Archivi per la categoria 'la miglior vendetta'

la miglior vendetta

superior stabat samoiedo

che mentre di sopra ha corso le duel au pistolet eglicane avrebbe tutto il tempo di dare una guardata dal pianerettolo nella tromba delle scale e accorgersi che di sotto corre ormai tartarica voragine. se riuscisse a immaginare che buttandosi o venendovi scaraventato probabilmente impiegherebbe diciannove giorni a toccare il fondo vomiterebbe subito sullo zerbino all’ingresso tutta la pleplea attinta all’antiquo celenteron.

la miglior vendetta

attaccati alla sacca - la difesa del Sacco

la pappetta è raccolta nell’antico celenteron e il cane mangia con gusto lappando nel magno sintagma umanide dove la testa è ano scolatoio. sul mobile basso un libro di céline. è il sacrosanto ambaradan della storia, della fine di una storia, della fine della storia, della violenza della fine della storia. adesso si decide chi dovrà provvedere alla manutenzione del candido pelo in insufflato manto, Chi sventerà le sue leishmaniosi. il sacrosanto ambaradan è solo una sofisticata crasi del più che banale caricaturale sangue e merda, più che perfetta categoria dell’iperbole umana. e prima che la coppia scoppi arrivando a disputarsi quarti di cane, eglicane prova a suggerir loro codici civili indirizzandosi verso la ciotola della più pura acqua. la lingua sbatte nell’acqua senza una vera sete da soddisfare. poi eglicane smette e drizza le orecchie agli insulti dei padroni, alle minacce, al calor bianco, agli assalti di varia natura, alle promesse di devastazione.

celenteron si calcificò allo scroto di céline. e al mondo la sacca dello scrittor. come fesso carapace.

altri spot, diario in pubblico, la miglior vendetta

L’atmosfera natalizia

Non è un caso che in italiano non vi sia distinzione tra mangiare flash e mangiare meat. L’onorevole coratella cristica, reiterata a nastro, mette d’accordo tutti nella stessa grande abbuffata, cioè nella stessa danse macabre cannibalica. Il piacere lungo della tavola (in molte regioni italiane) non è ancora stato compromesso dal consumismo, dallo spreco e dal troppo di tutto spersonalizzante altrove anche a ore pasti. Perché resiste non in virtù del narcisismo di chi lo coltiva e ne fa a volte un manifesto artistico o s’illude di costruirsi il riferimento estetico del proprio percorso esistenziale - salvo poi, tra una raffinatissima prolusione enogastronomica e l’altra, alzarsi da tavola e abbandonare frettolosamente la compagnia perché ha da cacare; resiste non per questa nuova declinazione del radical chic, rispettosamente biodiversa, politically correct e quasi flexitarian. Tutt’altro. Resiste in ragione dell’odore del sangue, che ancora dà alla testa, alimenta la fame, accresce la voracità come per i pescecani: l’agnello, il cristo, il carne della mia carne, il mio corpo, il sanguinaccio. In tutto questo c’è sovrabbondanza, è vero, ma non è la stessa che caratterizza il bombardamento esasperante di inutili quantità di qualcosa. È piuttosto la sovrabbondante ferocia dell’uomo sull’uomo che si fa rituale, arrosto sacrale del mangiarsi i cristiani credendo di mangiare da cristiani. È una coazione a ripetere i consòli anche lontano da eventi luttuosi, un modo per non rimuovere la morte e anzi per paventarla a giro, di minacciarla più o meno seriamente anche ai commensali. Il settimo sigillo si rinnova nella generose portate che riforniscono il desco, ove ci si segna prima di addentare alcunché davanti a un crocifisso immaginario che non è mai un qualunque crocifisso da arredamento ma è sempre, inconsapevolmente, quello dell’altare di Isenheim, quello di un dio giustamente crocifisso, quello che sancisce la possibilità di una giustizia solo tra egualmente colpevoli. Nella partita a scacchi con la morte le pedine non sono le solite, e non sono neanche pedine umane; sono pietanze umane: ora mangio un pedone, ora un alfiere, il re e la regina, ora mi ti mangio, in un conflitto dall’esito già scritto in cui i vari passaggi sono arbitrati da uno dei due giocatori, il capocomico con la falce. Max von Sydow, l’umano, rompe i coglioni perché fa troppe domande, e non l’ha mai voluta capire che quando si mangia non si parla. Mentre il quarto uomo è troppo lontano per partecipare all’atroce banchetto, e tuttavia non abbastanza da non riuscire a vedere, ragion per cui si limiterà per sempre alle rappresentazioni, che è come dire che è un saltimbanco e farà la fame perpetua, salvando forse così se stesso e la sua famiglia.

festa della mamma, la miglior vendetta

novità e altri ippopotami

AI NONNI, AI PAPA’, ALLE MAMME!!!

