Archivi per il mese di Marzo, 2009

letteraria

Se la vita è spezzata dalla Storia, ci sarà un’altra storia a ricucirla

di Giuseppe Giglio

Recensione di L’amico ritrovato, di Fred UhlmanFeltrinelli, 2006, pubblicata sul n. 18 di “Stilos“, del 12/9/2006

«L’amicizia è il matrimonio dell’anima, e tal matrimonio è suscettibile di divorzio. È un contratto tacito tra persone sensibili e virtuose», ha scritto Voltaire nelle sue Questions sur l’Encyclopédie. E si può anche essere disposti a morire per un amico, «quasi con gioia», con quell’«innocenza soffusa di ingenuità», quel «bisogno appassionato di una devozione totale e disinteressata» che sembra caratterizzare i giovani tra i sedici e i diciotto anni. Giovani come Hans Schwarz, il protagonista de L’amico ritrovato, un racconto di grande leggerezza e suggestione, all’insegna dell’understatement, giocato sul vivido recupero memoriale del protagonista (trent’anni dopo le vicende narrate) e snodato sul filo affilato della lama di una lucida intelligenza analitica.

Nella Stoccarda degli anni Trenta, mentre sta per consumarsi la più atroce tragedia della storia umana, nasce una difficile, ma intensissima amicizia tra Hans, figlio di un medico ebreo, e Konradin, conte di Hoenfels, rampollo di un’illustre stirpe che affondava le radici nel tempo del Barbarossa e dei Crociati. I due studiano presso il Karl Alexander Gymnasium, il liceo più famoso del Württenberg, frequentato soprattutto dalla ricca borghesia. Hans è sveglio, dotato di un buon senso critico, innamorato di Cézanne, Van Gogh e Hölderlin, che considera «il maggiore lirico tedesco, “più grande persino di Goethe”». Konradin è alto, biondo, ha il «volto fiero, dai tratti finemente cesellati»; è elegante, raffinato, riservato; suscita nei compagni un reverenziale distacco. Hans si sente irresistibilmente attratto da lui, dalla sua ricercata gestualità: «Sentivo che apparteneva a me e a me solo e non volevo dividerlo con altri», ricorda con fierezza, mentre la sua memoria progressivamente cesella e assembla i tasselli di una società di cui quella classe offre un piccolo ma significativo spaccato: stanchi cattedratici (in qualche caso invasati dall’antisemitismo), rampolli di una vacua aristocrazia, ragazzi saccenti, imbottiti di becero nozionismo, una «folla opaca» insomma. Con l’arrivo della primavera, l’amicizia tra Hans e Konradin cresce e si rafforza: i due condividono interessi per l’archeologia, la storia, la letteratura; riflettono sul senso della vita, sull’esistenza di Dio, chiedendosi come «mettere a buon frutto quella brutta realtà che era l’esistere»; parlano anche delle ragazze, naturalmente. E il paesaggio, insieme ai versi di Hölderlin, sembra accompagnare il loro idillio. Che di lì a pochi mesi viene infranto: un crudele destino costringe i due grandi amici a separarsi definitivamente. A consumare, loro malgrado, un voltairiano divorzio; prima che la loro intesa maturi nel tempo, fino a divenire perfetta: un «matrimonio dell’anima», scevro da tutti i vizi, gli inquinamenti e le imposture con cui piccoli, aridi uomini (all’interno di una società che si arrenderà al folle sogno di grandezza hitleriano) possono guastarlo, facilmente cedendo alla banalità del male (nella normalità dell’ipocrisia, del cinismo, dell’odio). Countinua a leggere »

funghi patogeni

Assente giustificato /2

funghi patogeni

Assente giustificato /1

Aurelio era controllore alla Ferrotranviaria. La sua vita andava assumendo accenti disperati. Lui e il suo compagno erano molto gelosi l’uno dell’altro e facevano quelle follie tipiche dei ragazzi quando sono così nel pieno di quella loro forza che chiede soltanto di essere dissipata. Aurelio centrifugava un’esistenza appena turbata in un delirio di parole, un guazzabuglio di sintassi, un pastone di sentimenti. Con risultati patetici, peraltro:

E come cristo accade che questo cazzo mi si mette a giocare a nascondone? Diventa un vero latitante. Mi fa passare un fottio di pene. Non mi si rizza più col pupo. Lui va in angoscia, io in parangoscia. E mi pesa al culo ’sto fatto. ‘Sto muscolo del cazzo ancora mi rimane inerte, un’appendice dispettosamente senza vita. “Tu mi stai rifiutando” comincia a lamentarsi il mio ganzopupo. Io gli chiedo di capire. La prima volta che è andata buca gli ho detto che ero stanco, lui non lo sapeva ma per me era la sesta sera di seguito che avrei dovuto scoparmisi. Non lo sapeva perché le cinque sere precedenti non avevo fatto altro che girellare per travesta. Quella prima volta che gli ho dato forfait lui s’è fatto pas de problèmes, mi ha preso e detto: “Te la scopo io dentro un po’ di verve, dentro ’sto cumulo di carne andata a male”.


La seconda volta che ho cileccato gli ho detto però che avevo bruciore e che facevo piscia a torrenti. Non è servito, aveva sospetti che non mi piacesse più, che non me lo volessi filare più. Una giornata, due, tre, le ho passate a fare la spola tra il pullman e i campi di finocchio dove facevo fermare per andare a pisciare. Nel frattempo faccio l’orinocoltura e in effetti scopro che ’sta mala presenza c’è: escherichia coli, centomila fottutelli batteri rompipalle scesi a impestarmi le urine. Io esagero, comunque il biologo mi dice che l’infezione è una stronzata, lieve e curabilissima. Mi rimpinzo di antibiotici, bactrim, sebercim, picillin intramuscolari, ecc. E fermenti lattici vivi, redivivi, morti ammazzati… Il piccolo mio tesoro è in stato di allerta; riesce a convincersi che dopotutto c’è una patologia che mi fa soffrire. Comunque mi alterna fasi di buon umore a fasi di risentimento e cattiveria. Frattanto il cazzetto mi sembra morto. A fine terapia riprova a sondarmi lo stato di arrapamento e, ça va sans dire, lo stato della mazza. Tra me e me sto già pensando alla scusa da imbastire. Infatti ancora cilecca, e giù di nuovo con dolorose polluzioni cerebrali. Si litiga per ogni sputazzella. Casinando si fugge per strada. Si urla come ossessi su ogni argomento, devastati dalla sclera.

diario in pubblico, letteraria, riflessioni su due ruote

l’amicizia è sagra

Alloggiavo in una pensionaccia di via Nizza. Ero a Torino per presentare Ghiandole alla Fiera Internazionale del Libro. Fissata in Piazza Italia, alle ore 14,00 del secondo giorno della kermesse, la presentazione collettiva degli autori della collana on the road (Prospettivaeditrice) mi chiamava a discettare di romanzo o letteratura (o giù di lì) generazionale. Ma questa era solo la punta dell’iceberg, diciamo la versione più consolatoria. Quel che poco si sa è che per la pubblicazone del mio libro avevo dovuto scucire 1200 euro, pagati in tre comode rate bimestrali di 400 euro ciascuna e, per la partecipazione in Fiera in veste di autore, mi era stato richiesto dall’editore la stipula di un contratto di agenzia con Interrete, gestita da un altro autore della stessa scuderia prospettica, contratto in cui si pattuiva un mio correspettivo di 750 euro a fronte di un’attività promozionale che non ha prodotto alcun risultato perché non c’è mai stata.

“Sacco, ma il contratto con Interrete non l’hai ancora fatto?” mi telefonò l’editore.

“No.”

“Muoviti, allora, sennò non posso accreditarti per la Fiera.”

Si trattava quindi solo di una dazione di testoni propedeutica alla partecipazione al Salone. Sapevo benissimo che avrei fatto meglio a starmene a casa a guardare il Giro d’Italia che iniziava proprio in quei giorni. Ma volli essere della partita. Non me ne pento anche perché mentre cenavo in solitudine nel ristorante sardo gestito dalla stessa pensione ebbi modo di conoscere i miei due vicini di tavolo. Due ragazzi di Novara che erano stati in Fiera per il loro puro piacere di lettori, i quali, ascoltando un mio resoconto telefonico della giornata, mi attaccarono un bottone di amicizia.

