Archivi per il mese di Febbraio, 2018

le torsioni dell'anaconda

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di una fitta peluria. Un insetto enorme, temporaneamente posato al suolo.

Dopo aver rinunciato a capire cosa passasse per la testa di Vita si rimboccò i manicotti, stese per terra un foglio di giornale con la foto di Bill Clinton in primo piano, vi posò dei gigli freschi appena comprati, estrasse il ciuffo di crisantemi patiti dal portafiori, cavò via il coppino di rame dal sostegno e andò spedita verso la ciambella del tubo di gomma dove attingere l’acqua che doveva servirle per il ricambio.

L’operazione dell’avvicendamento floreale era ormai stata completata e Vita Maria era ancora lì, indecifrabile, a fissare uno scempio di sepoltura, muta più di qualunque altra, con appena l’iscrizione del nome e della data di morte, senza neanche la foto. Di Benedetto.

La madre intanto non ebbe altro da fare. Decise in un secondo che non c’era da pulire, da aggiustare, da rimboccare le coperte come talune di là, nel cimitero legale, sembrava facessero. Poiché prendersi ancora cura di quel sepolcro significava solo fare finta.

“Meh, ciàaaaa …” Con un biascichio prostrato salutò il marito e girò sui tacchi risoluta ad abbandonare il campo ter.

Più lenta nei riflessi, Vita indugiò ancora qualche istante davanti al padre a realizzare di non avere più tempo di pregarlo e neanche di salutarlo come meritava. Si voltò a guardare la madre che a passo spedito si reinfilava nello squarcio del muro di cinta e si dirigeva verso il settore soppalcato.

Innocenza dal canto suo stava evidentemente tentando di convincersi che Vita Maria, venuta per la prima a trovare il papà sepolto, doveva essersi trovata completamente spiazzata da quanto aveva dovuto constatare di persona. D’altra parte era convinta che fosse impossibile restare indifferenti. Attoniti e senza parole magari sì, ma indifferenti proprio no. Non si poteva non trovare avvilente e anzi allucinante quella sistemazione, per quanto provvisoria – almeno così le avevano detto i funzionari del comune.

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testa, a parlarle del mondo fuori, dei miei pensieri, e io dovrei … ma spiegami contro di me che cos’hai … aspettare che una donna diventassi tu … noi due nel mondo e nell’anima … la verità siamo noi.

Le piacevano i Pooh, ascoltava solo quelli. Poi a profusione le vennero in mente quei pantaloni Uniform che non si sarebbe mai levata sugli scogli a mare, una colonia di ratti che sfilava senza fretta e scompariva in un anfratto nella roccia, il suo inorridire, il papà che le gonfiava i braccioli e i primi depilé.

Da quando era morto Benedetto, Innocenza si era recata, imponendoselo, ogni mattina al cimitero. Che nel giro di qualche mese le era diventato un luogo familiare come pochi. Avrebbe potuto percorrere i viali ad occhi chiusi, recitare a memoria la sequenza dei nomi sulle tombe, identificare ogni nuova inumazione; avrebbe saputo individuare all’istante il minimo mutamento nel paesaggio che le era ormai consueto, quale poteva essere una smuratura per estumulazione da concessione scaduta. Anche di questo campo ter, discarica abusiva di quattr’ossa, intollerabile nello stato in cui si offriva al visitatore, conosceva ogni buca e ogni sentiero percorribile, sapeva dove mettere i piedi per schivare rovi spine e putride stagnazioni, vi si muoveva sicura e agile. Il camposanto era il suo elemento, il suo luogo d’elezione anche col terreno in estreme condizioni. Orientamento spiccato e praticità di movenze acquisiti rapidamente, braccia e gambe operosamente determinate, mai un movimento a vuoto, essenzialità dei gesti, sguardo schermato dalle lenti fotocromatiche incastonate in una montatura circolare di grana grossa, gambaletti neri al polpaccio che lasciavano scoperti pochi centimetri di carne pallida sotto il ginocchio, come una promessa di oscenità. Nelle sue azioni c’era un’esattezza che Vita Maria non avrebbe mai sospettato. Portava un cappottaccio spigato con manicotti di pelliccia sulle braccia ossute e spigolose. I manicotti combinati col golfino a ricami animalier gialli e neri che facevo capolino dal cappotto aperto sul davanti la facevano sembrare, a distanza, uno un insetto, di quelli alati con le zampe

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disarmati. Mica pioppi e cipressi. Erbacce, cespugli, rami secchi e spine: una densità arbustiva da macchia mediterranea, favorevole alla nidificazione della peculiare avifauna del luogo; un’area e un microclima da vincolo idrogeologico. Persino paludoso a tratti, il campo.

Cumuli di frasche, da scostare magari con un piede, costringevano ad un avanzare circospetto fino a che non si schiudeva allo sguardo, finalmente, l’allocazione di Benedetto Germinario: un’approssimazione di tomba che gridava ancora vendetta.

“Hai visto dove me l’hanno messo?”, gemette la madre.

Per quanto a lungo fissasse in volto sua figlia nell’attesa di vedere tracciarsi nella sua espressione un qualsivoglia effetto, da Vita Maria non venne alcuna reazione. Dell’indecenza che indignava sua madre a Vita Maria non fregava proprio.

