Archivi per il mese di Marzo, 2018

le torsioni dell'anaconda

Via Gràl /28

(…) “Puoi lasciarci soli, per cortesia?”, le disse lui.

Vita Maria sgranò gli occhi, schiacciò la sigaretta appena accesa tutta nel posacenere e uscì dalla cucina sfilando davanti a Corrado, continuando a fissarlo con quello sguardo sorpreso e angosciato insieme.

Il vecchio si stava risvegliando.

“Comunque”, disse Corrado, “ho effettuato quella chiamata.”

“Ah-ah, bene. Dimmi, allora.”

“Ho interrotto la comunicazione subito dopo aver inoltrato la chiamata. In una frazione di secondo sono stato assalito da un interrogativo inquietante.”

“Vai avanti.”

“Ho pensato a cosa sarebbe successo se dall’altra parte avessi trovato una persona ben disposta, pronta a una relazione stabile con il sottoscritto.”

“Embè?”, s’irrigidì il vecchio.

“Ho intravisto uno scenario terrificante”, disse Corrado immaginando una inutile, anzi nociva sovrapposizione di percorsi.

“Ma va’.”

“Vero è che nella vita bisogna svoltare, ma io sento fortemente questo pericolo.”

“Scusami, benedetto ragazzo, ma quale pericolo? Non ho mica capito.”

“Quello di dover bussare a denari.” Fece una pausa, come per figurarsi la situazione. “Cosa che mi mortificherebbe alquanto. E farlo con mia madre, poi …”

“Mi stai dicendo che vuoi aspettare ancora?”

“Credo che sia giusto prima professionalizzarsi nella vita e io non ho ancora adempiuto del tutto a quello che considero un precetto essenziale.”

“Precetto preesistente alla famiglia, è vero, Corra’?” disse il vecchio a coglionare.

“Senz’altro preesistente.” Corrado non colse.

“Ti stai buttando via.” (… continua …)

le torsioni dell'anaconda

Via Gràl /27

Giorni dopo il fallito avvicinamento che c’era stato sul lavoro, l’aveva incontrato per strada e Corrado l’aveva informata di volata: “Vado a far provviste”. Invece di fare banalmente la spesa e parimenti banalmente invitare qualcuno a cena, lui parlava di provviste e di desinare. Marcella si rafforzò nella sua chiusura che divenne senza appello, totale.

Corrado incassava i rifiuti di chiamata senza nemmeno immaginarsi che quella chiusura era dovuta allo smorto che si portava in collo né tantomeno al suo parlare avulso. Quel suo parlare era la foce che finalmente si apriva a mare di un siero tossico lasciato colare lungo tutto il corso delle sue controrotaie mentali, passando sulle irregolarità del profilato, aggirando cerniere e problemi di conduzione elettrica. In parte era colpa della stramba consulenza di quel vecchio che gli teneva compagnia, il quale ricavava qualche suo discreto piacere dal puntellare piuttosto che dal corroborare quando non dal contraddire in radice le convinzioni che Corrado si andava formando sulla vita e su come questa dovesse essere agita. Per tutto ciò, quindi, Corrado non ebbe, né mai prima aveva avuto, né mai avrebbe avuto in seguito alcuna percezione dello strano risuonare che le sue parole acquisivano negli orecchi del mondo normale. Parole come desinare, provviste, conseguire un titolo, consorte e quant’altro avevano un potere enorme sulle persone inquadrate o tutte di un pezzo, un potere malefico, tra l’altro a totale scorno di Corrado: il potere della parola che, per il solo fatto d’essere inconsueta e fuor del contesto, fa dubitare dell’igiene mentale di chi la proferisce. Il potere delle parole che mettono paura, che terrorizzano, che inducono chi le ascolta a guardare l’interlocutore di sbieco, con circospezione, sulla difensiva, sempre pronto alla fuga.

Vita Maria stava fumando in piedi mentre guardava La morte in differita nel televisore sul mobiletto in noce quando Corrado entrò nella cucina mentre ancora si sistemava la patta dopo essere stato in bagno.

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Via Gràl /26

(…) gomiti sul tavolo e le dita in procinto di comporre un numero sulla tastiera del cellulare.

