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ghiandole

ghiandola n. 90

Nel quartiere dove sto c’è tanta disgraziata marmaglia tra i quattro e i dodici anni che gioca, schiamazza, delinque, ricatta, bestemmia, ride, piange, sputa, impara, cade, si ferisce, non mi lascia tranquillo mai né concentrato sui libri.

Rizio, otto anni, da ieri ha un occhio bendato perché l’altro è pigro. La sua nuca, selvaggia di capelli sfoltiti troppo raramente, ondeggia tra le figure fanciulle e già racchiude pulsioni inconfessabili.

Me ne sto qui seduto su gradini lebbrosi e a scarsi metri da me Rizio sta raccontando il suo sogno di stanotte ad altri marmocchi.

Dice di essere stato messo incinto da un bambino suo compagno, Stefano, di sei anni. Ed è nata Arianna, partorita dietro un cinquecento parcheggiato qui nel cortile.

“Dice di averne fatti altri duecentociquanta”, rivela un altro, Michelino.

Rido mezzo sbalordito.

Osservo Rizio e penso che tutte le scintille negli occhi di tutta la letteratura mondiale, sono scoccate, o non saranno mai più scoccate, nell’unico suo occhio aperto, spento. Anche se azzurro.

ghiandole

impietramenti

Mi sentivo fiero a mia volta di farmi vedere al suo fianco, ché ormai ero un attore che lavorava con Regista. Poi il conto lo sistemava lui.

[...]

Si andava alla Feltrinelli, mi faceva conoscere autori enormi che leggo ancora oggi. Acquistava una decina di libri e poi si tornava all’autosilo a ritirare la sua renò. Se ne usciva e si rinasceva al giallognolo artificiale della sera di Bari; al primo semaforo rosso lui si contorceva tutto per prendere la carrettata di libri deposta sul sedile posteriore per mettermene un quattro - cinque tra le mani, sigillando il gesto con un “questi sono tuoi”.

[...]

Avevo l’esame di statistica II – demografia in quel periodo e volevo dare morte violenta a trend, cicli, mortalità, zero natalità, nuzialità chi se ne frega, quozienti vari, flussi di popolazione, qualche pisciatina binomiale e buonanotte ai suonatori. Regista però non si voleva riprendere. Di giorno sembrava più sollevato, ma di notte tutt’altro, ero lo stesso e anche peggio di quel che ho detto, e chi era deputato a stargli vicino di notte, perché se si voleva essere artisti bisognava tirar tardi, ero sempre io. Mariella era un fantasma, un vestito di donna appeso dietro la porta della stanza di Regista.

ghiandole

Umbè

Questo giorno raffermo come un pane. Dentro una luce da rito evangelista. Frenato come terra sotto l’unghia. Pisciato come una mutanda. Rampognato da vecchie streghe. Intensità sputata ‘n faccia. Un uccello rimpannucciato quando che è all’acme. Bavosa e cornuta vita.

altri spot, diario di un giullare timido, festa della mamma, funghi patogeni, ghiandole, la miglior vendetta, le torsioni dell'anaconda, letteraria, minimi sistemi, riflessioni su due ruote, riquaderni dal carcere, sapide freddure

sisifeide

la lingua non si staglia sullo scrimolo per proclamare la sua costernazione abbaiando alla sconcia italia. ci arriva appena, spolmonata e ascetica, sfiancata dalle impervie rampe. slombata la lingua che impara a “morire in bici”. s’acceca e si spaura quando che è al sommo, sicché la vertigine la ributta indietro. ricacciata giù per lo stesso versante appena scalato, tutta rovesciata e rattorta, ellalingua riattacca l’erta del dire le cose, ora anfanando ora cantando, quando imbestiando quando ricamando, ma sempre alla caccia della migliore adesione alla realtà (andata in fuga). non ha il gusto della pesca nel torbido perché non è ruffiana né cialtrona né puttana. la mia lingua. RAVB era cognazione d’affetti coi via di testa. e lo stesso l’Anaconda. sarà per il pessimismo di una visione della vita in salita ma almeno è costretta a ricercare la migliore funzione espressiva dei mondi che sceglie di narrare. ben altro che scrivere per mondadori! nevvero, saviano? nevvero, piccole editrici autodistruttive, fresche fresche del nuovo imperativo di mimesi mondadoriana?
nel momento in cui la lingua raggiunge la vetta sa che ha appena un attimo per gridare la sua invettiva congestionata, che poi non ha più tempo e deve rotolare giù a “svolgere il compito cui è stata chiamata” (direbbe qualcuno).
che fa lo scrittore, ancorché scrittore civile? non affronta l’arte di dire le cose, bensì l’erta di dire le cose.
e scusate se sono nicola sacco

ghiandole

la questione delle brioscine

Il percorso è quello coperto normalmente dalle calabrolucane. Si sfreccia lungo uno stradone che sprigiona svincoli per la circonvallazione. Le tangenziali la menano schizoidi e le puoi vedere tra riflessi di arancio stinto avviticchiarsi sopra e sotto la nostra carreggiata. A viaggiare su degli spasmi. Scivolare tra gorghi. Oddio, la nostra pista è abbastanza regolare ma le strade slinguano sudicie torno a torno, sorvegliate da interminabili serie dinoccolate di fari dalla luce sbiadita, la nostra invece è buia perché dopo un po’ si tuffa nella campagna.

Evitiamo accuratamente di segnarci allorché appare per qualche attimo il santuario della madonna dei cunicoli per essere pronti a reggere lo stomaco quando il tracciato si produrrà in una brusca depressione. L’auto è ad alta velocità. Andare così non si può, per esempio sul tratto autostradale tra Candela e Venosa, dove sempre fracassa la furia degli elementi. Nessuno mi chiede di rallentare e io d’altronde in questo punto non l’ho mai fatto. Dovrei però, così magari la millefoglie di peperoni se ne resta al proprio posto: a ranghi compatti con i beveraggi alcolici, e che l’apparato digerente li voglia benedire. Poi comincia l’ascesa che si lascia alle spalle questa specie di sottovia e pian piano si scopre quel monumentale latrinone issatosi nel bel mezzo della campagna a vigne, uliveti e mandorleti a perdita d’occhio. È lo stadio sannicola, che si ingigantisce a poco a poco sul parabrezza e scopre il suo culo polveroso come un puttanone astronautico. Sesquipedale, la battona laterizia. Enorme. Nella sua panza può contenere sessantamila teste. È il catino che ammattona i nostri vent’anni e gli altri venti di chi rincoglionisce con i caratteri runici dello stampo italiano da spalto. Io, come sempre e per pigrizia (per non dover raggiungere una rotatoria e starvi a girare intorno) opero in quel punto una manovra decisamente pericolosa: a destra c’è l’ingresso numero nove della curva nord, a sinistra il senso contrario di marcia; ebbene, superato il dosso che conclude la rampa e comprime la tua duodenale angoscia nelle tube incaricate del lavoro sporco, guardo nel retrovisore per accertarmi che nessuno sopraggiunga e mi impadronisco della corsia di sorpasso. Rallento… inchiodo quasi, lascio che la mia tipo millessei sbatta bene le terga e completo un’inversione di marcia degna del peggio avanzo di galera.