recensioni di G. Giglio
-
La giustizia umana e quella divina
(Recensione del romanzo Giustizia, di Friedrich Dürrematt - Marcos y Marcos, 2005, pubblicata sul n. 1/2006 di “Stilos“)

- «Ancora una volta voglio sondare scrupolosamente le probabilità che forse restano alla giustizia». Sono tra le prime, sconcertanti, drammatiche note di una lunga «relazione» con cui si apre Giustizia. Felix Spät, giovane e squattrinato avvocato, scrive dell’assurda assoluzione di un assassino. In un noto ristorante della Zurigo degli anni Cinquanta, frequentato dai notabili della città, il consigliere cantonale Isaac Kohler, con un colpo di pistola, uccide a sangue freddo un famoso professore universitario. Lasciatosi docilmente arrestare e incarcerato, Kohler (che non ha mai svelato il movente del suo gesto) convoca Spät, da poco sganciatosi, da «galoppino o poco più», dallo studio di Stüssi-Leupin, l’avvocato più in vista della città, abilissimo intermediatore al servizio dei potentati economici. Dietro ghiotto compenso, Kohler, «perfettamente felice» in carcere, chiede al legale di riesaminare il caso, partendo dall’assurda ipotesi che non sia lui l’assassino. Spät – insospettito, ma costretto ad accettare dal bisogno – capirà poi di essere caduto vittima di un’infernale macchinazione, di essere divenuto, con le sue indagini, involontario istigatore di diversi omicidi, sullo sfondo di complicità e connivenze impensabili. In un Paese che «è uscito dalla storia quando è entrato nel grande giro industriale», il Potere ha ormai piegato la giustizia alle sue esigenze; e Kohler - «un uomo a cui piace giocare la parte di Dio su questo miserabile pianeta», da formidabile burattinaio all’interno di una guerra economica non meglio definibile (gestisce gli affari di Monika Steiermann, diabolica nana a capo di un enorme impero economico, tra le cui attività è anche il traffico di armi) - si diverte a manovrare gli esseri umani come palle da biliardo, persino dal carcere. Giocando à la bande, mandandole tutte in buca, intrecciando con stupefacente abilità la vischiosa ragnatela in cui sono implicati, consapevoli o no, compiacenti o no, i personaggi di questo eretico e magistrale giallo. Una storia complicata, surreale e grottesca, al limite del paradosso, ma filigranata da una scrittura elegante, raffinata, essenziale, allusiva, che cesella quadri di meccanica precisione e obiettività, e che sviluppa al massimo grado la dürrenmattiana tendenza centrifuga parodistica, autodistruttiva e demistificante: tra traffici di armi e prostitute, megere e intoccabili, sparizioni e omicidi, in un Paese che ha prodotto gli orologi di precisione e gli psicofarmaci, il segreto bancario e la neutralità perenne. Un congegno perfetto, che porge al lettore i dubbi di Dürrenmatt circa il rapporto tra la realtà criminale e la finzione “gialla”, ma soprattutto sul significato della giustizia umana e di quella divina, sulla relatività del concetto stesso di giustizia, sul senso del farsi giustizia da sé quando il crimine intuito non può essere dimostrabile, quando a Spät, dopo l’assoluzione di Kohler, per evitare che la giustizia diventi «una farsa totale», non resta altro che prepararsi per un «assassinio giusto». Ma dovrà arrendersi al caso beffardo. E sempre al caso Dürrenmatt affida l’inatteso epilogo: uno scrittore (cui era pervenuta la «relazione» di Spät) incontrerà, trent’anni dopo i fatti, Kohler, vecchissimo, e sua figlia Hélène, con cui avrà un lungo colloquio; è l’inizio di una discesa all’inferno, nelle profondità dell’animo umano, per scoprirne lacerti davvero sorprendenti, fino alle difficili, inquietanti domande finali: «Chi è colpevole? Chi dà l’incarico o chi lo accetta? Chi vieta o chi non osserva il divieto? Chi emana le leggi o chi le infrange? Chi concede la libertà o chi la ottiene?». Non è facile rispondere. Ma Dürrenmatt - dopo aver incastonato tanti tasselli nel mosaico di un personaggio-uomo multiforme e irregolare, di cui proprio il triangolo Spät-Hélène-Kohler offre un esempio mirabilmente efficace – ha provato a sollevare il velario su un’irredenta quotidianità: per mostrare, tra visioni apocalittiche, doloroso disincanto e sottile tormento morale, come gli uomini vivano ormai in un labirinto di specchi franti, dove i confini tra etica (ridotta a mero gioco dialettico) e opportunismo, dipendenza e libertà, sono molto sottili, in un mondo in cui persino il diavolo è stanco e in cui si può morire «di quella libertà che concediamo e che ci concediamo»; in un mondo che assomiglia sempre più a «una polveriera in cui non è vietato fumare».