Così ho conosciuto Peter. Nell’agosto dello stesso anno fui ospite di Peter a Novara. Tra le altre cose facemmo una gita lungo il lago Maggiore fino poi in Svizzera. Questa gita meriterebbe di essere raccontata per bene solo per la varia umanità incontrata per strada e nelle soste e per il nostro particolare stato d’animo nell’estate del 2006, ma qui non c’è modo di farlo. Dico solo che in una pizzeria sul lago, dove ci fermammo a prendere un birra intorno all’una del pomeriggio, la signora calabrese che gestiva il posto, chiacchierando con quelli che dovevano essere i suoi unici avventori della giornata, si informò su di noi e sui motivi di quella nostra escursione. Per poi concudere con:

“Embè, fate bene. L’amicizia è sagra.”

altri spot, diario in pubblico

L’altra faccia dei miei sodali

Nel 2007 ho frequentato una scuola di sceneggiatura a Napoli, in piazza del Gesù. Organizzata bene, tra i docenti c’erano registi e sceneggiatori come Paolo Sorrentino, Antonio Capuano, Heidrun Schleef, Stefano Incerti, Giorgio Arlorio; produttori come Nicola Giuliano e Angelo Curti.

Tra i corsisti si formarono spontaneamente delle coppie di scrittori che avrebbero dovuto dare un saggio di sceneggiatura alla fine del percorso formativo. Io non ero in una coppia bensì in un trio, con tali Luca Liguori e Maurizio Palmieri. Inutile precisare che avevamo ben più alte ambizioni che mettere insieme un semplice saggio di fine corso. Tirammo fuori due soggetti, entrambi a uno stadio avanzato di sceneggiatura. Per farlo ci procurammo una sorta di buen retiro sino a Procida, una casetta con veranda dove sfornare le nostre idee in tutta tranquillità e senza distrazioni di sorta. Il febbraio 2007, per chi se lo ricorda, era caldissimo. Scrivevamo in veranda, cucinavamo pesce fresco di paranza andando a procacciarcelo direttamente dai barcaioli che rientravano nel porticciolo. Maurizio era dotato di un’ispirazione straripante e io e Luca dovevamo spesso limitarci a disciplinare o organizzare le sue idee a getto continuo.

Tra fortune alterne nel giudizio dei nostri insegnanti la scuola finì a maggio. Dopo il diploma ci diedero appuntamento al secondo livello, master che si teneva a Roma e al quale, per motivi di ordine economico e lavorativo, non potetti prender parte. Maurizio e Luca hanno proseguito e i nostri contatti si sono inevitabilmente rarefatti.

Maurizio Palmieri (come sceneggiatore) e Luca Liguori (come regista) sono, oggi, arrivati a Hollywood. Decretato vincitore il loro cortometraggio in un concorso a Capri, dopo aver ricevuto il primo premio dalle mani di Michael Redford e Mike Figgis, sono stati spediti ad Hollywood per la proiezione della loro La raccolta differenziata nella rassegna W Napoli, l’altra faccia di Gomorra.

Per me questa è stata una notizia pazzesca. Pazzesco è apprendere oggi che a un certo punto della mia vita ero lì, magari a quei livelli lì, senza saperlo. Pazzescamente sottile è la linea che divide la tua vita normale, fatta della consapevolezza di dover lavorare sodo, da … Hollywood. E comunque pazzesco è il fatto che oggi due miei amici siano arrivati fino a lì. Con tutto quello che comporta. Credo non poco. E tutto questo è, per diverse vie, una grande fonte di felicità per me.

Stiamo parlando non solo dell’altra faccia di Gomorra ma direi anche dell’altra faccia della raccolta differenziata. Laddove non arriva l’educazione civica ci arriva una maschera della commedia dell’arte (di arrangiarsi). Non le sirene ecologiste, non i tromboni delle tematiche ambientali, riusciranno mai a ficcare nelle teste di certe famiglie (molte) la necessità della r.d. bensì l’espediente, il raggiro, il paraculo. Ma l’altra faccia del raggiro a Napoli è la creatività, anche una certa perizia artistica, l’originalità, la recita, il teatrino, la tarantella: tutti fattori indispensabili affinché l’inganno riesca. Al finale, di una innocua presa per il culo resteranno i sacchetti della differenziata. Converrà usarli.