Di suo padre invece non affiorò granché di ricordo. Vita era tutta concentrata a capire che impressione stesse ricavando dal fronteggiare il sepolcro del papà per la prima volta da quando era morto. Ma non le riuscì di pensare a nulla di particolarmente significativo. Anzi, per lunghi minuti non le riuscì di pensare proprio a niente. Solo sentì a un certo momento, abbastanza chiaramente, bruciarle le labbra. Niente che sua madre potesse notare. Allora si mise a riconsiderare meglio l’impercettibile evento: non era semplicemente qualcosa che le bruciava sulle labbra ma qualcosa che tornava a bruciarle sulle labbra. Tornava. Da un passato remoto e dolce. Dal sogno della bellezza. Dal passato da sogno remoto in cui, forse ancora bambina, il padre le diceva di essere bella, bellissima. Con quelle dita maschie tra i suoi capelli ancora tutti al loro posto, lui la rassicurava della sua bellezza. Nonostante il parere contrario di molte delle sue amichette, lui si faceva garante dell’avvenenza di Vita. L’unico che lo facesse. L’unico che lo abbia mai fatto.

Adesso non sapeva se era per il rigurgito di quegli scampoli di vita con Lorenzo, o se per la musica istantaneamente associata alle parole dell’amato padre, che i Pooh si erano messi a suonarle nella

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“Lo vedi quel cannone?”, chiese Innocenza a sua figlia indicandole un pezzo d’artiglieria tipo guerra di secessione americana. “Lì ci sta quel tuo compagno della scuola media.”

“Lorenzo!”, realizzò Vita. E subito gli associò il ricordo di quell’una o due volte, intorno ai quattordici anni, in cui arrivò insieme a lui, in due su un Ciao, fino al mare, a primavera appena iniziata, con l’ansia di essere i primi dell’anno a fare il bagno. E lei il bagno però non lo fece, nonostante le insistenze di Lorenzo che la richiamava con larghi gesti delle braccia, già immerso nella broda adriatica. Quello gridava dài, che aspetti, vieni o no?, che sei venuta a fare sennò?, e lei che non se la sentiva proprio di scoprirsi, di mostrarsi mezza nuda. Anzi, era stata certissima sin dalla partenza improvvisata in motorino, che sarebbe rimasta seduta a un chiancone proteso nel mare, e niente più. In fondo le bastava essere lì, a guardare Lorenzo felice come un bambino che giocava a sbattere le mani sull’acqua e a provocare la spruzzaglia.

Fu una delle tante amicizie che Vita aveva blandamente stretto e poi sistematicamente consegnato, forse di proposito, a una deriva priva di spiegazioni. I loro destini presto si biforcarono fino a perdersi completamente di vista. Più tardi si seppe che Lorenzo s’era fatto partire la tettoia. Un tardo figlio dei fiori, capellone e sudicio, buttato a torcersi nell’alcol e nelle canne – girava voce che sapesse farne di sesquipedali - fino a pagare a caro prezzo la rincorsa al sogno di un’esistenza da mito del rock.

“Si soffocò nel suo stesso vomito”, disse Vita.

“Come il polipo si cucina nell’acqua sua stessa”, ne scolpì l’epitaffio Innocenza.

Le due donne passarono oltre. Adesso muovevano verso il confine perimetrale. Eccole imboccare la breccia aperta nel muro di cinta per approdare al campo ter.

Il campo ter era l’orrore che assaliva come un forcone che si pianta nello sterno. Allestito da poco strappandolo alle campagne adiacenti, rettangolo tre di sepolcri in ordine sparso, abborracciati, appena lambiti dall’ombra di malcerti mandorli, ulivi malati e fichi

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volta in assoluto, sua figlia Vita Maria, poco più che trentenne, castana slavata oltraggiata da un’alopecia a chiazze, parimenti slavati gli occhi, stirati gli angoli della bocca.

Attraversavano, madre e figlia, i campi uno e due con il loro contenuto di sepolture ben tenute, ben curate: tombe con recinzioni in ferro battuto; aiuolette fiorite a castella ; pungitopi e siepine squadrate di giustezza; epigrafi pretenziose di vite specchiatissime vissute quanto meno nella concordia, nel ben fatto, nell’altruismo, nello spirito di servizio e nella filantropia (mai nella fottuta egolatria!), nella virtù e nella proporzione di forma e sostanza. Innumerevoli le statuette scure di padri pii, alcuni a grandezza naturale.

“Pastorelli di un presepio di ‘sto cippo funerario”, si ricordava di aver letto Vita Maria sul Cavalletto, giornalino di provincia su cui un cronista locale sfogava la propria passione civile menando la penna tipo randello. Proprio questo il titolo, Pastorelli di un presepio etc., etc., con cui l’ambasciatore in loco dell’impegno civico chiodato aveva voluto fregiare una sua inchiesta sui disservizi del cimitero comunale.

Per la verità, tutto un camposanto ben acconcio, ruffiano di preghierine incise nel marmo, di ovali a smalto e pagelline ad alta definizione. Ciò nondimeno immemore della voragine che gli correva di sotto. Tutta sovrastruttura. D’altra parte come poteva non essere sovrastruttura questo binomio di tendoni in pvc sorretti da un complicato tirantaggio e uniti da una passerella? Era il fedele calco di uno dei luoghi dove una coppia di ragazzetti qui seppelliti si cacciava nottetempo a ballare fino allo sfinimento. E prima di sfinirsi le sinapsi erano periti i loro corpi, maciullandosi nella più banale delle stragi del sabato notte. Altro che sovrastruttura, la necropoli, l’architetto del comune che aveva rilasciato il permesso di costruire doveva esserne persuaso: tensostruttura!

Le due donne sfilavano davanti a questo modernantiquariato funerario di torri d’avvistamento, ponti levatoi, fossati del castello, fortilizi, portoni bugnati, conocchie, gasometri, ex gasometri.

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Via Gràl - Pubblicazione del romanzo a puntate