- IL RITORNO DI CAVINA, SCRITTORE PIZZAIOLO
Recensione di Giuseppe Giglio, apparsa sul Riformista del 18 aprile 2009
Gilbert Keith Chesterton diceva che bisognava fare il giro del mondo per ritrovare la propria casa. E in quest’affermazione c’è tutto il senso dell’avventura chestertoniana, l’avventura del man alive, dell’uomo vivo, protagonista di tante storie del grande narratore inglese. Ma a volte basta fare il giro della propria casa per avventurarsi tra i sentieri della vita. E aprire una finestra sul mondo, capire di più di sé stessi e degli altri, scoprire insomma una porzione di esistenza. Che è poi la ragion d’essere di un romanzo. È quel che accade ne I frutti dimenticati, l’ultimo libro di Cristiano Cavina (Marcos y Marcos, € 14,50). Un romanzo breve – o un racconto lungo – ambientato ai nostri giorni, in cui l’incontro di Cristiano (il trentenne protagonista, pizzaiolo e scrittore al tempo stesso, come Cavina; o meglio: narratore innamorato delle storie) con uno sconosciuto concide con la prima tappa di un inaspettato viaggio: tra un presente difficile e i sogni della memoria (sogni che volano come mongolfiere), tra le pareti della casa e le viuzze del piccolo borgo romagnolo in cui Cristiano – che è anche l’io narrante – è cresciuto. Ove « era tutto un coltivare frutti dimenticati», una vera e propria festa collettiva, ogni anno celebrata: giuggiole, pere volpine, sorbi, lazzeruoli, cornioli; tutti tirati su con amore.
Un viaggio affidato a una scrittura scarna e asciutta, in cui strettamente e sottilmente si intrecciano autobiografismo e invenzione: a disegnare per linee essenziali luoghi e personaggi reali e simbolici al tempo stesso, a dar voce a una libera e felice fantasia che sdipana e avvolge grappoli di vita vissuta o in divenire; tra amicizie e inquietudini, gioie ed errori, passione e avventure, tra le bancarelle dei frutti dimenticati e frutti della vita non raccolti, o mancati. Con la leggerezza, il candore e l’innocenza che della favola sono propri.
E a proposito di favola, di favoloso: questa storia si potrebbe leggere come un’immaginaria cartolina dalla Romagna, di calviniana memoria; dove il fiabesco e il realistico, perfettamente complementari, cesellano un personaggio-uomo che anche a noi somiglia: inquieto e come alla ricerca di un’antica armonia perduta, o non trovata. Un personaggio che dolorosamente ritrova un padre mai avuto (un uomo «molto stanco che con abiti troppo grandi si avvicina alla fine», quasi al capolinea) al quale decide di raccontare la propria vita disordinata, che sembra sfuggirgli di mano, proprio mentre la sua compagna – che non è più sicuro di amare – sta per dargli (a lui, Cristiano) un figlio: un bimbo con occhietti da canaglia, da «unno invasore», e con i «mignoli perfettamente uncinati». Proprio le stesse caratteristiche di Cristiano: che da bambino, come un intrepido palombaro (sprofondato in una vecchia tuta da lavoro del nonno, con sulla faccia una maschera da saldatore), guizzava con straordinaria agilità nella camera della nonna a caccia di mirabolanti tesori, come fosse in fondo all’oceano, sicuro della protezione dei papà che si era immaginato: D’Artagnan, Sandokan, Jean Valjean, il conte di Montecristo, persino Dio.