“Giusto”, fece il vecchio, “chiama dal tuo cellulare. Non sia mai che poi tua madre venga a farti delle storie per aver chiamato dal fisso. E poi è meglio così comunque.” Un bonario scappellotto sulla testa riccioluta provocò una scrollata di forfora sulle spalle di Corrado. Il vecchio raggiunse la parete opposta a quella della caldaia e fece scorrere la ghiera del termostato fino a che la freccetta non indicò i ventidue gradi. Uscì dalla cucina per non interferire nella conversazione di Corrado e, a maggior discrezione, chiuse silenziosamente la porta dietro di sé. Andò nella stanza del ragazzo e per poco non inciampò nel plastico di una stazioncina dalla quale si dipartivano un paio di binari che però si interrompevano presto, monchi. Sul comodino c’era lo Zingarelli e un segnalibro tra le pagine settecentodue e settecentotre: disingannativo / dislalia. Disingannativo, disingannatore, disinganno. Poi disingranare e subito dopo disinibire: togliere le inibizioni. Un moto di soddisfazione salì dal suo sangue in perenne ebollizione e un sorriso si allentò nella regione tra le gote cave e la mascella vagamente barbuta. Un manto di barba, non uniforme, non troppo cresciuta, lanuginosa misto dura, non tutta bianca. Nell’osservare quelle chiazze di peli sulle guance del vecchio a Corrado sovveniva sempre, per associazione di immagini, la chioma spelacchiata di sua sorella Vita.

Smorto. Odore di sudore smorto. Puzza di smorto. Marcella non avrebbe saputo dirlo diversamente. Il ricorso al gergo di paese le permetteva di rendere meglio l’idea: come ti posso dire, sai, quella cosa di chiuso, di robe accafagnate, quell’accafagnamento …?

Appena arrivò la chiamata di Corrado rincrudirono in lei tutte le sgradevoli sensazioni sperimentate in sala pausa alla Euripoltrone. Dalle corde più interiori insorse un potente sentimento di ripulsa, con il puzzo che le molestava ora le vie respiratorie azionando dentro di lei un dispositivo automatico di rifiuto di chiamata.

Marcella rifiutava le chiamate di Corrado. (… continua …)

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Via Gràl /25

(…) “Tu dici?” Corrado si rigirava il cellulare tra le mani coi gomiti poggiati sulla tovaglia plastificata a motivi di fichi spaccati .

“Assolutamente, ragazzo. È l’ora.” Sorseggiava il caffè spingendo lo sguardo oltre finestra dove avveniva un furore di pini sbattuti dalla prima tramontana d’autunno.

“È giunta l’ora di rifarlo. È questo che vuoi dire?”

“Ragazzo, déstati. Devi riprovarci. Fanno sempre così.” Il vecchio seduto al tavolo della cucina, di fronte a Corrado, aveva dei modi bruschi.

“È abbastanza normale. Ne so molto io, tante ne ho sentite, fidati. Fanno sempre così, è il loro modo per stilare da subito, da uno a dieci, la pagella di quanto si sentono desiderate. E loro vogliono dieci, sicuro e certo che vogliono dieci sulla scala dell’appetenza. Tu, ragazzo, ora come ora sei a nove. Non devi mollare proprio adesso. Valle sotto ancora qualche volta, almeno un’altra, e fai dieci.” Indicò il numero dieci con tutte e due le mani aperte, agitandole e rivolgendo a lui i palmi.

Corrado s’era convinto di doverlo stare a sentire. Un brivido di eccitazione gli si scaricò giù dal collo rameggiando per il resto delle ossa. Ma poteva essere anche il freddo. Le ore di insolazione erano diminuite, il bel tempo del giorno prima si era sfrangiato con la notte e le prime nuvole, e adesso, alle quattro del pomeriggio le ombre si slargavano oleose e buie come le potenze buie. La temperatura si abbassava ora dopo ora.

“Va bene”, fece Corrado rassegnato. “Al massimo conosceremo il disinganno dell’amore.”

