via gràl - le torsioni dell’anaconda
1998 - Campi uno, due e ter
Il due novembre, come sempre ogni due novembre, la gente s’andava raccogliendo attorno ai propri cari defunti, affluendo placidamente alle tombe. Folte comitive o sparuti capannelli, ma anche commosse solitudini, raggiungevano il proprio tumulo di riferimento per immergersi quindi nella ciarla dei più svariati argomenti. Si accosciavano sulle pietre, bivaccavano, si intrattenevano in oziose conversazioni.
Una donna, dopo aver appeso la sua borsetta a un ramo di cipresso, attaccava a parlare di un tale di sua conoscenza che ieri sera se n’era andato senza salutare. E coi suoi anziani famigliari ne faceva un caso infuocato.
Un uomo in giacca a vento rossa, con un velo di torba in faccia, i lineamenti rifatti dalla dispepsia, recava un mazzetto di semprevivi coi gambi avvolti nella stagnola e sforzandosi di sorridere raccontava a un manipolo di parenti quanto avesse mangiato pesante la sera prima. “Mamma santissima!”, andava ripetendo ogni volta che uno sbuffo da reflusso tipico lo ingrippava.
Si alzava, in definitiva, dal cimitero qualcosa che non mugghio di dolore bensì murmure di cazzeggio poteva ben dirsi. A conferma del tacito e generale convincimento che discorrendo in quel luogo, in un pigro e più o meno amabile cicaleccio, se non un disteso consuntivo quanto meno dei suoi minuzzoli potevano pervenire in qualche modo ad esser trattenuti presso i cari morti.
La narrazione degli avvenimenti che non li aveva visti protagonisti, o tampoco spettatori, perché né il Signore né in seconda battuta il Fato lo avevano voluto, il semplice racconto anche delle puttanate e una pregevole rassegna di estratti dell’oralità popolare contemporanea, finivano per restituire a questi trapassati, a questa stesa di buonanime, una specie di partecipazione a quella porzione di vita e di storiche circostanze che era loro sopravanzata. Ragguagli dovuti a una parata di ex persone individue.
Poco più in là, su un’antica facciata di loculi edificata sul finire dell’ottocento, e per questo ingiallita dal secolo e passa che era trascorso, un vecchietto più nodoso dei suoi conterranei e coevi ulivi picchiava ripetutamente il suo bastone sulla lapide di tale Cirone Antonia 1904 – 1991. Con una voce decrepita, come doppiato dall’oltretomba che pure lo accerchiava, la ricopriva di insulti: “Bastarda! Io te lo dicevo e tu non mi hai mai voluto ascoltare. Bastarda di una bastarda!”. Imprecazioni che più che suonare come blasfeme eccitavano l’ilarità dei visitatori più vicini alla scena.
Una scena che Innocenza Sblendorio conosceva a memoria poiché non di una prima bensì di monotona replica trattavasi.
Innocenza, una signora sulla sessantina dagli occhi nero carbone, i capelli grigi occultati da stratificazioni di color ruggine, chioma a tinte fosche, a far visita ai suoi morti era riuscita a trascinarsi per la prima volta in assoluto sua figlia, poco più che trentenne, Vita Maria, castana slavata, la testa oltraggiata dall’alopecia (areata multilocularis), parimenti slavati gli occhi, stirati gli angoli della bocca.
Attraversavano, madre e figlia, i campi uno e due con il loro contenuto di sepolture ben tenute, ben curate: tombe con recinzioni in ferro battuto, invece che una banal lastra di marmo aiuolette fiorite a castella, pungitopi e siepine squadrate di giustezza, epigrafi pretenziose di vite specchiatissime vissute quanto meno nella concordia (mai nella viltà!), nel ben fatto, nell’altruismo, nello spirito di servizio e nella filantropia (mai nella fottuta egolatria!), nella virtù e nella proporzione di forma e sostanza. Innumerevoli le statuette scure di padri pii, alcuni a grandezza naturale.
“Pastorelli di un presepio di ’sto cippo funerario”, si ricordava di aver letto Vita Maria sul Cavalletto, giornalino di provincia su cui si esercitava un cronista locale a suon di articolesse. Così, di questo titolo, Pastorelli di un presepio etc., etc., l’elzevirista aveva voluto fregiare una sua inchiesta su alcuni disservizi del cimitero comunale.
Per la verità, tutto un camposanto ben acconcio, ruffiano di preghiere incise nel marmo, ovali a smalto e pagelline ad alta definizione, ciò nondimeno immemore della voragine che gli correva di sotto. Tutta sovrastruttura. D’altra parte come poteva non essere sovrastruttura questo binomio di tendoni in pvc sorretti da un complicato tirantaggio e uniti da una passerella? Era il fedele calco di uno dei luoghi dove una coppia di ragazzetti qui seppelliti si cacciava nottetempo a ballare fino allo sfinimento. E prima di sfinirsi le sinapsi erano periti i loro corpi, maciullandosi nella più banale delle stragi del sabato notte. Altro che sovrastruttura, la necropoli, l’architetto del comune doveva esserne persuaso: tensostruttura!
Le due donne sfilavano davanti a questo modernariato funerario di torri d’avvistamento, ponti levatoi, fossati del castello, fortilizi, portoni bugnati, conocchie, gasometri ed ex gasometri.
“Lo vedi quel cannone?”, chiese Innocenza a sua figlia indicandole un pezzo d’artiglieria tipo guerra di secessione americana. “Lì ci sta quel tuo compagno della scuola media.”
“Lorenzo!”, realizzò subito Vita. E si ricordò di come le capitò una o due volte, intorno ai quattordici anni, di essere arrivata insieme a lui, in due su un Ciao, fino al mare, a primavera appena iniziata, nell’ansia di essere i primi dell’anno a fare il bagno. E lei il bagno però non lo fece, nonostante le insistenze di Lorenzo che la richiamava con larghi gesti delle braccia già immerso nella broda adriatica. Quello gridava dài, che aspetti, vieni o no?, che sei venuta a fare sennò?, e lei che non se la sentiva proprio di scoprirsi, di mostrarsi mezza nuda. Anzi, era stata certissima sin dalla partenza improvvisata in motorino, che sarebbe rimasta seduta a un chiancone proteso nel mare e niente più. In fondo le bastava essere lì, a guardare Lorenzo felice come un bambino che giocava a sbattere le mani sull’acqua e a provocare la spruzzaglia.
Era una delle tante amicizie che Vita non aveva saputo o non aveva voluto coltivarsi. I loro destini presto si biforcarono fino a perdersi completamente di vista, e più tardi si seppe che Lorenzo s’era fatto partire la tettoia. Un tardo figlio dei fiori, capellone e sudicio, buttato a torcersi nell’alcol e nelle canne – girava voce che sapesse farne di sesquipedali - fino a pagare a caro prezzo la rincorsa al sogno di un’esistenza da mito del rock.
“Si soffocò nel suo stesso vomito”, disse Vita.
“Come il polipo si cucina nell’acqua sua stessa”, ne scolpì l’epitaffio Innocenza.
Ecco le due donne passare oltre tutto questo, muovere verso il confine perimetrale, imboccare la breccia aperta nel muro di cinta e approdare al campo ter.
Il campo ter era l’orrore che giungeva come un forcone che si pianta nello sterno.