I frutti della vita, dunque; quelli cioè che alla vita stessa appartengono, che leconferiscono dignità e senso. Dapprima assaggiati quasi inconsapevolmente, poi insinuati nell’animo, quindi riscoperti da adulto; e vissuti come favola di sé: l’assenza, l’inquietudine, la malattia, il dolore, la morte, la gioia, la fantasia, le cose semplici, i bambini, l’amore. Soprattutto l’amore, la scoperta e riscoperta dell’amore. E il lettore si sente come convitato ad un gioco di intelligenza attiva, pagina dopo pagina. Guizza - anche lui palombaro - nelle profondità cui si spinge il protagonista, a seguirne la difficile rotta. Fino all’epilogo della storia. Quando si torna in superficie, dopo aver recuperato qualche tesoro. Quando la vita finisce e ricomincia. Quando si viene a capo di un agile filo di fantasia che corre lungo le nostre iinquietudini, balugina tra le intermittenze del cuore, si impenna in grappoli di gioia.
-
Se la vita è spezzata dalla Storia, ci sarà un’altra storia a ricucirla
Recensione di L’amico ritrovato, di Fred Uhlman – Feltrinelli, 2006, pubblicata sul n. 18 di “Stilos“, del 12/9/2006
«L’amicizia è il matrimonio dell’anima, e tal matrimonio è suscettibile di divorzio. È un contratto tacito tra persone sensibili e virtuose», ha scritto Voltaire nelle sue Questions sur l’Encyclopédie. E si può anche essere disposti a morire
per un amico, «quasi con gioia», con quell’«innocenza soffusa di ingenuità», quel «bisogno appassionato di una devozione totale e disinteressata» che sembra caratterizzare i giovani tra i sedici e i diciotto anni. Giovani come Hans Schwarz, il protagonista de L’amico ritrovato, un racconto di grande leggerezza e suggestione, all’insegna dell’understatement, giocato sul vivido recupero memoriale del protagonista (trent’anni dopo le vicende narrate) e snodato sul filo affilato della lama di una lucida intelligenza analitica.
Nella Stoccarda degli anni Trenta, mentre sta per consumarsi la più atroce tragedia della storia umana, nasce una difficile, ma intensissima amicizia tra Hans, figlio di un medico ebreo, e Konradin, conte di Hoenfels, rampollo di un’illustre stirpe che affondava le radici nel tempo del Barbarossa e dei Crociati. I due studiano presso il Karl Alexander Gymnasium, il liceo più famoso del Württenberg, frequentato soprattutto dalla ricca borghesia. Hans è sveglio, dotato di un buon senso critico, innamorato di Cézanne, Van Gogh e Hölderlin, che considera «il maggiore lirico tedesco, “più grande persino di Goethe”». Konradin è alto, biondo, ha il «volto fiero, dai tratti finemente cesellati»; è elegante, raffinato, riservato; suscita nei compagni un reverenziale distacco. Hans si sente irresistibilmente attratto da lui, dalla sua ricercata gestualità: «Sentivo che apparteneva a me e a me solo e non volevo dividerlo con altri», ricorda con fierezza, mentre la sua memoria progressivamente cesella e assembla i tasselli di una società di cui quella classe offre un piccolo ma significativo spaccato: stanchi cattedratici (in qualche caso invasati dall’antisemitismo), rampolli di una vacua aristocrazia, ragazzi saccenti, imbottiti di becero nozionismo, una «folla opaca» insomma. Con l’arrivo della primavera, l’amicizia tra Hans e Konradin cresce e si rafforza: i due condividono interessi per l’archeologia, la storia, la letteratura; riflettono sul senso della vita, sull’esistenza di Dio, chiedendosi come «mettere a buon frutto quella brutta realtà che era l’esistere»; parlano anche delle ragazze, naturalmente. E il paesaggio, insieme ai versi di Hölderlin, sembra accompagnare il loro idillio. Che di lì a pochi mesi viene infranto: un crudele destino costringe i due grandi amici a separarsi definitivamente. A consumare, loro malgrado, un voltairiano divorzio; prima che la loro intesa maturi nel tempo, fino a divenire perfetta: un «matrimonio dell’anima», scevro da tutti i vizi, gli inquinamenti e le imposture con cui piccoli, aridi uomini (all’interno di una società che si arrenderà al folle sogno di grandezza hitleriano) possono guastarlo, facilmente cedendo alla banalità del male (nella normalità dell’ipocrisia, del cinismo, dell’odio).
