte fosche, una più giovane ma con una brutta cera. La ragazza aveva sempre una sigaretta tra le dita e appariva piuttosto male in arnese, un po’ discinta e un po’ con pochi capelli. Più raramente ci capitava il ricciolino bruno alla finestra quando anche a lui serviva di telefonare. Dovevano aver collocato il ricevitore proprio sul davanzale interno.

“Ora la devi chiamare”, disse il vecchio mentre si portava la tazzina di caffè fumante alla bocca.