Archivi per la categoria 'ghiandole'

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sisifeide

la lingua non si staglia sullo scrimolo per proclamare la sua costernazione abbaiando alla sconcia italia. ci arriva appena, spolmonata e ascetica, sfiancata dalle impervie rampe. slombata la lingua che impara a “morire in bici”. s’acceca e si spaura quando che è al sommo, sicché la vertigine la ributta indietro. ricacciata giù per lo stesso versante appena scalato, tutta rovesciata e rattorta, ellalingua riattacca l’erta del dire le cose, ora anfanando ora cantando, quando imbestiando quando ricamando, ma sempre alla caccia della migliore adesione alla realtà (andata in fuga). non ha il gusto della pesca nel torbido perché non è ruffiana né cialtrona né puttana. la mia lingua. RAVB era cognazione d’affetti coi via di testa. e lo stesso l’Anaconda. sarà per il pessimismo di una visione della vita in salita ma almeno è costretta a ricercare la migliore funzione espressiva dei mondi che sceglie di narrare. ben altro che scrivere per mondadori! nevvero, saviano? nevvero, piccole editrici autodistruttive, fresche fresche del nuovo imperativo di mimesi mondadoriana?
nel momento in cui la lingua raggiunge la vetta sa che ha appena un attimo per gridare la sua invettiva congestionata, che poi non ha più tempo e deve rotolare giù a “svolgere il compito cui è stata chiamata” (direbbe qualcuno).
che fa lo scrittore, ancorché scrittore civile? non affronta l’arte di dire le cose, bensì l’erta di dire le cose.
e scusate se sono nicola sacco

ghiandole

la questione delle brioscine

Il percorso è quello coperto normalmente dalle calabrolucane. Si sfreccia lungo uno stradone che sprigiona svincoli per la circonvallazione. Le tangenziali la menano schizoidi e le puoi vedere tra riflessi di arancio stinto avviticchiarsi sopra e sotto la nostra carreggiata. A viaggiare su degli spasmi. Scivolare tra gorghi. Oddio, la nostra pista è abbastanza regolare ma le strade slinguano sudicie torno a torno, sorvegliate da interminabili serie dinoccolate di fari dalla luce sbiadita, la nostra invece è buia perché dopo un po’ si tuffa nella campagna.

Evitiamo accuratamente di segnarci allorché appare per qualche attimo il santuario della madonna dei cunicoli per essere pronti a reggere lo stomaco quando il tracciato si produrrà in una brusca depressione. L’auto è ad alta velocità. Andare così non si può, per esempio sul tratto autostradale tra Candela e Venosa, dove sempre fracassa la furia degli elementi. Nessuno mi chiede di rallentare e io d’altronde in questo punto non l’ho mai fatto. Dovrei però, così magari la millefoglie di peperoni se ne resta al proprio posto: a ranghi compatti con i beveraggi alcolici, e che l’apparato digerente li voglia benedire. Poi comincia l’ascesa che si lascia alle spalle questa specie di sottovia e pian piano si scopre quel monumentale latrinone issatosi nel bel mezzo della campagna a vigne, uliveti e mandorleti a perdita d’occhio. È lo stadio sannicola, che si ingigantisce a poco a poco sul parabrezza e scopre il suo culo polveroso come un puttanone astronautico. Sesquipedale, la battona laterizia. Enorme. Nella sua panza può contenere sessantamila teste. È il catino che ammattona i nostri vent’anni e gli altri venti di chi rincoglionisce con i caratteri runici dello stampo italiano da spalto. Io, come sempre e per pigrizia (per non dover raggiungere una rotatoria e starvi a girare intorno) opero in quel punto una manovra decisamente pericolosa: a destra c’è l’ingresso numero nove della curva nord, a sinistra il senso contrario di marcia; ebbene, superato il dosso che conclude la rampa e comprime la tua duodenale angoscia nelle tube incaricate del lavoro sporco, guardo nel retrovisore per accertarmi che nessuno sopraggiunga e mi impadronisco della corsia di sorpasso. Rallento… inchiodo quasi, lascio che la mia tipo millessei sbatta bene le terga e completo un’inversione di marcia degna del peggio avanzo di galera.