VENITE A VISITARE LA SUPERNOVITA’: L’IPPOPOTAMO CHE CANTA LA CANZONCINA ‘AUIMBAUE’.

Il mantra gracchiante veniva dall’esterno, quella mattina di Piero. Un megafono su una macchina che girava intorno alla villa; una voce malamente elettrificata si affievoliva man mano che si allontanava oppure tornava più forte quando la macchina indugiava sotto casa. Un punteruolo devastante di voce, quella mattina. Roba che tra Piero, Giovanni e l’ippopotamo si rischiava di spappolarsi le tempie. La ripresa sorda della pena in clamore.

VE LO CONSEGNAMO GIA’ FUNZIONANTE, COMPLETO DI BATTERIE A SOLO TRE EURO.

È BELLO. È L’IPPOPOTAMO ZE’ FILIPPO.

È BELLO DA REGALARE, MORBIDO DA ACCAREZZARE.

È BELLO.

È UN REGALO PER MASCHIETTI E FEMMINUCCE.

L’IPPOPOTAMO CHE CANTA ‘AUIMBAUE’.

È BELLO DA APPENDERE IN MACCHINA. È BELLO DA METTERE IN CAMERETTA.

È BELLO PERCHE’ SI PREME IL SACCHETTO E CANTA LA CANZONCINA.

È BELLO.

È L’IPPOPOTAMO ZE’ FILIPPO.

festa della mamma, la miglior vendetta

Carta di caramelle

La materializzazione di quell’essere umano in fila allo sportello della stazione mi stava strappando sciami d’odio. L’avevo visto il giorno prima, per un istante ma tanto è bastato perché quegli occhi, quel capello, quel giaccone di renna si piantassero in croce nella testa. Legno marcio e scheggiato con un giaccone di renna appeso ad esso per i peduncoli cerebrali. Mi sentivo stampelle di legno nella testa. Una corrente densa e oleosa convogliata interamente dentro all’immagine di quell’uomo: un odio che se ne andava da me e che in me tornava accresciuto del valore aggiunto di quel volto sereno. E se scartavo caramelle il crepitare dell’involucro cartaceo tra le dita mi procurava una fitta dal dolore insostenibile. Poi passava ma mi restava il sistema nervoso crocefisso.

Fiona.

Eh?

Dio sa che stai soffrendo.

Piero quella mattina mandava strilli lancinanti a frantumarsi contro i muri maestri della sua oscurità. Era un buio portante, monumentale. Possente buio del pianto che i medici ancora non si spiegavano. Piangeva fino ad asfissiarsi.

Piero.

‘nghu!

Dio sa che stai soffrendo.

Non sapevo cosa fare. O forse non avevo voglia di fare. M diressi verso il bagno. Ma con lentezza. Poi feci calare la mano brutalmente sulla maniglia e aprii la porta del bagno scaraventando il battente contro la parete laterale. Ci fu in rinculo e sempre fracassando, con una nuova manata, rifissai la porta alla parete. Mi guardava sconcertato, seduto sulla tazza, col Focus tra le mani e i tappi nelle orecchie.

Giovanni.

Sì.

Dio sa che stai soffrendo.

Sì.

la miglior vendetta

Balcanizzazioni

Ci sono queste persone anziane che si alzano alle quattro del mattino. Aprono finestre a sperimentare qualche istante il freddo della notte. Fa ancora buio e quindi è inutile tenere accesa la luce a consumare corrente. Tornano a letto. Verso le dieci del mattino qualche figlio passa a dar loro una voce. La porta sulla strada è aperta. Lo sguardo scruta nell’oscurità del sottano, la bocca pronuncia il nome del genitore. Nessuna risposta. I figli si affacciano alla stanza delle persone anziane. Stanno scardinate su un letto, lavate e vestite. Pulite e candeggiate e sterilizzata tutta la casa. Pulizia. Miseria senza degrado. Sono vecchi, vivi e depressi. La carta acquisti che attende di essere sputtanata. Sono depressi perché? Si domandano i figli. Oggi perché nevica. Avviliti dai fiocchi mulinati in tutte le direzioni dai soffi di tramontana, pregano solo che non si posino. Che non cominci a imbiancarsi il paese. Che la neve non si stratifichi, come qualche volta è avvenuto.

Nevica forte ma le strade rimangono solo bagnate. Smette di nevicare. Niente di che.  Per oggi è andata bene. Le persone anziane riprendono colore, riacquistano le forze. Il ghiaccio non ha imprigionato la loro povertà. Possono andare ora. A strisciare la loro social card.

