(…) “Tu dici?” Corrado si rigirava il cellulare tra le mani coi gomiti poggiati sulla tovaglia plastificata a motivi di fichi spaccati .

“Assolutamente, ragazzo. È l’ora.” Sorseggiava il caffè spingendo lo sguardo oltre finestra dove avveniva un furore di pini sbattuti dalla prima tramontana d’autunno.

“È giunta l’ora di rifarlo. È questo che vuoi dire?”

“Ragazzo, déstati. Devi riprovarci. Fanno sempre così.” Il vecchio seduto al tavolo della cucina, di fronte a Corrado, aveva dei modi bruschi.

“È abbastanza normale. Ne so molto io, tante ne ho sentite, fidati. Fanno sempre così, è il loro modo per stilare da subito, da uno a dieci, la pagella di quanto si sentono desiderate. E loro vogliono dieci, sicuro e certo che vogliono dieci sulla scala dell’appetenza. Tu, ragazzo, ora come ora sei a nove. Non devi mollare proprio adesso. Valle sotto ancora qualche volta, almeno un’altra, e fai dieci.” Indicò il numero dieci con tutte e due le mani aperte, agitandole e rivolgendo a lui i palmi.

Corrado s’era convinto di doverlo stare a sentire. Un brivido di eccitazione gli si scaricò giù dal collo rameggiando per il resto delle ossa. Ma poteva essere anche il freddo. Le ore di insolazione erano diminuite, il bel tempo del giorno prima si era sfrangiato con la notte e le prime nuvole, e adesso, alle quattro del pomeriggio le ombre si slargavano oleose e buie come le potenze buie. La temperatura si abbassava ora dopo ora.

“Va bene”, fece Corrado rassegnato. “Al massimo conosceremo il disinganno dell’amore.”

“Eeeeh, già all’amore sei arrivato?” Il canuto minimizzò quell’espressione pomposa. Il fatto era invece che Corrado era proprio arrivato al disinganno. Alla D di disinganno

“Muoviti, fai quella telefonata.” Si stirò le vesti sulle gambe per poi alzarsi, diretto alla caldaia. La predispose su inverno. Attraversò la cucina, trascinandosi nei suoi sandali. Dentro i sandali i piedi erano avvolti da calzini bianchi. Passò dietro Corrado che stava curvo, coi (… continua …)