Adibito poco tempo prima, strappato alle campagne adiacenti, rettangolo tre di sepolcri abborracciati, disposti in file irregolari a dir poco, all’ombra stenta di mandorli, ulivi e fichi. Mica pioppi o cipressi. Erbacce, cespugli, rami secchi e spine: una densità arbustiva da favorire le nidificazioni della peculiare avifauna del luogo; un microclima da sottoporre a vincolo idrogeologico. Persino paludoso in alcuni tratti, il campo.
Un cumulo di frasche da scostare magari con un piede costringevano ad un avanzare circospetto fino a che non si schiudeva allo sguardo, finalmente, l’allocazione di Ivano Germinario: un’approssimazione di tomba che gridava ancora vendetta.
“Hai visto dove me l’hanno messo?”, gemette la madre.
Nell’assenza di una manifesta reazione, si mise a fissare il volto di Vita Maria nell’attesa di vedere tracciarsi nella sua espressione un qualsivoglia effetto. E però dell’indecenza che indignava sua madre a Vita Maria non fregava proprio.
Di suo padre non affiorò granché di ricordo. Vita si sforzò di capire che effetto le stava facendo fronteggiare il sepolcro del papà per la prima volta da quando era morto ma non le riuscì di pensare a nulla di particolarmente significativo. Anzi, per lunghi minuti non le riuscì di pensare proprio a niente. Solo sentiva abbastanza chiaramente qualcosa bruciarle le labbra. Niente di cui sua madre potesse accorgersi. Allora si mise a riconsiderare meglio l’impercettibile evento: era qualcosa che tornava a bruciarle le labbra. Tornava. Da un passato remoto e dolce. Dal sogno della bellezza. Dal passato da sogno remoto in cui, forse ancora bambina, il padre le diceva di essere bella, bellissima. Con le sue dita maschie tra i suoi capelli ancora tutti al loro posto, lui la rassicurava della sua bellezza. Nonostante il parere contrario di molte delle sue amichette passate, lui si faceva garante dell’avvenenza di Vita. L’unico a farlo.
Adesso non sapeva se era per il rigurgito di quegli scampoli di vita con Lorenzo, o per la musica riveniente dalle parole dell’amato padre, che i Pooh si erano messi a suonarle nella testa, a parlarledel mondo fuori, dei miei pensieri, e io dovrei … ma spiegami contro di me che cos’hai … aspettare che una donna diventassi tu … noi due nel mondo e nell’anima … la verità siamo noi.
Le piacevano i Pooh, ascoltava solo quelli. Poi a profusione le vennero in mente quei pantaloniUniform che non si sarebbe mai levata sugli scogli a mare, una colonia di sorcioni che sfilava e scompariva in un anfratto nella roccia, il suo conseguente inorridire, il papà che le gonfiava i braccioli e i primi depilé.
Da quando era morto Ivano, Innocenza si era recata, imponendoselo, ogni mattina al cimitero. E nel giro di qualche mese le era diventato un luogo familiare come pochi. Avrebbe potuto percorrere i viali ad occhi chiusi, recitare a memoria la sequenza dei nomi sulle tombe, identificare ogni nuova inumazione; avrebbe saputo individuare all’istante il minimo mutamento nel paesaggio che le era ormai consueto, quale poteva essere una smuratura per estumulazione da concessione scaduta. Anche di questo campo ter, discarica abusiva di quattr’ossa, intollerabile nello stato in cui si offriva al visitatore, conosceva ogni buca e ogni sentiero percorribile, sapeva dove mettere i piedi per schivare rovi, spine e stagnazioni putride, vi si muoveva sicura e agile. Il camposanto era il suo elemento, il suo luogo d’elezione anche col terreno in estreme condizioni. Orientamento spiccato e praticità di movenze acquisiti rapidamente, braccia e gambe frenetiche ma determinate, mai dei movimenti a vuoto, essenzialità dei gesti, sguardo schermato dalle lenti fotocromatiche incastonate in una montatura circolare di grana grossa, gambaletti neri al polpaccio che lasciavano scoperti pochi centimetri di carne pallida sotto il ginocchio, come una promessa di oscenità. Nelle sue operazioni un’esattezza che Vita Maria non avrebbe mai sospettato. Portava dei manicotti di pelliccia sulle braccia ossute e spigolose, manicotti che combinati col suo golfino a ricami animalier gialli e neri, apparivano come le ricoperte di fitta peluria di un insetto volatile.
Dopo aver rinunciato a capire cosa passasse per la testa di Vita si rimboccò i manicotti, estrasse il ciuffo di crisantemi abbastanza patiti dal portafiori, stese per terra un foglio di giornale con la foto di Bill Clinton in primo piano per posarvi i gigli freschi appena comprati, cavò via il coppino di rame dal sostegno e andò spedita verso la ciambella del tubo di gomma dove attingere l’acqua che doveva servirle per il ricambio.
L’operazione dell’avvicendamento floreale era ormai stata completata e Vita Maria era ancora lì, indecifrabile, a fissare uno scempio di sepoltura muta, appena l’iscrizione del nome e della data di morte, senza neanche la foto. Di Ivano.
La madre trovava di non avere altro da fare. Decise che non c’era più niente altro da fare: non pulire, non aggiustare, non rimboccare le coperte come talune di là, nel cimitero legale, sembrava facessero. Poiché prendersi ancora cura di quel sepolcro significava solo fare finta.
“Meh, ciàaaaa …”, biascicando prostrata salutò il marito e girò sui tacchi risoluta ad abbandonare il campo ter.
Più lenta nei riflessi, Vita indugiò ancora qualche istante davanti al padre, rendendosi conto di non avere più tempo di pregarlo, e neanche di salutarlo come meritava. Si voltò a guardare la madre che a passo spedito si reinfilava nello squarcio del muro e si dirigeva verso il settore soppalcato.
Innocenza credeva di intuire lo spiazzamento che doveva aver colpito Vita Maria venuta per la prima a trovare il papà sepolto. Era convinta che fosse impossibile restare indifferenti. Attoniti e senza parole magari sì, ma indifferenti proprio no. Non si poteva non trovare rivoltante quell’avvilente sistemazione, per quanto provvisoria – almeno così le avevano detto i funzionari del comune.
“Sepolto in terra sconsacrata”, la fomentava poi Corrado. “Si è attentato al nostro diritto funebre. Seppellire papà in una tale discarica …”
E lei più rimuginava più non si poteva bere il sangue. Elucubrava su questa ricovera morti: un’insolenza che avrebbe finito col costringere Ivano a vagare come un’anima dannata.
“Non si propizia così il suo viaggio nella vita ultraterrena.”
Innocenza aveva da ridire su molte delle cose che riguardavano Corrado, ma non su queste parole, non sulla posizione che suo figlio aveva preso a proposito della sistemazione del genitore.
Corrado era alla ricerca di un suo personale modo di guardare alle cose e impiegava in ciò un linguaggio talmente stereotipato da sembrare anomalo, finendo coll’alimentare un sentimento rovinoso in seno alla madre. Infatti, c’era del morboso in quello che si dicevano l’un l’altra, in quello che Innocenza tornava a riferire incessante e ossessionante pure a Vita: “Resterà tra noi il dannato padre vostro. Come un fantasma. E resterà per tormentarci fino a che non avrà avuto degna sepoltura. Fino a che noi, noi non avremo trovato il modo di farci rispettare”.
