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altri spot, diario di un giullare timido

di feste comandate

per il caldo mortale vanno i gomiti contro i gomiti nel buio indie cieco pesto di drum machine e vanno in apparenza di flanella sbalorditi d’umidità ma quanto prometeici nell’ontologia più eighties vanno incontrollati i sessi nelle livree slabbrate contro scrigni caramellati i sessi liquefatti verso l’adriatico mugghiante traverso la messicana cola olidda il ballo la febbre il dolore vanno tarantati romiti salmastri pei cessi colombiani incontro alla morte più petite mentovando estetiche accampando scuse inalberando gioia d’avere vent’anni saecula saeculorum

altri spot, letteraria

Un altro frammento raso terra

L’ultima volta che mi scappò non mi riuscì di riprenderlo con me. Sapevo dove trovarlo ma quando lo raggiunsi lui mi disse che non sarebbe più venuto a stare da me. Non era arrabbiato con me. Era solo che riteneva giunto il momento di andare sulle sue gambe. Camminare sopra i suoi stecchi, dalle tenebre alla luce.

Gli chiesi se c’era ancora un’ultima cosa che potevo fare per lui.

«Tipo?»

«Non so. Devi dirmelo tu. Mi puoi chiedere qualcosa che può servirti nella vita. Qualcosa di utile.»

«Non credo che potresti aiutarmi.»

«Proviamo.»

«Vorrei un asino.»

«Ah?!»

«Hai visto che non mi puoi aiutare?»

«Ma che te ne fai di un asino?»

«Tu non ti preoccupare. Me la vedo io di che cosa me ne devo fare di un asino.»

«Sei proprio sicuro che non ci sia qualcos’altro che possa esserti più utile nella vita?»

«Senti, io tanto tempo fa vivevo con mamma in un organetto, se non lo sai. Può sembrare che non c’entra ma adesso voglio un asino, tutto mio, tutto per me, voglio farne la mia casa.»

Un pastore lo conoscevo. Figurarsi se non conosce pastori una come me, amante della campagna, di tutti i frutti del ventre della terra, delle fave, delle cicorielle, dei cardi selvatici… Meh, insomma alla fine l’asino l’ho trovato, sono andata a prenderlo dalla stalla di una masseria, l’ho pagato una fesseria perché Petruccio tanto non sapeva che farsene più. L’ho montato e mi sono fatta a dorso di mulo tutto il percorso al contrario. Ci ho messo cinque ore ma alla fine sono entrata in città, mi sono immaginata addirittura che potessero accogliermi con le palme benedette e invece ho attraversato un po’ di quartieri tra le occhiate incredule della gente e delgi automobilisti.

Finalmente l’ho visto, e anche lui non credeva ai suoi occhi. Quegli occhi che gli sono presto strabordati di gioia oltre le lenti da sole che portava senza separasene mai. Ha pianto proprio come un ciucciariello, e ho pianto anch’io. Dio solo sa quanto ho pianto.

Tra le lacrime ci siamo salutati.

O meglio, ci siamo detti addio.

