Giorni dopo il fallito avvicinamento che c’era stato sul lavoro, l’aveva incontrato per strada e Corrado l’aveva informata di volata: “Vado a far provviste”. Invece di fare banalmente la spesa e parimenti banalmente invitare qualcuno a cena, lui parlava di provviste e di desinare. Marcella si rafforzò nella sua chiusura che divenne senza appello, totale.

Corrado incassava i rifiuti di chiamata senza nemmeno immaginarsi che quella chiusura era dovuta allo smorto che si portava in collo né tantomeno al suo parlare avulso. Quel suo parlare era la foce che finalmente si apriva a mare di un siero tossico lasciato colare lungo tutto il corso delle sue controrotaie mentali, passando sulle irregolarità del profilato, aggirando cerniere e problemi di conduzione elettrica. In parte era colpa della stramba consulenza di quel vecchio che gli teneva compagnia, il quale ricavava qualche suo discreto piacere dal puntellare piuttosto che dal corroborare quando non dal contraddire in radice le convinzioni che Corrado si andava formando sulla vita e su come questa dovesse essere agita. Per tutto ciò, quindi, Corrado non ebbe, né mai prima aveva avuto, né mai avrebbe avuto in seguito alcuna percezione dello strano risuonare che le sue parole acquisivano negli orecchi del mondo normale. Parole come desinare, provviste, conseguire un titolo, consorte e quant’altro avevano un potere enorme sulle persone inquadrate o tutte di un pezzo, un potere malefico, tra l’altro a totale scorno di Corrado: il potere della parola che, per il solo fatto d’essere inconsueta e fuor del contesto, fa dubitare dell’igiene mentale di chi la proferisce. Il potere delle parole che mettono paura, che terrorizzano, che inducono chi le ascolta a guardare l’interlocutore di sbieco, con circospezione, sulla difensiva, sempre pronto alla fuga.

Vita Maria stava fumando in piedi mentre guardava La morte in differita nel televisore sul mobiletto in noce quando Corrado entrò nella cucina mentre ancora si sistemava la patta dopo essere stato in bagno.