“Se lo lasciavano a te almeno ci facevi una simpatica tovaglietta di plastica!” Le gridò dietro Vita Maria presagendo le congetture materne e a queste reagendo platealmente.
Innocenza si arrestò di colpo.
“Ma che dici?” S’irrigidì. “Ma sei normale?” disse girando con veemenza su se stessa e sottolineando rabbiosamente la normalità. Restarono qualche secondo a fissarsi con occhi pazzi entrambe, anche se quelli di Innocenza non si vedevano, nascosti come erano dalle lenti affumicate.
“Dài, muoviti!” Riprese il suo cammino. Aveva subito recuperato il suo severo contegno, nella convinzione di dover sorvolare su quelle strambate filiali. Però, però, queste strambate cadevano sempre più frequenti, e sempre più popolate di grottesco, sempre più vibranti di delirio,.
“Andiamo a salutare i nonni”, disse Innocenza senza più voltarsi.
Come un imenottero si librava da una carcassa per planare su un’altra.
Dai nonni ci stava anche l’ascensore per salire alle due corsie soppalcate che, viste dall’alto, formavano un’acca in stampatello maiuscolo. E il tratto centrale che divideva le due gambe più lunghe corrispondeva alla bocca con la rampa delle scale. Queste scendevano fino anche sotto terra per altri quattro metri dove ci si poteva perdere in un dedalo ombroso e gelido, agglutinato di celle e volti negli ovali e luci perpetue a illuminare le traiettorie dei percorsi possibili.
Al piano più alto invece un lindore altoatesino sul quale splendeva pure il sole, sebbene fosse solo quello sfilacciato d’autunno.
L’ossario: un sipario di loculi dalle dimensioni ridotte, ben curato, pulito anche per terra, colori vivaci di fiori tumidi o plastificati a ravvivare la lunga fuga prospettica delle due pareti; pareti alte, ciascuna delle due costituita da venti file di celle, foto negli ovali e luci perpetue. Qui stavano gli Sblendorio. I coniugi Sblendorio, in una fotografia in bianco e nero.
La scala semovente si afferrava dalle sue impugnature e si faceva scorrere parallela ai morti fino a quando non era in corrispondenza del proprio caro. Davanti ai suoi genitori così composti e ben allineati, diversamente da come le accadeva presso suo marito Ivano, Innocenza riscopriva puntualmente quali e quante preghiere snocciolare.
Al termine delle sue orazioni, sempre rivolta ai suoi genitori, quasi invocando un loro aiuto, aggiunse questa volta qualcosa di strano, una chiosa inquietante.
“La vedite a chesse?…Ce tene ‘ne brutte destine, chiamataville!”.
Che tradotto in lingua intellegibile era: “Vedete questa figlia mia? …Valutate: se ha un brutto destino, chiamatela a voi”.
Innocenza Sblendorio, impaniata nella sue vesti, la testa affiorante da un mare di pelo che ondulava al soffio di un vento demente, e Vita Maria Germinario, insabbiata in maglina fluttuante, adesso se ne stavano venendo via dal fastello di croci.
Sull’autobus che le riportava verso casa la ragazza tentava una protesta.
“La preghiera potevi farla per te.”
“Mica ho detto qualcosa di male”, diceva Innocenza, malcelando il suo stesso nome.
“Come se fossi una fallita.”
“Ti stai sbagliando, mi dispiace ma ti stai sbagliando.”
“Come se tu non fossi una fallita.” Vita lo disse squadrando la madre seduta al suo fianco, con occhi selvaggi.
“Vitina, ti sto a dire che non lo devi neanche pensare.”
“Che cosa?”
“Che io, tua madre, nientemeno!, possa dire una cosa per il male di mia figlia.”
“Ma lo dicevi per te. Perché devi dire una preghiera per gli altri? Ma guarda questa, guarda … ma stai un po’ zitta”
“Non voglio sentire più niente. E basta! … Mo’, lei deve dire a me ’stai zitta’. Ma vedi di stare tu un po’ zitta. Ma ti sei vista? È così che si viene vestiti? E i capelli, i capelli, cristomoi!, cosa aspetti ad aggiustarteli? Datti una riguardata, Vitina, che io mi vergogno a uscire con te.”
“Che poi, scusa, che differenza ti fa che sia seppellito in un posto anziché in un altro.”
“Se non sai che cosa è adeguato al nostro rango è meglio che te ne vai con la madonna.”
“Vattene tu con la madonna!”
Stava diventando una lite furiosa. Nessuna voleva smetterla di replicare: Vita Maria continuava a opporsi borbottando che non capiva, proprio non capiva, mentre Innocenza era talmente fuori di sé che se non fosse stata su un mezzo pubblico, invece di stritolarseli tra i denti gli insulti a sua figlia, le sarebbe andata sulla voce, e avrebbe ruggito lei: “Zitta! Carogna! Stai zitta, brutta carogna!!!”
1998 - Tra La Euripoltrone e il desinare
Per spingerli nel bosco la madre faceva in modo che i figli vi intravedessero legna e bacche da cogliere.
Quando arrivava la domenica mattina Innocenza li teneva sotto pressione.
“Corrado, raccogli i tuoi trenini, su. Vita non uscire conciata a quel modo, aggiustati quei capelli, cambiati quella maglia, non lo vedi che fai schifo?, su. Ho chiesto al negozio se ti volevano prendere.”
“Quale negozio?”, chiese Vita incredula.
“CandidiCorredi.”
“Scusa ma se un lavoro ce l’ho già, mi dici che cazzo vuoi ancora?”
“Ma quale lavoro? Ci vuole proprio una faccia di culo per chiamarlo lavoro. Vai a sciacquare i cessi, te ne rendi conto?”
“E con ciò? Porto lo stipendio a casa.”
“Non è adeguato al nostro rango. Chi me lo doveva dire a me di avere una figlia che fa la sciacquina? Vedi di farti vedere in quel negozio.”
“Oh, me l’hai fatto di nuovo. Ma sei scema? Ma chi cazzo ti dà il permesso?”
Innocenza guardava sua figlia e più si scorava. La compativa e si deprimeva.
“Non ho bisogno del tuo permesso e anzi, a questo punto sai che ti dico? Meglio. Meglio se non ci vai a lavorare in quel negozio. Non pensare che mi piaccia che tu ti fai vedere in giro. Ti devi aggiustare, sei trascurata. Te le devo comprare io le scarpe?”
“Sei una stronza”, disse Vita a sua madre.
“Mi permetto di dissentire”, disse Corrado, fino a quel momento tutto intento a tagliuzzare legnetti per le traversine dei suoi binari.
“Tu prenditelo nel culo!”, inveì Vita.
“Guarda che linguaggio”, disse mamma Innocenza. “Ma fuori di casa fai così?”
“Certo che faccio così.”
“Non troverai mai la tua anima gemella”, disse Corrado credendo di interpretare il pensiero della madre.
“È logico, guardala, sempre più babbiona, con questi vestiti larghi larghi, i capelli che non se li vuole aggiustare, non vuole fare una cura per quei capelli. Con chi deve trattare? E chi mai la vorrebbe trattare?”
“Mamma, guarda che io la cura la sto facendo.”
“Il farmaco non è tutto. Ci deve essere anche la tua reazione”, sdottorò Corrado.
