di cinta. E il muro di cinta, pur avendo una falla che metteva in comunicazione i due quartieri della cittadella, il popolare e l’esclusivo, come vasi e sottovasi comunicanti, morti e sottomorti dei due regni del sonno eterno; ebbene, pur patendo la breccia, sempre muro era, una barriera che segnava chiaramente il punto oltre il quale nessuna ‘a livella ci poteva conforto.

Un contrito vittimismo allora prendeva a sagomare la tela del volto di tela di Innocenza, per abbandonarla solo dopo qualche giorno, quando c’era da fare largo a un petroso cinismo, sulla tela del volto di Innocenza. Raramente invece riusciva a scavarsi il proprio corso un sorriso aperto e franco sul paesaggio desolato del volto di Innocenza, quello che sfolgorava di una luce affilatissima: doveva essere l’agghiacciante pensiero ovvero la speranza di poter dare ai figli più degna sepoltura di quella toccata in sorte al suo povero marito. Ecco, questo era ciò che aveva il potere di snodare un sorriso tra le mutevoli dune del volto di Innocenza e allora il sollievo diventava un ruscellare prima sinuoso tra i muscoli facciali subito seguito da un gorgoglio di luce metallica: rostri, roncigli, uncini, arpioni, rampini, perni che sventagliavano lampi di tenebrosa, magnificente luce. Il volto cessava di essere tela per farsi spigoloso, puntuto, ferramentoso. A figura intera, vista a una certa distanza, pareva tutta una macchinosa mandibola, sinistramente somigliante alla più grande scavatrice che adesso lavorava ostinata a pochi metri da lei. Una mandibola in caccia del tegumento in cui scavare il proprio varco.

Diversamente dai suoi figli aveva il suo bel giro di amicizie. C’era per esempio la vicina di casa, Beatrice, sua coetanea. Andavano insieme a messa la domenica pomeriggio, insieme ai funerali e insieme ai cuenzi, conzi o consòli, i banchetti mangerecci che ai funerali fanno implacabile seguito come prosecuzione del lutto con altri mezzi. Soprattutto questi erano i momenti dove le due amiche si esaltavano in abnegazione, straordinariamente solerti nel tributo delle loro vivande, con un’inondazione di derrate alimentari, vere leccornie preparate nelle rispettive cucine, che se non fossero state consumate e

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