“Eeeeh, già all’amore sei arrivato?” Il canuto minimizzò quell’espressione pomposa. Il fatto era invece che Corrado era proprio arrivato al disinganno. Alla D di disinganno

“Muoviti, fai quella telefonata.” Si stirò le vesti sulle gambe per poi alzarsi, diretto alla caldaia. La predispose su inverno. Attraversò la cucina, trascinandosi nei suoi sandali. Dentro i sandali i piedi erano avvolti da calzini bianchi. Passò dietro Corrado che stava curvo, coi (… continua …)

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Via Gràl /24

Si incrociarono qualche altra volta, fugacemente, quando lei doveva lasciare il suo ufficio per richiedere delle carte alla contabilità e, viceversa, quando era Corrado a fare ricorso all’ufficio delle risorse umane per documenti che servivano al suo ufficio contabile. E niente altro più.

4. L’ispido e la carcassa

Con la bella stagione ormai alle spalle la dimora trasaliva in tutte i suoi muri portanti ad ogni gettata di tramontana. Rabbrividiva in ogni suo mattone e trasmetteva inquietudine all’osservatore del quinto piano della palazzina ad angolo: un ragazzo che appostandosi dal pomeriggio alla scrivania presso la finestra, spiando tra le fronde dei pini fino a sera, poteva scorgere di tanto in tanto le sagome dei Germinario nel chiarore dietro i vetri della cucina che gli stava di fronte. Seppure a una certa distanza, credeva di poter sentire l’acciottolio delle stoviglie e il gracchiare di un Amstrad ventotto pollici sintonizzato sempre su una rete locale che trasmetteva quotidianamente, in una lunga striscia pomeridiana, il programma La morte in differita.

Poteva vedere in lontananza le figure di quelle persone sfilare dietro la finestra, a volte affaccendate, altre catatoniche. Spesso erano al telefono: una donna piuttosto anziana dai capelli a tinte fosche, una più giovane ma con una brutta cera. La ragazza aveva sempre una sigaretta tra le dita e appariva piuttosto male in arnese, un po’ discinta e un po’ con pochi capelli. Più raramente ci capitava il ricciolino bruno alla finestra quando anche a lui serviva di telefonare. Dovevano aver collocato il ricevitore proprio sul davanzale interno.

“Ora la devi chiamare”, disse il vecchio mentre si portava la tazzina di caffè fumante alla bocca.

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Via Gràl /23

(…) telefono con qualcuno che conoscesse Corrado per chiedergli informazioni e cercare di capire se questo tipo un po’ da spiaggia fosse normale oppure no.

Marcella era semplice, schietta. Talmente lineare che non poteva far altro che demonizzare tutto quel che non riusciva a spiegarsi e a inquadrare nel proprio ordinamento. Ogni incrinatura, ogni deviazione anche minima dai percorsi da lei preventivamente fissati, ogni oggetto inusuale in cui le capitasse di imbattersi si ricopriva all’istante di una luce sinistra e meritava per questo l’immediata espulsione dal suo ecosistema.

Perché c’erano quelle crepe nelle persone e nelle cose, non in tutte ovviamente, che si aprivano all’improvviso e che, anche se si richiudevano in un baleno, ti avevano comunque dato il tempo di farsi spiare al loro interno. E lo scenario intravisto anche solo per un brevissimo istante lasciava un’impressione così forte da spingere alcuni a reindagarlo con curiosità morbosa, mentre altri, e tra questi Marcella, restavano imbambolati dal terrore per il solo fatto che una dimensione sconosciuta al loro mondo di solito così intellegibile aveva fatto la sua raggelante apparizione. Allora l’unico modo per non lasciarsi sconvolgere la vita era stare lontani dalle anomalie, non incuriosirsene, non bazzicarle.

Ora, Corrado l’aveva invitata a desinare insieme. Talvolta. Col suo assenso, s’intende.

A questo punto Marcella ebbe una specie di rivelazione. Quel modo di esprimersi la colpì come un’illuminazione: il suo assenso Corrado avrebbe potuto ficcarselo dove non poteva sbagliarsi.

Non fu ondivaga; non si comportò come una che voleva fare solo la dolcemente complicata al cazzo. No. Fece di tutto per evitare equivoci di quel genere. Dopo aver ascoltato quella frase, con il desinare, aveva all’istante deciso che tra di loro non avrebbe potuto esserci altro che l’amicizia, e se c’era caso neanche quella. Glielo disse fuori dai denti, chiaro e tondo.