“Mi pare che tu non vuoi guarire”, infierì Innocenza. “Mi pare che stai tanto bene così, a fumare e bere caffè, fumare e bere caffè. Sei proprio scorrotta. Ecco quello che ti dico, che sei una scorrotta.”
“Mamma”, le interruppe ancora Corrado, “ma a tuo avviso cos’è più importante: il carisma oppure i soldi?”
“Ma che vai cercando, tu altro, adesso?”
Corrado era convinto che ci fosse sempre una certa stazione della conversazione a doppio binario e a medio traffico di domande. A bruciapelo.
“Potrebbe non entrarci affatto. Ma solo in via del tutto apparente.”
“Ma che vuoi?”
“Che tu mi risponda.”
“Ce cazze te ja responne?”
“Sono più importanti i soldi oppure è più importante il carisma?”
“Ma tu guarda ce cazze de domande?! Le solde! È chiaro. Certo devi essere pure tu un poco … come posso dire … che ti devi dare un tono, ecco … ma le terroise”, Innocenza fece frusciare pollice e indice davanti alla faccia di Corrado, “senza de chisse non se vaje a nescieuna vanne.”
“Mamma, allora secondo te sono più importanti i soldi o l’amore?
“Ih, allore cusse jè tutte sceme! L’amore non esiste. Dimmi a me chi è quella femmina che vuole stare con uno senza soldi.”
“Allora, mamma, secondo te sto agendo correttamente?”
“Ciaite staje à doisce?!”
“Dico, faccio bene a preoccuparmi che sia più importante prima professionalizzarsi?”
“Meh, Corrà, vatte à còreche!”
E pure il convoglio di Corrado fu mandato a parcheggiarsi molto bene nello scalo merci.
Voleva essere a tutti i costi metodico e ordinato ma quando ebbe finito di modellare polistirolo espanso con un taglierino, non si curò minimamente delle scorie che aveva lasciato sparse per tutto il pavimento della sua stanza; si rialzò e andò ad aprire un tiretto del comò alla ricerca di un indumento pulito da indossare.
“Mamma, ma le rube non me le hai lavate?” disse a voce a alta sentendo Innocenza affaccendarsi nel corridoio.
Corrado era uno che si sforzava di non deragliare, di parlare in modo estremamente corretto e accurato una lingua che però non esisteva nella realtà intorno a lui. E tuttavia quando diceva “robe” chiudeva molto la O.
“Quali robe?” Mamma Innocenza si affacciò nella stanza.
“Le maglie intime.”
“E come non te le ho lavate? Stanno tutte belle, piegate nel cassetto.”
“Ma quelle hanno un cattivo odore. Ma sei sicura di averle lavate?”
“Ih, e che sono pazza io a metterti la roba piegata e non lavata nel cassetto?”
“Il fatto è che emanano un tanfo. Ma tu imposti il programma quattro?”
“Cristomoi! Uagliò, pensa a campare, che tanfo e tanfo?! Ha fatto il naso fino, il signorino …”, e chiudeva l’argomento, Innocenza, come al solito cercando umiliazioni da infliggere. Una capacità inesauribile di tappare le bocche che avevano da eccepire qualcosa sul suo operato facendo ricorso a un personale repertorio di stroncature micidiali.
Eppure mamma Innocenza lo gabbava bellamente. Per esempio, proprio le robe di cui Corrado si lamentava non le lavava. Per meglio dire, non gliele lavava come avrebbe dovuto.
Corrado all’inizio sentiva che qualcosa non andava. Ai tempi in cui un relè mentale ancora gli si eccitava, il puzzo lo avvertiva tutto nell’infilarsi una nuova maglietta intima. Era come se quella maglietta di cotone fosse stata zuppa di sudore, asciugata, reintrisa di sudore e riasciugata. Però non era mai arrivato alla conclusione che i lavaggi poteva farseli lui: troppo poco indipendente, troppo audace l’iniziativa per un figlio venuto su nel velluto innocentino, abituato a pendere dalle labbra materne, a farsi servire e riverire, a non saper fare a mezzo neanche una pagnotta per sbattervi dentro una svenevole fetta di salamino Milano. Neanche quello si sapeva fare da solo, figurarsi la lavatrice.
La lavatrice poteva farla sua sorella Vita Maria. Questa una volta gli sembrò una buona idea.
Lei chiusa nella sua stanza e lui che le dava una voce da dietro l’uscio.
Venne ad aprire la porta, di uno spiraglio appena, quel tanto che bastava per far sapere di quella sua faccia sempre più sbattuta, di quelle occhiaie livide in fondo alle quali gli occhi smaniavano ancora giovani.
Per un istante l’attenzione di Corrado fu catturata da uno scomposto svolazzo di capelli. Quasi che avesse bisogno del riporto sul biancore del cuoio capelluto.
“Devo chiederti una cortesia.”
Vita aspettava che continuasse.
“Me li laveresti tu, anche a mano?” Il fratello le stava mostrando un graveolente involto di calzini, mutande e magliettine intime.
La sorella le mostrò un aitante dito medio impennandolo dal pugno. E in aggiunta gli sbatté fragorosamente la porta sulla faccia.
Per un po’ di tempo convisse con un certo scetticismo ma in capo a qualche mese, facendoci il naso e una ragione, perse pure quello. E infine non avrebbe mai scoperto quel che realmente combinava sua madre. Innocenza metteva sì la sua biancheria in lavatrice, ma non vi aggiungeva alcun detersivo né, figurarsi, l’ammorbidente. Lasciava i panni a risciacquarsi col programma più breve e niente più. Questo il motivo per cui gli indumenti di Corrado avevano accumulato nel tempo il fetore di sudicio.
Corrado indossava una sciarpa rossa sin dall’inizio dell’autunno, quando ancora i venti provenienti dai quadranti meridionali incendiano i polmoni e fomentano incendi per le macchie mediterranee, per poi andare avanti con quella fino all’estate inoltrata dell’anno dopo. Quando lui era in casa poi, l’abitudine era quella di lasciarla posata a cavallo della spalliera di una sdraio in cucina.
Di fuori posto in cucina non c’era solo la sciarpa. C’erano maglioni e golfini e scialli che nessuno aveva l’accorgimento di rimuovere dal punto in cui erano stati sciattamente abbandonati, spesso a strati sulle sedie: scialli aggrovigliati, asserpolati sul divanetto da due sempre in cucina, lasciati a riposare e a crescere come materassi liberati dal sottovuoto, a fermentare con tutte le esalazioni di soffritti e stufati. In più c’era Vita Maria che in cucina, a parte farsi una caffettiera via l’altra, ci fumava le sue troppe Pall Mall.
La sedia a sdraio era stata la preferita di Ivano ma da quando lui non c’era più era stata eletta a trespolo di Innocenza. Ad altezza della testa presentava una chiazza scura che, col tempo, si anneriva sempre di più. Innocenza vi si assopiva un’ora al mattino, una al pomeriggio, e una a tarda sera davanti alla tv, con la nuca abbandonata sulla spalliera. Ogni volta che lo faceva, quindi, quella zazzera a tinte fosche effettuava il suo rilascio di colore: sudava e trasferiva color ruggine sull’imbottitura della sdraio.