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Duecento misti

Nella strada c’era gente che si chiedeva che diamine fosse quella puzza tutta nuova. Molti si lamentavano che era penetrata nelle loro case e che era davvero insopportabile. Bambini che vomitavano. Brizzolati cinquantenni già preoccupati del proprio cuore che scongiuravano eventuali crisi cardiache magari proprio a causa di questo fetore che faceva star male dal tanto che acciuffava allo stomaco. Una donna che quasi abortiva dal tanto che somatizzava. Un grassone che componeva il numero della locale compagnia dei carabinieri. E quando i carabinieri furono sul posto tutti a indicar loro da dove proveniva questo fiato sulfureo. Il bravo giornalista che giurava di aver visto i muri esterni della casa in questione trasudare liquidi fecali, no, seminali, no scusate fecali, fecali. I due carabinieri correvano nel viale, erano sul pianerottolo con le mani a mascherina sul volto e gli occhi irritati se non proprio lacrimanti. Suonavano. Niente. Suonavano e colpivano la porta. Ancora niente. Forzavano la porta e si ritrovavano coi piedi in un pantano scivoloso. Merda. Merda e silenzio. Merda e nessuno. Si lanciavano un’occhiata d’intesa: era successo altre volte di sorprendere intere famiglie in uno stato di degrado simile. Altre volte uomini e froci disperati e condannati da questo paese da incubo si erano ridotti a non uscire più di casa, abbandonandosi vieppiù e finendo con lo smerdare la casa in ogni angolo. Uno dei due carabinieri apriva una porta e scopriva una donna con uno sbuffo di capelli lunghi e grigi soltanto dietro un orecchio, come chi si fosse dimenticato di sciacquarsi via la pro-raso da quella parte, su un materasso completamente abbrunato di dissenteria. Continuando la perlustrazione entravano in un’altra camera. C’era un ragazzo gattoni che sembrava crogiolarsi nella pleplè, a guardar meglio muoveva a rana le braccia per dipartire i liquami densi e lasciare libera una porzione del pavimento sulla quale andava sistemando traversine e regolando lo scartamento tra i binari. Un carabiniere gli premeva due dita sul braccio, a scrollarlo delicatamente.

Corrado aprì gli occhi.

La radio aperta su Uomini e camion e tutto come sempre. Sempre peggio. Solo un potente puzzo di schifo composito che arrivava dalla finestra. Lo stesso che ammorbava la città.

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All Inclusive

La mattina c’è da tornare a carreggiare il bolide. Ninì si riprende che più lemme non si può.

I faticatori alle sei già lo aspettano a Matera, Altamura, Gravina, via via fino a Bari.

Fuori di casa, alle cinque di mattina è finalmente un po’ più fresco. Con bibitoni di caffè in corpo, la cacarella già evacuata in una sciolta, non rimane che recarsi alla rimessa.

Nel suo pullman sono sempre saliti ragazzi innamorati proprio andati, gli stessi che poi a sera rimontano e sui sedili ultimi si mettono a barcagliare con le fanciulle arrapati sditando su patonze appena appena date e cazzi fuori fuori sparati, strappano le tendine di tela già scolorite e si nettano la genitaglia incontinente.

Ci montano su anche signore grosse come quartare coi piedi doloranti ancora prima di cominciare la giornata; ragionieri d’accatto eleganti fino a rasentare l’insensatezza; gli scemi dei villaggi; il controllore che va per travesta e non vede l’ora di confidare al conducente come il pene abbia ormai occupato il territorio; lobbisti, accomandatari, semipotenti, marmaglia a colori di seventy nike, scaramellanti a tutta manetta, brontoloni vegliardi incazzati per chissà quale governo ladro, cinquanta e sessantenni fatti di viagra per molestare i fiorellini che segano la scuola. Ciurma in età da preghiera che oltretutto t’appesta l’aria con le buste spitterranti cavolfiori e focaccione fatte alla carlona e poi sudore copioso a vanificare ogni divieto di fumare, anzi tutti fumati, crakkati innamorati mezzoguitti ridenti cristonanti dropout musigialli tasconati descolarizzati fitusi settuagenari universitari plurisderenati dai docenti spallati e geniali che prima dell’ultimissimo esame ti dicono IN CULO! E via, lasciata la facoltà per anni per sempre per viaggiare sul crocierone di Ninì.

Gli uniposca poi, quelli son sempre saliti da soli, coi loro abbonamenti vitalizi alla società ferrotranviaria, sulle loro minuscole gambettine prendono posto e certosini intraprendono miniature e figurette di cazzi in bocca e cazzi in culo a iosa, poi tante scritte e messaggi tipo GIANNI FERRETTI III C SEI TROPPO SOMMO, U.C.N. W BARI, MARCO È SOTTOPOMPA DA NICLA, CIAO NICLA SAI CHE CI HAI UNA BELLA TECNICA RISUCCHIOSA MA PERÒ TALVOLTA MI FAI SENTIRE I DENTI BY MARCO, MERDOSO DI UN MARCO SAI CHE FAI GRATTA VIA LA MUFFA DA QUEL TUO GLANDE LORDO BY NICLA.