Consumato insieme un ultimo snack, Marcella ci aveva già messo una pietra sopra, decisa a non aver più niente a che fare con Corrado. (… continua)

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Via Gràl /22

(…) arrossire lusingata per un complimento finalmente esplicito da parte di Corrado.

Lui le disse che aveva una bella chiostra di denti, di un eburneo strepitoso, e che gli sarebbe piaciuto godere più volte al giorno di quel sorriso.

Lei aveva chiesto scusa ebu che?

E lui le aveva spiegato ebu che.

Dopo aver trovato il modo di scambiarsi i numeri di telefono, Marcella approfittò di quelle che riteneva parole pur sempre audaci per farsi più vicino e cercare, con finta casualità, un contatto fisico che le mancava da troppo tempo, attenta a non dar nell’occhio agli altri dipendenti che entravano e uscivano dalla sala pausa.

Fu quello il momento in cui ebbe la certezza che quel lezzo che stagnava in sala pausa era fetore di Corrado.

Eppure, a combinare il disastro, di cui Corrado neanche si accorse e rispetto al quale dovette restare per sempre ignaro, non era stato propriamente quel cattivo odore che si levava dai suoi panni e dal suo collo. Bensì quel termine. Quell’espressione sentita da lei subito come incongrua e dissonante: un invito a desinare insieme, talvolta, col suo assenso.

Il sesso era una specie di porto franco nell’esistenza di Marcella, beneficiava cioè di una forma di extraterritorialità nella personale e intransigente giurisdizione che lei applicava nella vita e che si era costruita apposta per non farsi cogliere impreparata in qualunque situazione. Ma una volta individuata la persona di cui potersi fidare, l’attività sessuale anche sfrenata la considerava salutare.

Infatti considerò subito che se fosse finita a letto con Corrado se ne sarebbe pentita senz’altro l’istante dopo aver appagato il suo desiderio. Questo lo seppe bene dalle ultime battute di quell’approccio farraginoso, e non tanto per quell’odore sgradevole che gli aveva riscontrato e di cui avrebbe fatto fatica a liberarsi anche quando avessero finito, poco male per quello, quanto piuttosto perché appena ritrovata la sua solitudine avrebbe avuto bisogno di attaccarsi al (… continua)

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Via Gràl /21

Lui trent’anni, capelli ricci, neri, radi e unti, lunghetti dietro. Un manto di forfora che copriva costantemente le spalle e il collo della giacca. Un naso che sarebbe stato regolare se non fosse stato troppo grosso e fitto di larghi punti neri, pori grassi e capillari rotti. La ragazza bruna, col naso adunco, un occhio più piccolo dell’altro che le sbalestrava l’espressione, un caschetto nero che non le donava sul volto allungato. E il culo sformato.

Si fecero le presentazioni davanti ai bicchieri di plastica semipieni dei liquidi erogati dal distributore automatico.

“Sei una nuova assunta?”, le domandò Corrado.

“Stagista.”

“Che titolo di studio hai conseguito? Economia?”

“No, ingegneria commerciale. Due mesi fa.”

“Ti troverai bene alla Euripoltrone, vedrai. Io sono diplomato in ragioneria. Ti dispiace?”

“E perché dovrebbe dispiacermi?” Marcella scoppiò in una risata poi aggiunse: “Piacere, invece. Dico, piacere, io sono Marcella”. Gli tese la mano con aria spiritosa.

“Perfetto … Marcella … che nome grazioso. Lieto di conoscerti, Corrado.”

3. Marcella Cardascio

Anche se la stretta di mano non era stata delle più vigorose, Corrado a tutta prima le piacque; una di quelle persone a cui avrebbe artigliato i piedi sotto il tavolo, intrecciato gli arti e gli altri organi senza por tempo in mezzo. Ben presto Marcella cominciò ad almanaccare su un eventuale accoppiamento, immaginando che potesse esserci un’intesa sessuale animalesca.

