Archivi per la categoria 'altri spot'

altri spot, letteraria

Il gioco dell’odore

Di pioggia ne era caduta poca e insieme a lei di sabbia ne era caduta invece assai. Questa volta però la conca non si era riempita indi per cui i ragazzetti erano tornati a giocarci dentro. Quel po’ d’acqua che era sgocciolata dal cielo aveva praticamente creato e compattamente steso una patina fangosa su quasi ogni cosa e perciò si poteva star sicuri che le polveri, e i mangimi già sparsi prima, almeno per un po’ non si sarebbero alzati. Oltre quella depressione del terreno, oltre il punto in cui si erano stanziati i bambini coi loro giochi, c’era solo terra bruciata, rottami di ferro, carcasse di automobili e di elettrodomestici assortiti. E nella terra bruciata, si diceva ci fossero le mine. Era terra bruciata. Uno sgangherato cartello segnaletico, posto proprio sul limitare di quella zona, recava esattamente quella scritta: TERRA BRUCIATA. Countinua a leggere »

altri spot, festa della mamma, le torsioni dell'anaconda

Pater pa(r)tito

Ci sono momenti che sembrano scoccati appositivamente a inveramento del detto ‘nella vita nulla accade per caso’. Adesso imperversa il Padre, trattato con guanti(ni da zarevic) a certi piani alti del ‘romanzo’, e più modestamente affrontato anche dal sottoscritto in chiave prevalentemente patologico-ossessiva. “Di sepolcri, di sepolcruli!”, si potrebbe strillare. Si potrebbe strabiliare. E il tema di far riposare in pace i nostri morti si rovescia sempre nell’inconscio e maldestro tentativo di far riposare in pace le nostre vite hic et nunc.

Questi momenti sembrano comporre il catologo ragionato dell’anaconda, un mondo di solito molto più irragionevole, dove poi ogni cosa cade a fagiuolino occhipinto. Discettando di padri può capitare di passare all’esegesi dei patronimici. Un cerchio blu infinito, e in lui un astro… però sarebbe più un matronimico, e spirituale. Si prega di non andare a pescare tra le maglie blucerchiate l’esemplare tipico di devoto a San Nicola. Già fatto.

Ma le curiose ridondanze fioccano. La Grande Madre Penna che rinomina i suoi toy boys ha visto al cinema il manga in 3D Astro boy?

E vogliamo parlare poi di questi animali e piante, così somiglianti ad esseri umani, che paiono travasarsi da un’opera all’altra?

in questi momenti il mondo interlacciato può diventare una vertigine fatale. Letale per chi legge.

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Suite in re minore per clavicembalo

Ho attraversato ridendo le sue memorie, cara Rosa. Ho attraversato, ridendo, il suo dolore. E poi si finisce piangendo perché solo nelle ultime pagine il suo sguardo matura la ‘cognizione del dolore’, e rende umano e comprensibile un uomo che se non fosse stato esilarante sarebbe stato niente altro che mostruoso, cagione prima dello stato di ‘orfanitudine’ della figlia a genitori ancora vivi – da non sottovalutare in ciò anche il ruolo svolto dalla gelida madre. Strabilianti poi le avventure del e col barone di Canicattì, sacerdos esperto in esorcismi fecali.

Strabiliante la Sua penna, che le guadagna (opinione tutta mia, chiaramente) un primato che dovrebbe frustrare in eterno la plebaglia che traffica e sgomita nella repubblica delle lettere. Ah, quella lingua colta che “arremba” la pagina e, aggiungo io,  arringa la storia, cioè le dà forma (suprema) e sostanza (la cucina del cachot praticamente un mondo fatto e finito, e la vitalità negli uomini squillante fino al parossismo) … Del libro oserei dire: il sapere enciclopedico in forma (e sostanza) di romanzo. La scrittura tripudiante che celebrando la resistenza nelle condizioni più impensabili celebra la vita, la Sua vita e quella del padre, dei cani sparati, della scimmia venuta da Agadir e di tutti gli INDIMENTICABILI protagonisti di questo immenso “avantindrè” di saga familiare, sgargiante buddenbrook scoppiettante.