Era quello il tanfo che scaturiva dal collo, dai panni, dalle maglie intime e dalla sciarpa rossa. Quello che si poteva nitidamente percepire qui, puntando il naso proprio qui, sniffando questa chiazza bruna di una sedia a sdraio, ad avercene voglia, stomaco e curiosità. Era sudore di testa. Puzza di testa. Questo definiva esattamente tutti gli altri odori che la persona di Corrado si portava in collo.
Così col tempo, tutti in quella casa avevano finito per fare il naso ai puzzi che ci si portava poi all’esterno. Quando Corrado aveva da uscire, passava da ultimo proprio in cucina e dalla sdraio si ritrovava spesso a dover sollevare delicatamente la nuca di un vecchietto assopito oppure quella di mamma Innocenza, dovendo sfilare la sua sciarpa rossa cacciatasi sotto le loro collottole, utilizzata dai dormienti come spessore morbido a guisa di cuscino.
Puzza di testa anche sulla sciarpa. E Corrado aveva smesso di farci caso.
Strutturato regolarista, pareva all’inseguimento di principi articolatori di un mondo. Almeno, il suo mondo.
Corrado stava perdendo il sonno per una faccenda di binari e bordini delle locomotive, un’incompatibilità che gli avrebbe quasi certamente causato problemi di circolazione. Per questo, ogni volta che di notte si metteva a letto aveva preso a leggere il vocabolario. Credeva che scorrendo le parole una dopo l’altra, coi loro significati, sarebbe riuscito a dimenticare almeno momentaneamente i problemi di calcolo e di scala e di scartamento ridotto che lo assillavano e gli impedivano di fare passi avanti nella realizzazione del plastico. Sperava in questo modo di addormentarsi prima e più facilmente.
Mai però avrebbe creduto di passarci l’intera nottata, sul vocabolario, con gli occhi sbarrati sulla C diconsorella e, subito dopo, di consorte. La prima di queste due parole lo aveva proiettato nel dominio delle cappelle di santanna, sandomenico e sannicola, quel feudo signoreggiato e tanto volenterosamente assistito dalle arciconfraternite, zona di estrema dimora da cui suo padre Ivano era stato momentaneamente, si sperava, escluso e che tanto rancore generava dentro al corpo e alla mente di sua madre.
“I posti sono terminati”, diceva tra sé Corrado, ma poi lo riferiva anche al suo amico più anziano nonché mentore.
“Sono terminati.” Come se un posto al cimitero fosse da tenersi alla stregua della Scottonelle in offerta sui banchi di un supermercato.
Lo aveva pure letto sul giornale di paese che ogni tanto gli entrava in casa:
“Bisogna pazientare, per ora i defunti devono capire. E più che a quelli, uno sforzo di comprensione spetta ai loro congiunti. Si muore troppo e il commissariamento del comune, in seguito allo scioglimento per infiltrazioni mafiose, è un fatto che non agevola l’adozione di quei provvedimenti e la formazione di quegli atti che consentirebbero ciò di cui ci sarebbe davvero bisogno: l’ampliamento del cimitero comunale, ormai al collasso, e quindi, tanto per cominciare, la sua cantierizzazione”.
Solo che il cimitero aveva provveduto a cantierizzarsi da sé e, attraverso l’abbattimento di un pezzo del muro di cinta, era passato ad annettersi parte del fondo di Peppe Lobascio, metalmezzadro una volta serafico, oggi imbestiato. A furia di prendersela con i morti, buttandoli tutti all’aria, convocandoli con comandi brutali e liquidandoli con violenti congedi, Peppe Lobascio aveva finito per diventare un bestemmiatore di prima grandezza.
A causa della C di consorte invece, Corrado aveva maturato quella stessa notte la decisione di comunicarglielo: era in cerca di una persona, di sesso femminile, con cui dividere la sorte.
Lo avrebbe comunicato a quella ragazza che sedeva con lui al tavolo della mensa della Euripoltrone - azienda capofila nel distretto del salotto in cui Corrado lavorava già da anni, assunto in contabilità grazie all’interessamento di suo zio Felice Sblendorio, sei ore la mattina e il pomeriggio sempre libero e tutto per sé. Avrebbe preso il coraggio e lo avrebbe fatto. D’altronde se lei veniva e sedersi sempre lì dove stava lui una ragione doveva pur esserci, quindi era giusto che lo facesse, che si decidesse a rompere il ghiaccio, che si presentasse finalmente, con nome, cognome e credenziali. La mensa dell’azienda come la stazione di interscambio che sognava per il suo plastico.
E conversero verso lo stesso tavolo, queste due misteriose carrozze, anche quel giorno che Corrado si sentiva stracco, reduce dalla notte passata a fissare inebetito la C di consorte e di consorella.
Lui trenta anni, capelli ricci, neri, radi e unti, lunghetti dietro. Un manto di forfora che copriva costantemente le spalle e il collo della sua giacca. Un naso che sarebbe stato regolare se non fosse stato troppo grosso e fitto di larghi punti neri, pori grassi e capillari rotti; e questa ragazza bruna, col naso adunco, un occhio più piccolo dell’altro che le sbalestrava l’espressione, un caschetto nero che non le donava sul volto allungato. E il culo sformato.
Si conobbero davanti a un piatto di fagiolini per lui, e uno di patate lesse per lei.
“Sei una nuova assunta?”, le aveva domandato Corrado.
“Stagista.”
“Che titolo di studio hai conseguito? Economia?”
“No, ingegneria commerciale. Due mesi fa.”
“Ti troverai bene alla Euripoltrone, vedrai. Io sono diplomato in ragioneria. Ti dispiace?”
“E perché dovrebbe dispiacermi? Un momento però …”, Marcella scoppiò in una risata. E disse: “Sono buoni i tuoi fagiolini?”.
“Squisiti. Spero pensi lo stesso delle tue patate. In ogni caso, io sono Corrado.”
“Piacere, Marcella.”
1998 - Marcella Cardascio
Anche se la stretta di mano non era stata delle più vigorose, Corrado le piacque subito; una di quelle persone a cui avrebbe artigliato i piedi sotto il tavolo, intrecciato gli arti e gli altri organi senza por tempo in mezzo. Ben presto Marcella cominciò ad almanaccare su un eventuale accoppiamento, immaginando che poteva esserci un’intesa sessuale animalesca, all’incirca.
Ma dovettero trascorrere ancora altri giorni, molte volte dovettero ancora beccarsi in pausa pranzo, al servizio ristorazione, prima che Marcella potesse arrossire lusingata per un complimento finalmente esplicito da parte di Corrado.
Lui le disse che aveva una bella chiostra di denti, di un eburneo strepitoso, e che gli sarebbe piaciuto godere più volte al giorno di quel sorriso.
Lei aveva chiesto scusa ebu che?
E lui le aveva spiegato ebu che.
Pranzavano seduti allo stesso lato del tavolo e lei approfittò di quelle che riteneva parole pur sempre audaci per farsi più vicino e cercare un contatto fisico che le mancava da troppo tempo, attenta a non dar troppo scandalo verso gli altri commensali ma, come una gatta che si strofina alle gambe di un uomo, imprimendoci una buona dose di carnalità, nervi e libidine.
Fu quello il momento in cui scoprì il fetore di Corrado.