Ma dovettero trascorrere ancora altri giorni, e molte volte dovettero ancora beccarsi in sala pausa, prima che Marcella potesse (…) [continua]

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Via Gràl /20

Bisogna pazientare, per ora i defunti devono capire. E più che a quelli, uno sforzo di comprensione spetta ai loro congiunti. Si muore troppo e il commissariamento del comune in seguito allo scioglimento per infiltrazioni mafiose è un fatto che non agevola la formazione di quegli atti e l’adozione di quei provvedimenti che consentirebbero lo sblocco di ciò di cui ci sarebbe davvero bisogno: l’ampliamento di un cimitero comunale ormai al collasso”.

Solo che il cimitero aveva provveduto a cantierizzarsi da sé e, attraverso l’abbattimento di un pezzo del muro di cinta, era passato ad annettersi parte del fondo di Peppe Lobascio, metalmezzadro una volta serafico, oggi imbestiato. A furia di prendersela con i morti, buttandoli tutti all’aria, convocandoli con comandi brutali e liquidandoli con violenti congedi, Peppe Lobascio aveva finito per diventare un bestemmiatore di prima grandezza.

A causa della C di consorte invece, Corrado aveva maturato quella stessa notte la decisione di comunicarglielo: era in cerca di una persona, di sesso femminile, con cui dividere la sorte.

Lo avrebbe comunicato alla ragazza in cui si imbatteva spesso nella sala pausa della Euripoltrone, azienda capofila del distretto del salotto in cui Corrado lavorava già da anni, sistemato in contabilità grazie all’interessamento di suo zio Felice Sblendorio, orario 8-14 sempre e il resto del pomeriggio tutto per sé. Avrebbe preso coraggio e lo avrebbe fatto. D’altronde se lei veniva a girare la sua bevanda al cioccolato sedendosi sempre al tavolo dove stava lui una ragione doveva pur esserci. Quindi era giusto che lo facesse, che si decidesse a rompere il ghiaccio, che si presentasse finalmente con nome, cognome e credenziali. La sala pausa come la stazione di interscambio che sognava di realizzare per il suo plastico.

Il mattino dopo la nottataccia di Corrado passata a fissare inebetito la C di consorella e di consorte, dunque, erano allo stesso tavolino, queste due enigmatiche carrozze.

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Via Gràl /19

dover sollevare alche la testolina canuta di un vecchietto lì assopito. Scostava quelle capocce per poter sfilare via la sua sciarpa rossa, utilizzata dai dormienti come spessore morbido ad uso cuscino.

Puzza di testa anche sulla sciarpa, dunque. E Corrado aveva smesso di farci caso.

Strutturato regolarista e mai appagato inseguitore di principi articolatori del mondo, del suo mondo, Corrado stava perdendo il sonno per una faccenda di binari e bordini delle locomotive, un’incompatibilità che gli avrebbe quasi certamente causato problemi di circolazione. Per questo aveva preso a leggere il vocabolario. Adesso lo faceva ogni volta che di notte si metteva a letto. Scorrendo le parole una dopo l’altra, col corredo dei loro significati, contava di riuscire a dimenticare almeno momentaneamente i problemi di calcolo e di scala e di scartamento ridotto che lo assillavano e gli impedivano di fare passi avanti nella realizzazione del plastico. Sperava in questo modo di addormentarsi prima e più facilmente.

Mai però avrebbe creduto di passarci l’intera nottata, sul vocabolario, con gli occhi sbarrati sulla C di consorella e, subito dopo, di consorte. Alla lettura della prima di queste due parole aveva immediatamente evocato l’universo delle cappelle di santanna, sandomenico e sannicola, il mondo appunto delle arciconfraternite, così esemplari nell’organizzare la vita di certe estreme dimore che non poté fare a meno, Corrado, di considerarle le artefici proprio di quella efficiente organizzazione che a suo padre Benedetto era, allo stato, penosamente preclusa. Si era cioè imbattuto nella sottolineatura della discriminazione che tanto rancore stava generando dentro al corpo e nella testa di sua madre.

“I posti sono terminati”, diceva tra sé Corrado, ma poi lo riferiva anche al suo anziano amico nonché mentore.

Sono terminati. Manco stesse parlando delle Scottonelle in offerta sui banchi del supermercato.

Lo aveva pure letto sul giornale di paese che ogni tanto gli entrava in casa:

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