Nicola Sacco » festa della mamma

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festa della mamma

Da “Passaggi”

festa della mamma

fioretti in merda

Ora cisterna ora lucerna sono le stazioni nel mio cammino. Mi ci fermo quando s’impegna la notte a smaltire il torrido estivo. Nella casupola spersa tra gli olivi un bimbo morto; dalla finestra giunge un chiarore ed il pianto.

Cristo aiuta gli artisti.

Al risveglio campane a morto, vipere guizzanti tra le pietre. L’impietosa luce senza più contorni, dilatata dalla furia martellante delle cicale.

Ché quelli di fuora ci pensano da per loro.

Me ne torno al paese per vedere come è venuto il mantello nuovo di sant’Anna. Sotto porta Centanime, in una viuzza tutta pisciata, pestano a sangue un ritardato: la carna triste non la vòle Criste.

altri spot, diario di un giullare timido, festa della mamma, funghi patogeni, la miglior vendetta, le torsioni dell'anaconda, letteraria, minimi sistemi, riflessioni su due ruote, riquaderni dal carcere

sisifeide

la lingua non si staglia sullo scrimolo per proclamare la sua costernazione abbaiando alla sconcia italia. ci arriva appena, spolmonata e ascetica, sfiancata dalle impervie rampe. slombata la lingua che impara a “morire in bici”. s’acceca e si spaura quando che è al sommo, sicché la vertigine la ributta indietro. ricacciata giù per lo stesso versante appena scalato, tutta rovesciata e rattorta, ellalingua riattacca l’erta del dire le cose, ora anfanando ora cantando, quando imbestiando quando ricamando, ma sempre alla caccia della migliore adesione alla realtà (andata in fuga). non ha il gusto della pesca nel torbido perché non è ruffiana né cialtrona né puttana. la mia lingua. RAVB era cognazione d’affetti coi via di testa. e lo stesso l’Anaconda. sarà per il pessimismo di una visione della vita in salita ma almeno è costretta a ricercare la migliore funzione espressiva dei mondi che sceglie di narrare. ben altro che scrivere per mondadori! nevvero, saviano? nevvero, piccole editrici autodistruttive, fresche fresche del nuovo imperativo di mimesi mondadoriana?
nel momento in cui la lingua raggiunge la vetta sa che ha appena un attimo per gridare la sua invettiva congestionata, che poi non ha più tempo e deve rotolare giù a “svolgere il compito cui è stata chiamata” (direbbe qualcuno).
che fa lo scrittore, ancorché scrittore civile? non affronta l’arte di dire le cose, bensì l’erta di dire le cose.
e scusate se sono nicola sacco

altri spot, festa della mamma, le torsioni dell'anaconda

Pater pa(r)tito

Ci sono momenti che sembrano scoccati appositivamente a inveramento del detto ‘nella vita nulla accade per caso’. Adesso imperversa il Padre, trattato con guanti(ni da zarevic) a certi piani alti del ‘romanzo’, e più modestamente affrontato anche dal sottoscritto in chiave prevalentemente patologico-ossessiva. “Di sepolcri, di sepolcruli!”, si potrebbe strillare. Si potrebbe strabiliare. E il tema di far riposare in pace i nostri morti si rovescia sempre nell’inconscio e maldestro tentativo di far riposare in pace le nostre vite hic et nunc.

Questi momenti sembrano comporre il catologo ragionato dell’anaconda, un mondo di solito molto più irragionevole, dove poi ogni cosa cade a fagiuolino occhipinto. Discettando di padri può capitare di passare all’esegesi dei patronimici. Un cerchio blu infinito, e in lui un astro… però sarebbe più un matronimico, e spirituale. Si prega di non andare a pescare tra le maglie blucerchiate l’esemplare tipico di devoto a San Nicola. Già fatto.

Ma le curiose ridondanze fioccano. La Grande Madre Penna che rinomina i suoi toy boys ha visto al cinema il manga in 3D Astro boy?

E vogliamo parlare poi di questi animali e piante, così somiglianti ad esseri umani, che paiono travasarsi da un’opera all’altra?

in questi momenti il mondo interlacciato può diventare una vertigine fatale. Letale per chi legge.

festa della mamma, la miglior vendetta

novità e altri ippopotami

AI NONNI, AI PAPA’, ALLE MAMME!!!

VENITE A VISITARE LA SUPERNOVITA’: L’IPPOPOTAMO CHE CANTA LA CANZONCINA ‘AUIMBAUE’.

Il mantra gracchiante veniva dall’esterno, quella mattina di Piero. Un megafono su una macchina che girava intorno alla villa; una voce malamente elettrificata si affievoliva man mano che si allontanava oppure tornava più forte quando la macchina indugiava sotto casa. Un punteruolo devastante di voce, quella mattina. Roba che tra Piero, Giovanni e l’ippopotamo si rischiava di spappolarsi le tempie. La ripresa sorda della pena in clamore.

VE LO CONSEGNAMO GIA’ FUNZIONANTE, COMPLETO DI BATTERIE A SOLO TRE EURO.

È BELLO. È L’IPPOPOTAMO ZE’ FILIPPO.

È BELLO DA REGALARE, MORBIDO DA ACCAREZZARE.

È BELLO.

È UN REGALO PER MASCHIETTI E FEMMINUCCE.

L’IPPOPOTAMO CHE CANTA ‘AUIMBAUE’.

È BELLO DA APPENDERE IN MACCHINA. È BELLO DA METTERE IN CAMERETTA.

È BELLO PERCHE’ SI PREME IL SACCHETTO E CANTA LA CANZONCINA.

È BELLO.