Lei, donna Rosa, ci fa dono di una storia con cui il lettore, io sicuramente, fa grandi gozzoviglie. Non avrei altri modi per definire la mia partecipazione. Si gozzoviglia per 286 sfolgoranti pagine. Si conosce il suo inferno, è vero, ma ci si ambienta molto bene (sarà  l’ironia o proprio le gran risate scaturite). Le frattaglie di una cucina in disarmo, di una bestia, o di un uomo morto, il Padre le usava per divinare il futuro, Lei invece le ha sistemate e animate in un tableau vivant indelebile. Chiuso il libro ci sono due cose che si ha voglia di fare: 1) è stato detto, leggerlo ancora; 2) attaccarsi di più ai nostri affetti.

È un libro che invoca amore per sé, per l’autrice, e non dirò mai: per l’umanità, ma per le persone che abbiamo più vicino, per le persone che abbiamo, questo sì.

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togliemetti togliemetti

Vermeer, Donna che scrive una lettera

La terza è una traiettoria più dolce, una curvatura dell’anaconda che intercetta il volo ipnotico di un insetto necroforo. Lo scambio fecondo è cosa chiara alla pagina 256:

“Mia madre diede via i miei cani; quando morì, morì con i suoi gatti. Un gatto tigrato le stava acciambellato sul petto, quasi stesse covando la sua morte come una gallina. Un gatto siamese continuò a lungo a gnaolare nella sua stanza vuota.”

Tra coloro che leggo come le grandi asciugatrici americane, memento perpetuo all’essenziale, scopro questa autrice di racconti. Ogni racconto è una crosticina sulle pagine che formano il grande ventre bianco di una cagna colpita da mastite a cui hanno dovuto portare via la cucciolata. Dice che con lei si riedita il minimalismo, esistente come orizzonte narrativo solo nella mente di Gordon Lish. Un genere letterario intriso di devozione ai piccoli dettagli, investiti di significati sempre più ampi, che chiede al lettore un supplemento di attenzione, uno sforzo di compenetrazione da intendersi come piccolo sacrificio che verrà ripagato poi da sincera emozione. Eppure questo, quando si è al cospetto di Amy Hempel o della Munro o di Carver, continua a sembrarmi solo uno dei tanti aspetti dell’esperienza letteraria o della relazione che si instaura tra autore e lettore, e come tale non può esaurire la domanda di sistemazione critica dell’autore tra le varie correnti della contemporaneità, né tantomeno sembra sufficiente alla codificazione di un genere se non tramite l’affermazione di verità parziali sullo stile e sul giro della frase, e senza mai sventare del tutto il pericolo di fuorviare clamorosamente i lettori posti di fronte alla scelta di affrontare o meno quel libro. Perché quel che si impressiona sui fotogrammi di Amy Hempel, minimalista a detta di molti, bestiole antropizzate a parte, è un repertorio incredibile di aneddoti, spigolature (una donna del West Virginia ha tenuto in grembo il figlio non nato per più di quarant’anni. Si è calcificato fuori dalla parete uterina. Intervistata dai giornalisti, la donna ha detto: “Finché il bambino rimane dentro di me, non l’ho perso”.), battute ad effetto e colte strambate, che poco o niente hanno da spartire con l’esasperazione del non detto. Resta la struttura, per niente aristotelica, né hegeliana, né soggiacente ad alcuno dei canoni più o meno conosciuti, ma tutta bucata, slabbrata, in definitiva ermetica. Un respiro cortissimo come romanziere e il fiato corto persino come novelliere  per cui è molto vero che Amy Hempel “è tutto nella frase”. Ma quanto sbalordimento si ricava da ogni sua frase?

“Ci ha detto che da ragazzo dava la caccia ai topi, che una volta aveva scuoiato un topo ucciso da una trappola e ne aveva fatto un tappetino in pelle di topo per la casa delle bambole della sorella.”

Ragioni per vivere, Amy Hempel

altri spot

The prestige all’italiana

Non è un film su un capostazione. Non su un pittore. E neppure su un capostazione con velleità da pittore. Non è lui il protagonista.

Le cose non sono mai come sembrano. Questa la chiave de L’uomo nero, dove anche l’uomo non è poi così nero, il padre non così inetto e irritante come appare per tre quarti del film, la provincia pugliese non così ripiegata su se stessa.