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squadri da ogni lato

lo scopro guardando l’infedele

e a me roberto saviano che arringa la folla del palasharp con queste parole “è arrivato il momento di dire ciò che siamo e ciò che vogliamo” mi manda ai matti, c’è niente da fare.

prendere MONTALE e utilizzarlo a proprio comodo, ribaltando il senso di quei versi inequivocabili e già inflazionati, prima che risultare una faciloneria più afflittiva di uno sloganino veltroniano, mi pare proprio strizzatina d’occhio al pubblico delle più viete. contiene, lo slogan, una somma slealtà verso quelle parole scritte dal Poeta apposta per significare l’opposto di quanto che lo scrittor incerto sfacciatamente recita dal suo trabiccolo amplificato. le cancella impunemente, quelle parole e nel compiere questa precisa operazione brutalizza l’enormità filosofico-letteraria che in Non chiederci la parola meravigliosamente precipita.

e non è da credersi che dopo gli sfondoni su Sciascia e i professionisti dell’antimafia sia nuovamente inciampato.

anzi, se tanto mi dà tanto, saviano si propone come Vate.

se se ne va su questa china, così come lo sloganista slogato veltroni è solo un morto (politicamente) che non ha pace perché non ha ancora ottenuto degna sepoltura, lui come scrittore ci finisce allo stesso modo. e non solo come scrittore ma anche come giornalista.

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Io canto /5

E tanto più dolor, che punge a guaio […]

A tutti quelli che diranno che Hereafter, l’ultimo film di Clint Eastwood, è una cacata.

Intanto è un film che riesce a tenere insieme due cose: 1) la conferma dello schema eastwoodiano qui illustrato; dunque, chi lo ha apprezzato in passato non se ne sentirà tradito. 2) l’originalità. Perché facendo di testa sua, cioè fregandosene come ha sempre fatto, Clint parte da un soggetto incentrato sul ‘paranormale’ e va coraggiosamente a raccontare la sua storia fino in fondo, a interrogarsi su cosa c’è dopo la vita, a esplorare il dolore e la morte. Mettendo in scena la solitudine di un sensitivo capace di entrare in contatto coi morti, con gli strapassati – come dice n’amico mio - , gli riesce bene un controfagotto al pernacchio costante di certa rozzezza atea e materialista. E gli riesce pure con ragguardevole finezza psicologica, senza tessere le lodi di alcuna religione istituzionale. Da vedere e rivedere l’ultima seduta del medium col ragazzino Marcus: sembra un duello alla Sergio Leone, una resa dei conti dove le pistole sono state sostituite dai dolorosi interrogativi esistenziali, e il bello è che sono quasi risolti nel qui e ora.

Intesi ch’a così fatto tormento / enno dannati i peccator carnali, /che la ragion sommettono al talento./ E come li stornei ne portan l’ali / nel freddo tempo a schiera larga e piena, / così quel fiato li spiriti mali: di qua, di là, di giù, di su li mena; / nulla speranza li conforta mai, / non che di posa, ma di minor pena.

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Chill’ e ‘vvive!!!

È da quando mi si è piantato nella chiorba il motivo della morte implacata, o per meglio dire, la fissa per le circostanze in cui si manca clamorosamente di onorare comme il faut (non importa il rito scelto per questo) la cosiddetta dipartita, che vado ragionando sulle conseguenze della mala sepoltura e del complementare ma non accessorio, anzi decisivo e storicamente necessario apporto delle onoranze funebri. Al riguardo, può essere altamente illuminante, e comunque caldamente consigliato, il film Departures (vincitore del premio Oscar come miglior film straniero) il quale ha l’enorme merito, tra molti altri, di ripulire il tema da ogni goticismo (si può dire?) per puntare anzi con forza sull’elemento della tenerezza, ossia su quell’aspetto di inerzia e di totale mancanza di difesa che si può cogliere nella figura di un uomo morto. Se per i vivi diventa possibile, rispetto al momento del trapasso di un loro caro, questo tipo di approccio - e si badi , approccio che non rimuove affatto il dolore - allora essi vivi abbandoneranno ogni pregiudizio, e anche ogni superstizione, verso chi ha fatto una professione delle pratiche di ricomposizione e di vestizione della salma. Vedere nel film quanto amore si può imparare, quanta sapienza (per esempio nel lavare un cadavere) non sarebbe stata possibile in questo lavoro se il tanatoesteta protagonista non avesse imparato ciò di cui ho parlato fino alla noia in questo blog: l’amorevole cura per i morti.