Tuttavia il freddo artico sulle regioni meridionali durerà fino a giovedì, venerdì.

foto di Fabio Ciampi

la miglior vendetta, minimi sistemi, sapide freddure

A defibrillatore ancora caldo

IMPORTANTE AGGIORNAMENTO DEL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETA’.

Può anche darsi che abbia gli stessi, beceri sospetti manifestati nelle ultime quarantotto ore dai camerieri del centrodestra. Solo che io gongolo. La mia conclusione è, infatti, fortemente agli antipodi di quella sottocultura:

LA DEMOCRAZIA, O COME DIAVOLO SI CHIAMA O QUEL ZINZINO CHE NE RESTA, SALVATA IN EXTREMIS DAI MEDICI.

Per ora.

Questo sul piano civile.

festa della mamma, la miglior vendetta

caramelle di lame

 

Mi sono presa tre giorni di malattia. Alzandomi la mattina scopro che la nuova tappa del dolore che colpisce il mio bambino stamane aveva in serbo che la carne si richiudesse sopra il suo occhietto fanciullo. Nel silenzio dell’alba, quando già una debole luce comincia a filtrare attraverso i doppi vetri del mio appartamento, sono stata svegliata da un rumore minimo. Un suono spaventoso a pensarci adesso. Lì per lì non sapevo a cosa attribuire questo rumore, ero nel dormiveglia, ma poi Piero si deve essere svegliato, deve aver capito a modo suo cosa gli era appena successo e ha cominciato a piangere. Piangere? Erano urla disperate. Mi sono alzata di soprassalto, mi sono curvata sulla sua culla e l’ho preso in braccio e nel frattempo scoprivo quello scempio che il Signore gli ha riservato. E capivo atterrita, terrorizzata, che cosa era stato quel rumorino agghiacciante. La carne che dopo impercettibili ma progressivi spostamenti si richiudeva con un ultimo scatto sul suo occhietto chiuso di fanciullino addormentato. Ho sentito una brutta fitta nella bocca, una lima strisciata sui denti.

Adesso rivedo quest’uomo davanti a me. Questo bastardo, lo rivedo dopo vent’anni e proprio non me ne faccio una ragione. Sono tante le cose di cui ho imparato a farmi una ragione. Nel Nuovo Testamento Paolo dice che il dolore non è altro che “il sovrabbondare della gloria in tutte le tribolazioni”, ma io adesso non ce la faccio più.

La lingua è nata per celebrare il mistero del corpo glorioso.

festa della mamma, la miglior vendetta

Carta di caramelle

Improvvisamente mi sono vista uscire da una bolla acquosa e prendere forma. Improvvisamente è iniziata la mia seconda vita.

La sfera è fatta prevalentemente di acqua. Acqua salata ma limpida. Da qualche minuto sulla sfera si è formato un riflesso nel quale è possibile scorgere i tre quarti di un uomo sulla cinquantina, magro, il volto scavato ma l’aria distinta. La sfera rientra in una costellazione di sfere tutte molto simili tra di loro, tutte fatte di acqua leggermente salata. Tutte raggruppate sopra il labbro.

Quando mi sono accorta che mi era cominciato il sudore freddo ho lasciato la fila allo sportello della stazione e sono corsa in bagno per darmi una sistemata. Ho tamponato il sudore con un fazzolettino di carta che ho buttato via nel cestino e mi sono guardata allo specchio con le mani appoggiate sul lavello. Le braccia mi tremavano ma dopo un pò il mio corpo aveva cominciato a trarre beneficio dal contatto con la superficie fredda del piano liscio in cui sono incassati i lavandini. Mentre esaminavo il mio volto nello specchio sono riandata alla scialba immagine di quell’uomo riflessa nello spicchio della bolla. E gli spicchi di ciascuna delle bollicine di sudore che mi imperlavano il labbro mi replicavano l’immagine di quel bastardo in un effetto prisma che ha sancito in via definitiva il mio odio per questa persona. Tutto qui. Prendere atto di questa rinascita all’odio è stato questione di un minuto. Ho dato due colpetti con la mano per aggiustarmi i capelli e sono uscita dalle latrine rovistando nella borsa alla ricerca del cellulare. Le mie dita, come mosse da un estraneo, frugavano agitate tra uno specchietto sbeccato e il portamonete, restavano impigliate tra la pinzetta delle sopraciglia, il mazzo delle chiavi e la lima per le unghie. Il telefonino non lo trovavano mai. Ancora lì tra carta di caramelle, deodorante e borsellino portadocumenti, poi il caricatore del cellulare. infine il cellulare.

Decisi di tornarmene a casa. Composi il numero del mio capo e lo avvertii: mi sono sentita male per strada, non mi sono ancora ripresa, non posso venire al lavoro.

foto di
Fabio Ciampi