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altri spot, diario in pubblico

Marlon sui tubi

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“una sigaretta alla fine dei pasti…”, “fine del pastoo?!”

altri spot, diario in pubblico, la miglior vendetta

L’atmosfera natalizia

Non è un caso che in italiano non vi sia distinzione tra mangiare flash e mangiare meat. L’onorevole coratella cristica, reiterata a nastro, mette d’accordo tutti nella stessa grande abbuffata, cioè nella stessa danse macabre cannibalica. Il piacere lungo della tavola (in molte regioni italiane) non è ancora stato compromesso dal consumismo, dallo spreco e dal troppo di tutto spersonalizzante altrove anche a ore pasti. Perché resiste non in virtù del narcisismo di chi lo coltiva e ne fa a volte un manifesto artistico o s’illude di costruirsi il riferimento estetico del proprio percorso esistenziale - salvo poi, tra una raffinatissima prolusione enogastronomica e l’altra, alzarsi da tavola e abbandonare frettolosamente la compagnia perché ha da cacare; resiste non per questa nuova declinazione del radical chic, rispettosamente biodiversa, politically correct e quasi flexitarian. Tutt’altro. Resiste in ragione dell’odore del sangue, che ancora dà alla testa, alimenta la fame, accresce la voracità come per i pescecani: l’agnello, il cristo, il carne della mia carne, il mio corpo, il sanguinaccio. In tutto questo c’è sovrabbondanza, è vero, ma non è la stessa che caratterizza il bombardamento esasperante di inutili quantità di qualcosa. È piuttosto la sovrabbondante ferocia dell’uomo sull’uomo che si fa rituale, arrosto sacrale del mangiarsi i cristiani credendo di mangiare da cristiani. È una coazione a ripetere i consòli anche lontano da eventi luttuosi, un modo per non rimuovere la morte e anzi per paventarla a giro, di minacciarla più o meno seriamente anche ai commensali. Il settimo sigillo si rinnova nella generose portate che riforniscono il desco, ove ci si segna prima di addentare alcunché davanti a un crocifisso immaginario che non è mai un qualunque crocifisso da arredamento ma è sempre, inconsapevolmente, quello dell’altare di Isenheim, quello di un dio giustamente crocifisso, quello che sancisce la possibilità di una giustizia solo tra egualmente colpevoli. Nella partita a scacchi con la morte le pedine non sono le solite, e non sono neanche pedine umane; sono pietanze umane: ora mangio un pedone, ora un alfiere, il re e la regina, ora mi ti mangio, in un conflitto dall’esito già scritto in cui i vari passaggi sono arbitrati da uno dei due giocatori, il capocomico con la falce. Max von Sydow, l’umano, rompe i coglioni perché fa troppe domande, e non l’ha mai voluta capire che quando si mangia non si parla. Mentre il quarto uomo è troppo lontano per partecipare all’atroce banchetto, e tuttavia non abbastanza da non riuscire a vedere, ragion per cui si limiterà per sempre alle rappresentazioni, che è come dire che è un saltimbanco e farà la fame perpetua, salvando forse così se stesso e la sua famiglia.

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un’idea fissa

Ospitiamo con piacere su questo blog gente che si interroga sulle possibilità che alla scrittura ancora restano.

Si saluti qui l’irruzione pubblica di una giovane critica teatrale alla quale aggiungiamo solo gli auguri per il suo avvenire nella parola scritta.

INDIGESTIONE - NON SOLO D’ARTE - AL KISMET

Liquid Cat: un nome, una garanzia. Di che cosa? Di ironia, provacazione, diversione, creazione e, perché no?, distruzione se necessario. Necessario a cosa? A scardinare gli argini di una cultura addormentata, a darle uno scossone, con l’utilizzo dei mezzi espressivi più inconsueti e disparati. Questa proteiforme entità artistica con base in Toscana, prende il nome da un brodo a base di gatto ed erbe mediche, molto popolare nella Corea del Sud, in virtù delle sue capacità curative contro l’artrite e i reumatismi.

All’interno del festival di teatro e arti visive IRRUZIONE PUBBLICA, i Liquid Cat hanno indetto una gara provinciale di cucina barese, che si è svolta negli spazi del foyer del Teatro Kismet Opera, invitando la cittadinanza tutta a prendervi parte. Il concorso, chiamato ‘Konzum‘, ha contemplato una regolare premiazione:

  • 1° premio: SELEZIONE GRAN GOURMET a cura di THE TRAMP (poliedrico intellettuale, autore di ‘Apulia Coquinaria’ di prossima uscita per la casa editrice ‘Il Melograno’).
  • 2° premio: SELEZIONE CUOCO DELUXE offerta da CHEF LEVANTE (dal 1965 una garanzia nelle forniture per ristoranti e alberghi)
  • 3°premio: RISERVA GAMBERO D’ORO a cura di Emanuele SERPELLI (critico gastronomico e gourmet)