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Si può dire neoneorealismo?

Se il neorealismo cinematografico italiano traeva ispirazione dalle macerie fisiche e morali di un paese prostrato dalla guerra, se succhiava forza propulsiva dalle difficoltà quotidiane derivanti dalla necessità di ripartire da zero in una cornice di tirannica miseria, si deve allora ammettere che il film La nostra vita (2010) di Daniele Luchetti aderisce pienamente e felicemente, cambiati solo pochi fattori, a un genere che mai fu scuola né statuto, che seppe sottrarsi a tentazioni teoriche e che in virtù forse di queste caratteristiche rese grande, anzi sommo, il cinema italiano nel mondo. C’è chi su questo obietta, ritenendo impossibile il rinnovarsi oggi di quella esperienza neorealista perché definitivamente chiusa col superamento delle sventure dell’epoca in favore di una società ricostruita e annessa al benessere occidentale. È vero: allora accadde che si riuscì a raccontare la Grande Storia, appena passata con tutto il suo carico inaudito di boria e violenza e buio, attraverso la cronaca minuta di sciagurate esistenze alle prese con le loro povere cose (poveri mestieri, povere scarpe, molti stracci) e con i loro espedienti, a volte ingenui altre astuti altre ancora geniali; ed è anche vero che per sostenere un confronto come quello che qui istituisco devo passare attraverso le forche caudine di una dura prova: dover dimostrare che il film qui preso in esame condivida col neorealismo del dopoguerra un requisito fondamentale: la dimensione epocale in cui le vicende narrate andrebbero ad inscriversi. Ci provo.

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a ragion veduta

Considerazioni a partire da questo.

Credo sia diventato di tutta evidenza che laddove si riscontri la formula del “presenta un amico” vi sia attività delinquenziale. Che si tratti di vendere materassi o di fistole in succhio con tecnologia N.A.S.A (fiuuuu!); di family banker o di number one; di grano in prestito dagli usurai o di millantati partiti politici (tipo alcuni sedicenti comunisti) - la formula del “presenta un amico”, con tutte le sue varianti di adescamento (molesti porta a porta, numeri di telefono da suggerire, iscrizioni demenziali, etc., etc.) è quasi sempre (mi auguro che sia) pane per i denti della GdF, quando non della DIGOS oppure della D.I.A.

Caratteristica ricorrente in queste organizzazioni criminali (che come quasi tutte le organizzazioni criminali hanno come scopo il far soldi) è la presenza della struttura a piramide. L’adescamento è infatti lo strumento tipico, consigliato o imposto dagli organi di vertice, adoperato dalla figura alla quale viene proposto di scalare la piramide mediante la formazione di cellule base, altrimenti dette squadre o agenzie. Generalmente l’attività viene costituita intorno alla somministrazione di dosi massicce di ‘pensiero unico’ circa l’improrogabilità e l’urgenza di una certa mission (tramite incantesimi a vari livelli, penetrazioni e manipolazioni psicologiche), ma il carico di lavoro per i componenti dell’organismo basico viene ad essere ben presto insostenibile, ragion per cui l’attività s’organizza prevedendo un ricambio continuo delle risorse umane (?) per quel che attiene alla manovalanza più bassa ma altresì confidando nell’abnegazione dei più devoti e fanatici e ipnotizzati. Questi ultimi sono i militanti a tutti gli effetti dell’organizzazione, i quali, all’interno del medesimo gruppo, possono essere all’occorrenza fatti oggetto di umiliazioni abominevoli e gratificazioni fasulle.

Ecco, possiamo dirlo: il potere criminale poggia sul raggiro costante a danno degli stessi uomini che lo compongono per la sua gran parte.

Chi la fa sempre franca invece è il detentore del carisma.

Cherchez le Caro Leader.

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