Il racconto procede con leggerezza, la stessa con cui l’autore solleva il velario sulle umane debolezze di ogni personaggio, compresi i due ragazzi: dal servilismo sofferto del padre di Hans, all’incapacità di Konradin di opporsi alla rigida e ostentata superiorità dei suoi genitori - «forti di novecento anni di storia» -, al feroce antisemitismo della contessa Hoenfels. Konradin finirà addirittura per credere in Hitler. Eppure Uhlman riserva un finale davvero sorprendente, fino al punto di ribaltare ogni prospettiva, e specialmente sul piano etico-morale: nel senso di un percorso di vita che trova compimento oltre i confini della vita, a suggellare un’unione che sembrava irrimediabilmente spezzata, ritrovata invece dopo «novemila giorni tediosi e senza scopo, che l’assenza della speranza» aveva reso «tutti ugualmente vuoti […], molti dei quali morti come le foglie secche su un albero inaridito».
Un Hans ormai adulto, lontanissimo dalla sua Germania, assiste ad un’inimmaginabile epifania che emerge dall’inferno del suo passato: così può ancora inseguire il desiderio, sognare di correre, insieme al suo grande amico, tra i «colli azzurrini di Svevia, pieni di dolcezza e di serenità, coperti di vigneti e incoronati di castelli» o in mezzo alla «Foresta Nera, dove i boschi scuri, odorosi di funghi e di resina, che colava dai tronchi, in lacrime ambrate, erano intersecati da torrenti ricchi di trote…». Un paesaggio fiabesco e al tempo stesso felicemente reale, ma impotente, in quella desolante stagione, davanti all’ostinata cecità di tanti suoi abitanti.
Poco meno di cento pagine (misura aurea del racconto e dell’apologo), questo romanzo in miniatura - probabilmente il frutto migliore tra i pochi dello scrittore tedesco - suscitò molta curiosità di pubblico e di critica fin dalla sua prima uscita (1971). Harold Pinter ne volle sceneggiare il testo, per il film omonimo diretto da Jerry Schatzberg (1989). «Si può sopravvivere con un solo libro», aveva dichiarato Uhlman poco prima di morire. Sembra che vi sia riuscito.
-
Una fiaba tragica di Giuseppe Giglio
[questa recensione è stata pubblicata su Pagine dal Sud (aprile/giugno 2008), rivista trimestrale di politica, cultura e letteratura edita a Ragusa a cura del Centro Studi Feliciano Rossitto]
In una splendida valle, un paradiso incastonato tra le montagne del Sud-Est della Francia, un vecchio contadino sdipana i fili della memoria. E racconta della vita di un piccolo borgo di quella vallata, nella regione del Maubert, in cui la stirpe degli Arnal – che da diverse generazioni instancabilmente lavora nei boschi, nei pascoli e nelle piantagioni - detiene un’indiscussa reggenza morale. Un dominio sugli uomini che da sempre pare nutrito dell’esercizio di virtù legate alle quotidiane necessità, senza eroismi e magnificenze, fin quasi a conferire il prestigio del soprannaturale alla reputazione degli Arnal (una famiglia in cui «matrimoni tra cugini riportavano in seno al gruppo chi se n’era temporaneamente allontanato»), a comporre un’epopea familiare dell’onestà e della giustizia. Il vecchio Arnal è l’imponente patriarca: membro di spicco del consiglio comunale per oltre quarant’anni, Consigliere – così lo chiamano i valligiani - conta più del sindaco e del parroco. Tutti si rivolgono a lui per un consiglio, e in tanti ogni domenica febbrilmente lo attendono, depositario di verità, infallibile oracolo.