È L’IPPOPOTAMO ZE’ FILIPPO.

festa della mamma, la miglior vendetta

Carta di caramelle

La materializzazione di quell’essere umano in fila allo sportello della stazione mi stava strappando sciami d’odio. L’avevo visto il giorno prima, per un istante ma tanto è bastato perché quegli occhi, quel capello, quel giaccone di renna si piantassero in croce nella testa. Legno marcio e scheggiato con un giaccone di renna appeso ad esso per i peduncoli cerebrali. Mi sentivo stampelle di legno nella testa. Una corrente densa e oleosa convogliata interamente dentro all’immagine di quell’uomo: un odio che se ne andava da me e che in me tornava accresciuto del valore aggiunto di quel volto sereno. E se scartavo caramelle il crepitare dell’involucro cartaceo tra le dita mi procurava una fitta dal dolore insostenibile. Poi passava ma mi restava il sistema nervoso crocefisso.

Fiona.

Eh?

Dio sa che stai soffrendo.

Piero quella mattina mandava strilli lancinanti a frantumarsi contro i muri maestri della sua oscurità. Era un buio portante, monumentale. Possente buio del pianto che i medici ancora non si spiegavano. Piangeva fino ad asfissiarsi.

Piero.

‘nghu!

Dio sa che stai soffrendo.

Non sapevo cosa fare. O forse non avevo voglia di fare. M diressi verso il bagno. Ma con lentezza. Poi feci calare la mano brutalmente sulla maniglia e aprii la porta del bagno scaraventando il battente contro la parete laterale. Ci fu in rinculo e sempre fracassando, con una nuova manata, rifissai la porta alla parete. Mi guardava sconcertato, seduto sulla tazza, col Focus tra le mani e i tappi nelle orecchie.

Giovanni.

Sì.

Dio sa che stai soffrendo.

Sì.

festa della mamma, la miglior vendetta

caramelle di lame

 

Mi sono presa tre giorni di malattia. Alzandomi la mattina scopro che la nuova tappa del dolore che colpisce il mio bambino stamane aveva in serbo che la carne si richiudesse sopra il suo occhietto fanciullo. Nel silenzio dell’alba, quando già una debole luce comincia a filtrare attraverso i doppi vetri del mio appartamento, sono stata svegliata da un rumore minimo. Un suono spaventoso a pensarci adesso. Lì per lì non sapevo a cosa attribuire questo rumore, ero nel dormiveglia, ma poi Piero si deve essere svegliato, deve aver capito a modo suo cosa gli era appena successo e ha cominciato a piangere. Piangere? Erano urla disperate. Mi sono alzata di soprassalto, mi sono curvata sulla sua culla e l’ho preso in braccio e nel frattempo scoprivo quello scempio che il Signore gli ha riservato. E capivo atterrita, terrorizzata, che cosa era stato quel rumorino agghiacciante. La carne che dopo impercettibili ma progressivi spostamenti si richiudeva con un ultimo scatto sul suo occhietto chiuso di fanciullino addormentato. Ho sentito una brutta fitta nella bocca, una lima strisciata sui denti.

Adesso rivedo quest’uomo davanti a me. Questo bastardo, lo rivedo dopo vent’anni e proprio non me ne faccio una ragione. Sono tante le cose di cui ho imparato a farmi una ragione. Nel Nuovo Testamento Paolo dice che il dolore non è altro che “il sovrabbondare della gloria in tutte le tribolazioni”, ma io adesso non ce la faccio più.

La lingua è nata per celebrare il mistero del corpo glorioso.

festa della mamma, la miglior vendetta

Carta di caramelle

Improvvisamente mi sono vista uscire da una bolla acquosa e prendere forma. Improvvisamente è iniziata la mia seconda vita.

La sfera è fatta prevalentemente di acqua. Acqua salata ma limpida. Da qualche minuto sulla sfera si è formato un riflesso nel quale è possibile scorgere i tre quarti di un uomo sulla cinquantina, magro, il volto scavato ma l’aria distinta. La sfera rientra in una costellazione di sfere tutte molto simili tra di loro, tutte fatte di acqua leggermente salata. Tutte raggruppate sopra il labbro.

Quando mi sono accorta che mi era cominciato il sudore freddo ho lasciato la fila allo sportello della stazione e sono corsa in bagno per darmi una sistemata. Ho tamponato il sudore con un fazzolettino di carta che ho buttato via nel cestino e mi sono guardata allo specchio con le mani appoggiate sul lavello. Le braccia mi tremavano ma dopo un pò il mio corpo aveva cominciato a trarre beneficio dal contatto con la superficie fredda del piano liscio in cui sono incassati i lavandini. Mentre esaminavo il mio volto nello specchio sono riandata alla scialba immagine di quell’uomo riflessa nello spicchio della bolla. E gli spicchi di ciascuna delle bollicine di sudore che mi imperlavano il labbro mi replicavano l’immagine di quel bastardo in un effetto prisma che ha sancito in via definitiva il mio odio per questa persona. Tutto qui. Prendere atto di questa rinascita all’odio è stato questione di un minuto. Ho dato due colpetti con la mano per aggiustarmi i capelli e sono uscita dalle latrine rovistando nella borsa alla ricerca del cellulare. Le mie dita, come mosse da un estraneo, frugavano agitate tra uno specchietto sbeccato e il portamonete, restavano impigliate tra la pinzetta delle sopraciglia, il mazzo delle chiavi e la lima per le unghie. Il telefonino non lo trovavano mai. Ancora lì tra carta di caramelle, deodorante e borsellino portadocumenti, poi il caricatore del cellulare. infine il cellulare.

Decisi di tornarmene a casa. Composi il numero del mio capo e lo avvertii: mi sono sentita male per strada, non mi sono ancora ripresa, non posso venire al lavoro.

foto di
Fabio Ciampi