Eppure, a combinare il disastro, di cui Corrado neanche si accorse e rispetto al quale dovette restare per sempre inconsapevole, non era stato propriamente quel cattivo odore, rappreso - e neanche tanto rappreso visto non lesinava disgustose zaffate a movimenti menomamente bruschi - sui panni di Corrado e sul suo collo, ad allontanarla. Bensì quel termine. Quell’espressione piovuta un po’ incongrua e dissonante. Un invito a desinare insieme, talvolta, col suo assenso.
Il sesso era una specie di porto franco nell’esistenza di Marcella, perché voleva goderselo, e perciò beneficiava di una forma di extraterritorialità nella cartografia in cui lei si rappresentava il mondo e il genere umano nel loro dover essere. Il momento genitale era quindi sottratto alla personale giurisdizione che lei aveva apparecchiato per tutte le altre fattispecie della vita e per quelle situazioni che con ogni probabilità potevano verificarsi nella sua sfera d’azione e di fronte alle quali, possibilmente, non doveva mai farsi cogliere impreparata.
Solo che se avesse fatto sesso con Corrado se ne sarebbe pentita, lo seppe bene dalle ultime battute di quell’approccio farraginoso, e non tanto per quell’odore sgradevole che gli aveva riscontrato e di cui avrebbe fatto fatica a liberarsi anche quando avessero finito, poco male per quello, quanto piuttosto perché subito dopo avrebbe avuto bisogno di attaccarsi al telefono con qualcuno che lo conoscesse, per chiedergli informazioni e cercare di capire se Corrado era normale oppure no. Marcella era semplice e schietta. Talmente lineare che davvero aborriva ogni deviazione dai circuiti prestabiliti, demonizzava ogni incrinatura, rifuggiva tutte le storte linee.
Perché c’erano quelle crepe nelle persone e nelle cose, non in tutte ovviamente, che si aprivano all’improvviso e che, anche se si richiudevano in un baleno, ti avevano comunque dato il tempo di lasciarsi spiare all’interno offrendo uno scenario che alcuni indagavano con curiosità, ma che altri invece, e tra questi lo sguardo di Marcella, scrutavano con uno struggimento di terrore per il solo fatto che si squadernava per qualche raggelante istante una dimensione sconosciuta al loro mondo, di solito pienamente intellegibile.
Ora Corrado l’aveva invitata a desinare insieme, talvolta. Col suo assenso, s’intende.
A questo punto Marcella dovette avere una specie di rivelazione. Quel modo di esprimersi la colpì come un’illuminazione: il suo assenso Corrado avrebbe potuto ficcarselo dove non poteva sbagliarsi.
Non fu ondivaga; non si comportò come una che voleva fare solo la dolcemente complicata al cazzo. No. Aveva fatto di tutto per evitare equivoci di quel genere. Dopo aver sentito quella frase, con il desinare, aveva all’istante deciso che tra di loro non avrebbe potuto esserci altro che l’amicizia, e se c’era caso neanche quella. Glielo disse fuori dai denti, chiaro e tondo.
Consumato quel pasto, pertanto, Marcella fece in modo che non capitassero occasioni di incontri extralavorativi.
Si incrociarono qualche altra volta, fugacemente, quando lei doveva lasciare il suo ufficio per richiedere delle carte alla contabilità e, viceversa, quando era Corrado a fare ricorso all’ufficio delle risorse umane per documenti che servivano al suo ufficio contabile. E niente altro.
1998 - L’ispido e la carcassa
Un cancello marcio di ruggine annunciava un lungo viale ottenebrato da una giungla di enormi piante abbandonate all’incuria più completa, rovi sterpi e tralci invasivi, in mezzo a cui spiccavano dei gotici mastodonti del regno vegetale: tre giganteschi pini neri lasciati a levitare negli anni e a spandere ombra tutto attorno. Il sole alto sui borborigmi della vita cittadina, fissando una provincia dalle budella in disordine, la vedeva bene questa macchia scura di vegetazione che impeciava la terra e la forava come un buco nero.
La villa era cacciata in fondo al viale e scopriva, di tanto in tanto d’in tra il fitto frascheggiare, i suoi due piani di intonaco cascante: due scatoloni di cemento posti uno sopra l’altro in maniera sfalsata, non combacianti. Il primo, un piano rialzato, era disabitato e mostrava tapparelle abbassate di sghimbescio, sfondate in più di un punto, e altre finestre coperte di assi inchiodate. I tre vivevano quindi solo al piano superiore di un malmesso edificio in fondo ad un viale ai lati del quale premevano altre ville: case basse, imbiancate a calce più compatta, edificate durante il ventennio fascista e che spesso, a voler frugare con spirito d’inchiesta, risultavano appartenenti se non a una stessa persona, almeno almeno a una stessa famiglia. Tutte queste davano sulla strada coi giardini e con i cancelli grandi, una strada che disegnava un impercettibile curvone parabolico e veniva tagliata da stradette in cui, per il solo fatto di esser laterali e minori, pareva che fosse consentito a certi di posteggiare le macchine nel bel mezzo della sede stradale. Se altri aveva da passare con la sua, di macchina, accettava come costume ormai consolidato la seccatura di andare a citofonare ai vari interni del circondario per chiedere di chi fosse l’autovettura che ostruiva il passaggio e se per favore potevano spostarla prima che gli saltassero i cinque minuti. Allora veniva fuori uno che chiedeva scusa, hai ragione, o uno che ti diceva solo un minuto, rientrava nella sua casa e tornava dopo un quarto d’ora, come se nulla fosse, oppure ancora uno più incazzato dell’automobilista bloccato che, inalberando punte perotti tatuate a tutto corpo, si metteva a ringhiare: “A ccioine a’na zembaje le cinghe meneute ah!? A taje o a maje?” E dopo aver agitato minacciosamente mani inghirlandate da ditone nere da gommista faceva segno che potevi andare adesso, scasare, sì però a marcia indietro.
Su un lato della via principale, per un tratto di cinquanta metri si susseguivano casa di Beatrice, il viale più profondo di casa Germinario e un’altra casa bassa di un colonnello dell’aeronautica in congedo. Quindi una traversa che chiudeva l’isolato e ne apriva un altro. Quest’ultimo cominciava con una palazzina degli anni sessanta disposta ad angolo: sei piani che riuscivano a guardare proprio su casa Germinario. La palazzina vegliava su casa Germinario. Dal quarto, quinto e sesto piano si poteva godere un’ottima visuale dell’abitazione di Innocenza in ragione del fatto che la casa di questa non era allineata a quelle altre che pure si compiacevano di dare l’uscio direttamente in strada: grande comodità questa quando passa la processione e la puoi guardare anche da dietro i vetri. Casa Germinario era molto più indietro rispetto alle altre, cacciata in fondo al budello alberato, come se strizzata dal cemento tutto attorno avesse trovato una via nella vena finendo per sfogarsi più giù, nei recessi dell’alveo, nascosta alla strada dall’antistante, orrido parco. Essendo quindi arretrata di quei buoni trenta metri rispetto al fronte delle altre abitazioni, non coperta da quelle, rientrava perfettamente nel campo visivo di chi, guardando dai piani più alti della palazzina anni sessanta, si ritrovava a imbattersi negli spostamenti dei membri della famiglia che l’abitava.