In quell’oasi di serenità, cui una natura di prepotente bellezza fa da fascinoso controcanto, Maurice e Clémence Arnal, fratello e sorella, condividono ogni gioco, ogni scoperta. E i primi brividi di una sensualità prepotente. Bella, sorda e selvatica, affascinata dai prati, dagli alveari e dai boschi, Clémence se ne sta «sdraiata sull’erba vecchia raspata dalla neve, la pancia sulla terra riscaldata, la testa nelle braccia piegate, le cosce stese e i polpacci che battevano l’aria con moto alterno». Fino a quando indecifrabili vertigini d’infanzia improvvisamente esplodono, e rendono il corpo di Clémence - «fin troppo consapevole di essere isolato dai rumori del mondo» - «sensibile a tutti i fremiti della vita», fino alle estreme conseguenze. Ma quell’amore proibito scatena una tremenda reazione della famiglia, che giunge a compiere un gesto orribile, una meschina congiura della vita contro la vita: il delitto dei giusti.
Reca questo titolo uno dei più significativi libri di André Chamson (1900-1983)), edito per la prima volta nel 1928 (titolo originale: Le crime des justes), uscito in Italia nel 1947 nella Medusa, la prestigiosa collana mondadoriana, e ora finalmente riproposto da Marcos y Marcos, a rendere il giusto omaggio ad un intellettuale - amico di Gide, Malraux e Valéry, tra i maggiori narratori del Novecento francese - quasi dimenticato nel nostro Paese. La voce narrante, alter ego dello scrittore, sembra riscoprire un vecchio capriccio di Gesualdo Bufalino: «Raccontare un ricordo lo fa diventare una fiaba», con felice riferimento al potere ludico della memoria, che guida lo scrittore all’artificio dell’invenzione. Ma se Il delitto dei giusti ha della fiaba l’agilità e la leggerezza, nel libro dominano i toni dell’apologo. E un amore incestuoso appena accennato – uno schizzo vergato con rapide ma pregnanti pennellate (non la morbosa e affascinante profondità dell’amore tra il raffinato “dilettante” Ulrich e sua sorella Agate, per esempio, ne L’uomo senza qualità di Musil; e neanche l’incesto, tutto giocato sull’ambiguità, del landolfiano Un amore del nostro tempo) - diviene agile manovella per sollevare un pesante velario sulle debolezze, le ipocrisie e i perbenismi di una piccola comunità dell’inizio del secolo scorso, ma che molto somiglia a tanta odierna società, sempre più povera della moneta più preziosa: quella del vivere.
Nessun delitto può appartenere ad un uomo giusto; e neanche ad un uomo eccezionale. E invece Consigliere – per difendere una reputazione su cui il narratore lascia intanto intravedere nere ombre, per coprire uno scandalo che li avrebbe travolti – pare avocare a sé e alla famiglia una sorta di «diritto al delitto», come il dostoevskijano Raskol’nikov. Ma Consigliere non ha affatto la statura di quell’enorme personaggio, e neanche la tragica irresoluzione di Lafcadio, il gidiano eroe dell’atto gratuito. È soltanto un uomo schiavo della propria mania di grandezza, con cui il tempo (il destino? il fato?) si diverte a giocare, quasi a conferire vivida sostanza ad un aforisma di Eraclito l’Oscuro: «Il tempo è un fanciullo che gioca spostando i dadi: il regno di un fanciullo». E il finale del racconto sembra andare proprio in questa direzione.
«Un libro sta tutto in come finisce. La fine deve essere spaventosa. E ci deve essere un re», disse una volta un oracolante contadino (che non sapeva leggere) a Leonardo Sciascia. E lo scrittore subito notò che quel vecchio agricoltore stava reinventando la tragedia greca, «quella che i suoi pari di più che duemila anni addietro chiedevano ad Eschilo e Sofocle, che ascoltavano negli anfiteatri tra gli ulivi, di fronte al mare». La fine de Il delitto dei giusti è spaventosa. E c’è anche il re: nudo, ma sempre ammantato della sua orribile regalità. Al lettore la catarsi.