I piatti della gastronomia barese, tradizionali o creativi che fossero, sono stati ‘konzumati’ seduta stante, da un artista che si è prestato a questo gioco: mangiare tutte e cinque le pietanze (baccalà con olive e patate, tartine con paté di olive, risotto al vino con mandorle, due tipi di focaccia barese), ed essere ripreso da una telecamera che trasmetteva le immagini in diretta, su un grande schermo posizionato nel foyer del teatro, con tanto di sedie per chi volesse godersi lo spettacolo. Chiunque si fosse seduto, avrebbe assistito ad una simpatica scenetta: un giovane uomo, con tanto di cappello e tovagliolo bianco al collo a mò di bavaglino, che adagio, quasi fosse investito di una missione, assaporava, gustava, e sul finale, probabilmente satollo, ingeriva a forza, le pietanze che gli venivano parate davanti. A completare il quadretto, sulla umile tovaglia di plastica stampa limoni, una brocca, un bicchiere, e un flaconcino di igienizzante per mani, articolo fortemente inflazionato negli ultimi tempi.

Nell’immaginario collettivo, il Sud è facilmente associato al culto per la cucina e la tavola. I Liquid Cat vogliono esaminare la straordinaria ritualità di questa cucina, ripercorrerne le radici, e scoprire le abitudini più recenti dei baresi a tavola. Questa gran quantità di cibo però, cotto, consumato, digerito, evidenzia la tendenza, tutta moderna, all’esagerazione, al consumismo senza controllo, alla forzatura del limite e allo spreco. Come ne ‘La grande abbuffata’ di Ferreri, la voglia di evasione dei protagonisti li conduce all’autodistruzione, così, oggi, il nostro bioritmo sballato, la frenesia di pasti consumati velocemente e in gran quantità, ci alienano e ci rendono prigionieri della nostra abulia e bulimia. Troppe le pietanze, troppe le forzature alle quali ci sottoponiamo, troppi i messaggi che ci bombardano l’esistenza, facendoci perdere di vista quelli che sono i nostri reali bisogni e desideri. Quello che si legge tra le righe è la necessità di recuperare un equilibrio, di riappropriarsi del proprio sentire, di stabilizzarsi, di contenersi, di rientrare nel limite, e poi semmai, consapevolmente, scegliere di valicarlo.

I vincitori (terzo posto alla focaccia di Rosa Paltera, secondo al baccalà di Anna Lacatena, e primo ‘all’eleganza e alla raffinatezza’ del risotto di Andrea Piterà), hanno ricevuto dei prodotti tipici toscani (olio, vino, pelati, taralli), che fanno parte di un progetto di branding e product placement col quale i Liquid Cat si sono inseriti nel commercio fiorentino a tutti i suoi possibili livelli, con l’irriverenza solita che li caratterizza.

(Sara Tetro)

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parole sbagliate

Guido Montani, col suo libro, è nella cinquina finale di un prestigioso premio letterario del belpaese. Nei giorni che lo vedono alle prese con gli adempimenti della kermesse continua a scrivere racconti come ‘L’uomo degli ombrelli’ e ‘I segreti di padre Rosario’. Ha una moglie e una figlia, delle quali pare non gli importi nulla, perché lui scrive perdendo la cognizione del tempo; può restare a lungo a guardare fuori dalla finestra ma pensando solo alla sua scrittura, può addormentarsi al pc o passare assopito sul divano il resto della notte. Dove viene visitato dai personaggi dei suoi racconti. Racconti dei quali, però, il suo editore non sembra troppo entusiasta, o forse vi è solo indifferente, tutto preso com’è dai giochi e dalle manovre in corso tra i suoi colleghi, i giornalisti e la giuria. Perché Guido Montani pare proprio candidato a vincerlo quel premio. Ma sua figlia non vuole più andare in piscina e allora, visto che ha pagato per tutto l’anno e visto che sa a mala pena mantenersi a galla, decide di prendere lui il posto della figlia alle lezioni di nuoto. Conosce Giulia, l’istruttrice. Guido e Giulia si guardano con curiosità crescente fino a quando lui non le chiede di uscire la sera. Ma Giulia non esce la sera perché deve tornare in prigione. È un’assassina e deve scontare la sua pena. Non si vede ma c’è una lampadina che si accende nella vita di Guido: una nuova interessante storia da raccontare. I due quindi si frequentano, si piacciono, stanno insieme fin sulla soglia della prigione, dove lei quotidianamente lo lascia, per poi ritrovarsi il giorno dopo in piscina.

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