Con le belle giornate ormai alle spalle quella dimora trasaliva in tutte le sue colonne portanti ad ogni gettata di tramontana. Rabbrividiva in ogni suo mattone e ne trasmetteva l’inquietudine all’osservatore del quinto piano della palazzina ad angolo: un ragazzo che appostandosi dal pomeriggio alla scrivania presso la finestra, spiando tra le fronde dei pini fino a sera, poteva scorgere di tanto in tanto le sagome dei Germinario nel chiarore proveniente dai vetri della cucina di quella casa di fronte. E quasi gli pareva di sentire l’acciottolio delle stoviglie o il gracchiare di un Amstrad ventotto pollici sintonizzato sempre su una rete locale che trasmetteva quotidianamente, in una lunga striscia pomeridiana, il programma La morte in differita.
Poteva vedere in lontananza le figure di quelle persone sfilare dietro la loro finestra, a volte affaccendate, altre più oziose. Spesso erano al telefono: una donna piuttosto anziana dai capelli a tinte fosche, una più giovane ma con una brutta cera che dava l’impressione di essere complessivamente piuttosto male in arnese. Sempre una sigaretta tra le dita aveva la ragazza, un po’ discinta e un po’ con pochi capelli. Più raramente ci capitava il ricciolino alla finestra quando anche a lui serviva di telefonare. Dovevano aver collocato il ricevitore proprio sul davanzale interno.
“Ora la devi chiamare”, disse mentre si portava la tazzina di caffè fumante alla bocca.
“Tu dici?” Corrado si rigirava il cellulare tra le mani coi gomiti poggiati sulla tovaglia plastificata a motivi di fichi spaccati .
“Assolutamente, ragazzo. È l’ora.” Guardava fuori dalla finestra. C’erano un furore di pini sbattuti dalla prima tramontana dell’autunno.
“È giunta l’ora di rifarlo. È questo che vuoi dire?”
“Ragazzo, dèstati. Devi riprovarci. Fanno sempre così.” Il vecchio seduto al tavolo della cucina, di fronte a Corrado, aveva dei modi bruschi. “È abbastanza normale. Ne so molto io, tante ne ho sentite, fidati. Fanno sempre così, è un modo per stilare da subito, da uno a dieci, la pagella di quanto si sentono desiderate. E loro vogliono dieci, sicuro e certo che vogliono dieci sulla scala dell’appetenza. Tu, ragazzo, ora come ora sei a nove. Non devi mollare proprio adesso. Valle sotto ancora qualche volta, almeno un’altra, e fai dieci.” Indicò il numero dieci con tutte e due le mani aperte, agitandole e rivolgendo a lui i palmi.
Corrado s’era convinto di doverlo stare a sentire. Un brivido di eccitazione gli si scaricò giù dal collo rameggiando per il resto delle ossa. Ma poteva essere anche il freddo. Le ore di insolazione erano diminuite, il bel tempo del giorno prima si era sfrangiato con la notte e le prime nuvole, e adesso, alle quattro del pomeriggio le ombre si slargavano oleose e buie come le potenze buie. La temperatura si abbassava ora dopo ora.
“Va bene”, fece Corrado rassegnato. “Al massimo conosceremo il disinganno dell’amore.”
“Eeeeh, già all’amore sei arrivato?” Il canuto minimizzò quell’espressione pomposa. Il fatto era invece che Corrado era proprio arrivato al disinganno. Alla D di disinganno
“Muoviti, fai quella telefonata.” Si stirò le vesti sulle gambe per poi alzarsi verso la caldaia. La predispose su inverno. Attraversò la cucina, trascinandosi nei suoi sandali. Dentro i sandali i piedi erano avvolti da calzini bianchi. Passò dietro Corrado, curvo, coi gomiti sul tavolo e le dita che stavano appena decidendosi a comporre un numero sulla tastiera del cellulare.
“Giusto. Chiama dal tuo cellulare. Non sia mai che poi tua madre venga a farti delle storie per aver chiamato dal fisso. E poi è meglio così comunque.” Un bonario scappellotto sulla testa riccioluta provocò una scrollata di forfora sulle spalle di Corrado. Il vecchio raggiunse la parete opposta a quella della caldaia e fece scorrere la ghiera del termostato fino a che la freccetta non indicò i ventidue gradi. Uscì dalla cucina per non interferire nella conversazione di Corrado e, a maggior discrezione, chiuse silenziosamente la porta dietro di sé. Andò alla stanza del ragazzo e per poco non inciampava nel plastico di una stazioncina dalla quale si dipartivano un paio di binari che però presto si interrompevano, monchi. Sul comodino c’era lo Zingarelli e un segnalibro tra le pagine settecentodue e settecentotre: disingannativo / dislalia. Disingannativo, disingannatore, disinganno. Poidisingranare e subito dopo disinibire: togliere le inibizioni. Un moto di soddisfazione salì dal suo sangue in perenne ebollizione e un sorriso si allentò nella regione tra le gote cave e la mascella barbuta. Un manto di barba dura, non uniforme, non troppo cresciuta, non lanuginosa, non tutta bianca. Corrado aveva pensato più volte a quelle chiazze di peli duri sulle guance del vecchio, le associava alla chioma ingiuriata di sua sorella Vita, quella testa spelacchiata in più punti, lanuginosa, anche se su di lei i capelli, laddove resistevano, erano certo più lunghi e non certo duri come quelli di una barba.
Smorto. Odore di sudore smorto. Puzza di smorto. Marcella non avrebbe saputo dirlo diversamente. Anzi, avrebbe dato una spiegazione ancora più oscura se avesse lasciato libero corso al gergo paesano: come ti posso dire, sai, quella cosa di chiuso, di robe accafagnate, quell’accafagnamento …?
Appena arrivava la chiamata di Corrado rincrudiva in lei quella sgradevole sensazione, una cosa che proprio non sopportava. Nelle sue intime cavità insorgeva un profondo sentimento di ripulsa, quasi che il puzzo tornasse a molestarle le vie respiratorie e, così facendo, azionasse un dispositivo automatico di rifiuto di chiamata.
Marcella rifiutava le chiamate di Corrado.
Giorni dopo il fallito tentativo di avvicinamento che c’era stato sul lavoro le era capitato di incontrarlo un’altra volta per strada e Corrado aveva ben pensato di informarla: “Sto andando a far provviste”. Invece di fare banalmente la spesa e parimenti banalmente invitare qualcuno a cena, lui parlava diprovviste e di desinare. Così la traiettoria che dal sentore delle provviste conduceva alla certezza di smorto olezzante, passando per un improponibile invito a desinare, sbatteva infine contro un banale rifiuto. Contro l’opponibilità di un pollice sul tasto rosso di un telefonino.
Costringeva Corrado a incassare chiamate rifiutate da uno scatto di ripulsa. E lui nemmeno se l’immaginava che quella chiusura fosse addebitabile allo smorto che si portava in collo né tantomeno al suo parlare avulso. Quel suo parlare era la foce che finalmente si apriva a mare di un siero tossico lasciato colare lungo tutto il corso delle sue controrotaie mentali, passando sulle irregolarità del profilato, aggirando cerniere e problemi di conduzione elettrica. In parte era anche il frutto della consulenza di quel vecchio che gli teneva compagnia, il quale ricavava qualche suo discreto piacere dal puntellare piuttosto che dal corroborare quando non dal contraddire in radice le convinzioni che Corrado si andava formando sulla vita e su come questa dovesse essere agita. Per tutto ciò, quindi, Corrado non ebbe, né mai prima aveva avuto, né mai avrebbe avuto in seguito alcuna percezione dello strano risuonare che le sue parole acquisivano negli orecchi del mondo normale. Parole comedesinare, provviste, conseguire un titolo, consorte e quant’altro avevano un potere enorme sulle persone inquadrate o tutte di un pezzo, un potere malefico, tra l’altro a totale scorno di Corrado: il potere della parola che, per il solo fatto d’essere inconsueta e fuor del contesto, fa dubitare dell’igiene mentale di chi la proferisce. Il potere delle parole che mettono paura, che terrorizzano, che inducono chi le ascolta a guardare l’interlocutore di sbieco, con circospezione, sulla difensiva, con l’ipotesi della fuga sempre tenuta da conto, cioè ben rimpiattata nell’anima come un demone pronto a balzar via.