UN MONDO PIENO DI RABBIA E DI SOLITUDINI
In tempi come i nostri - di raggelante conformismo e di spaventosa omologazione, di generale impoverimento espressivo e e di involgarimento dei linguaggi -, non è difficile incappare in libri edificanti, celebrativi, da salotto televisivo. Certi altri libri, al contrario, arrivano al lettore con grande difficoltà, e specialmente se contengono storie che fanno male: libri inaspettati e difficili, di demistificatrice attitudine, dalla dirompente carica espressionistica e visionaria, magari pullulanti di voci e ossessioni che animano amarissime e devastanti metafore dell’assenza, di chi o di ciò che avrebbe dovuto esserci, di chi o di ciò che si è perduto, che viene negato. Racconti a vita bassa, della neonata editrice Quarup, è uno di questi libri, nato dalla penna inquieta dell’esordiente Nicola Sacco. Un retablo intriso di colori dalle tonalità forti (a partire dal filo spinato della copertina, corroso dal tempo: un primo piano di percussivo richiamo), distesi attraverso una scrittura magmatica e barocca, ove brulicano alchimie sintattiche, fermentazioni lessicali ed eccitazioni prosodiche, a dar visibilità a malinconie, ossessioni, oscenità. Un polittico che affonda le radici in una Puglia (che Sacco ha nelle viscere) contemporanea e ancestrale al tempo stesso, in cui si resta “abbacinati dalla luce improvvisa e violenta” che “fa rimpicciolire gli occhi”, o si è prigionieri di un’afa spietata, in una “terra bruciata” da un’atavica e irrisolta siccità (per cui si arriva anche a pregare una “madonna delle autobotti”), da un sole implacato (”plasma che sgronda, fuoco che scioglie in sangue”) che riarde le stoppie delle desolate periferie di Bari, e scioglie l’asfalto di Marcianelle e dintorni, dove una “strada di edifici fatiscenti e lerci è soffocata dagli odori del carburante del caldo umido di giugno, delle scarcioffecoibisi della terra non scrollata dei vestiti dei senegalesi”. E qui l’autore dà voce alla rabbia (che ampiamente pervade questa scrittura), al rancore, al dolore, al lutto, alla gioia pazza, al sesso frenetico squallido e perverso, al sesso rigenerante ed esaltante, all’impotenza, al sordido… Per confrontarsi con il male, con la disperazione; e dipingere così un guazzabuglio inestricabile entro cui il lettore è costretto a volare basso, accanto a protagonisti di esistenze sbagliate, difficili, monche, spesso avvelenate da bassezze o cattiverie gratuite. Personaggi irredenti (banalmente etichettati, da certi sociologi, quali vittime del sistema), vividissimi e iperbolici, con tratti di bestialità; personaggi che avvertono tutto il peso della solitudine, e che animano un romanzo a più voci allestito con una partitura teatrale. Apre un prologo, in cui si rapprendono e cristallizzano lo scenario dell’azione e alcuni degli attori (Dàniel, Michelino, Giada; bambini cui viene negata la possibilità di essere figli, o che vivono in un condotto fognario e chiedono l’elemosina, o che finiscono per soccombere in giochi infantili di allucinata crudeltà). Seguono vari episodi, ove si vanno incastonando le vicende di altri attori. Come quelle di Ninì Ingannamorte, stralunato conducente di un autobus-destriero (che egli maniacalmente cura, “slavandina tantissimo”, e insieme al quale definisce “Un grumo di dolore a quattro ruote che viaggiava su e giù, avanti e indietro, per strade provinciali”), di un “carrozzone paleotramviario” che scivola fino al capolinea di Marcianelle, fino alla “violenza della fine della storia”, cioè a quella terra bruciata che ancora “incuba mine” (antiuomo), e dove, per gioco, “la mano di un bambino colpisce duramente il corpo di un altro che tenta di scappargli via”.17 Dic 2008 Nicola