Vita Maria fumava in piedi mentre guardava La morte in differita nel televisore sul mobiletto in noce quando Corrado entrò nella cucina mentre ancora si sistemava la patta dopo essere stato in bagno.
“Puoi lasciarci soli, per cortesia?”, le disse lui.
Vita Maria sgranò gli occhi, schiacciò la sigaretta appena accesa tutta nel posacenere e uscì dalla cucina sfilando davanti a Corrado, continuando a fissarlo con quello sguardo sorpreso e angosciato insieme.
Al fruscio dei movimenti di Corrado il vecchio si risvegliò improvvisamente.
“Comunque”, disse Corrado, “ho pocanzi effettuato quella chiamata.”
“Ah, ah, bene. Dimmi, allora.”
“Ho interrotto la comunicazione subito dopo aver inoltrato la chiamata. In una frazione di secondo sono stato assalito da un interrogativo inquietante.”
“Vai avanti.”
“Ho pensato a cosa sarebbe successo se dall’altra parte avessi trovato una persona ben disposta, pronta a una relazione stabile con il sottoscritto.”
“Embè?”, s’irrigidì il vecchio.
“Ho intravisto uno scenario terrificante”, disse Corrado immaginando una inutile, anzi nociva sovrapposizione di percorsi.
“Ma va.”
“Vero è che nella vita bisogna svoltare, ma io sento fortemente questo pericolo.”
“Scusami, benedetto ragazzo, ma quale pericolo? Non ho mica capito.”
“Quello di dover bussare a denari.” Fece una pausa, come per figurarsi la situazione. “Cosa che mi mortificherebbe. E farlo con mia madre, poi …”
“Mi stai dicendo che vuoi aspettare ancora?”
“Credo che sia giusto prima professionalizzarsi nella vita e io non ho ancora adempiuto del tutto a quello che considero un precetto essenziale.”
“Precetto preesistente alla famiglia, è vero, Corrà?” disse il vecchio a coglionare.
“Senz’altro preesistente.” Corrado non colse.
“Ti stai buttando via.”
“Credo di aver fatto la cosa più giusta, invece.”
“Bah!”, dubitò il vecchio stirandosi le vesti.
Corrado si accoccolò in uno scenario di tratte ferroviarie che potevano e dovevano viaggiare senza alcuna necessità di incrociarsi, in maniera del tutto separata. Anzi avrebbe tratto giovamento da questa situazione: svolgendo i due percorsi tranquillamente indipendenti uno dall’altro la costruzione e la manutenzione del suo diorama ne avrebbe sicuramente beneficiato.
Andò ad armeggiare dietro la testa del vecchio. Gli sfilò come di consueto la sciarpa rossa che, ripiegata più volte, veniva adoperata come guanciale.
“Senti, ragazzo, dove vai ora?”, si informò quello accennando a rilassarsi nuovamente .
“Esco, faccio un giro in macchina.”
“In cerca di qualche altra coniglia, spero.”
“Ho delle provviste da fare.”
“Sei un chiancone, lo sai questo, no?
“Mi servono delle lime.”
“Lime? Per le unghie? Non mi dire …”
“Devo rastremare.”
“Le unghie?”
“Il fianco interno delle mie rotaie.” Ma pensò anche che fosse pure arrivata l’ora di una buona manicure. Non gli sarebbe dispiaciuto farsi riaggiustare le mani visto che taglierine e aghi utilizzati per la costruzione degli scambi gliele stavano rovinando.
“Torni presto?”
“Stavo pensando ad un giro largo.”
“Tanto per sprecare benzina.”
“Lo sai, mi ascolto la radio in onde medie mentre guido.”
“Senti, prima di uscire, ti posso chiedere una cortesia?”
“Per servirla”, scherzò un po’ stoltamente Corrado.
“Ho freddo. In questa casa fa freddo.”
“Strano, il riscaldamento l’hai acceso tu pocanzi.”
“Sì ma io non riesco a scaldarmi.” Si strofinava le mani e ci soffiava sopra.
“Tempo al tempo.”
“E poi c’è quest’altra cosa: che mi si spacca la pelle sul dorso delle mani. Si aprono taglietti sulle nocche, guarda qua, guarda. Tutte arrossate le mani.”
“Sono alterazioni cutanee. Visto che qui la temperatura è sempre adeguata ai mutamenti climatici non saprei a cosa imputarle.”
“Non sei sincero.”
“A ben considerare propenderei per problemi di circolazione.”
“È possibile. Non sono altro che un vecchio.”
“Devi assumere polivitaminici.”
“Stammi bene … Non ne prendo medicine. Mai prese, non comincerò adesso per due geloni delle mie rotaie.”
“Può anche essere un fenomeno dovuto ad escursioni troppo violente dell’organismo tra una bassa e un’alta temperatura ambientale. Quando vieni dall’esterno e ti vai a lavare le mani non devi usare solo l’acqua calda. Devi dosare meglio.”
“Ma io questo lo so bene, non sei tu che vieni a dirlo a me, ora.”
“E allora?”
“E allora, e allora … secondo me è proprio che c’è qualcosa nell’acqua che non va. Non so, è come un’acqua troppo dura. E rovina le mani. Dovreste far venire qualcuno, fargli dare un’occhiata alle tubazioni.”
Corrado impiegò ancora qualche minuto per spiegare al suo amico come l’acqua dura poteva essere dovuta alla presenza di calcare nelle tubazioni o come poteva anche darsi il caso di un’alta presenza di nitrati nell’autoclave. E divagando aggiunse che, in taluni casi la ragione di un’alta presenza di nitrati nelle falde acquifere, per fare un esempio, era da individuare addirittura nella presenza di qualcosa in putrefazione; perché la terra, di per sé, è una combinazione di fosforo, azoto e potassio. Se vengono rilevati nitrati allora la terra è in pericolo: putrescenza. Carcasse.
Corrado sapeva di queste cose perché temeva l’acqua ad alta concentrazione di nitrati come neanche l’australopiteco il fuoco primordiale ed era per esorcizzare le sue paure che si metteva anzi a pontificare che per certi aspetti era un bene questo imputridimento perché bisognava smetterla di disorientare il sistema immunitario attraverso un’igiene spinta, poiché i loro corpicini - proprio così li chiamava: i loro corpicini - sono abitati da anticorpi, ai quali se non si dà qualcosa da aggredire, ti mutano dentro e ti espongono a eritemi e dermatiti e reazioni allergiche.
“Sì, va bene”, concluse il vecchio, “ma adesso, prima che te ne vai, non è che mi puoi procurare un paio di guanti di lana?”
01 Apr 2011 Nicola


