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altri spot, diario in pubblico, festa della mamma, funghi patogeni, ghiandole, la miglior vendetta, le torsioni dell'anaconda, letteraria, minimi sistemi, riflessioni su due ruote, riquaderni dal carcere, sapide freddure

sisifeide

la lingua non si staglia sullo scrimolo per proclamare la sua costernazione abbaiando alla sconcia italia. ci arriva appena, spolmonata e ascetica, sfiancata dalle impervie rampe. slombata la lingua che impara a “morire in bici”. s’acceca e si spaura quando che è al sommo, sicché la vertigine la ributta indietro. ricacciata giù per lo stesso versante appena scalato, tutta rovesciata e rattorta, ellalingua riattacca l’erta del dire le cose, ora anfanando ora cantando, quando imbestiando quando ricamando, ma sempre alla caccia della migliore adesione alla realtà (andata in fuga). non ha il gusto della pesca nel torbido perché non è ruffiana né cialtrona né puttana. la mia lingua. RAVB era cognazione d’affetti coi via di testa. e lo stesso l’Anaconda. sarà per il pessimismo di una visione della vita in salita ma almeno è costretta a ricercare la migliore funzione espressiva dei mondi che sceglie di narrare. ben altro che scrivere per mondadori! nevvero, saviano? nevvero, piccole editrici autodistruttive, fresche fresche del nuovo imperativo di mimesi mondadoriana?
nel momento in cui la lingua raggiunge la vetta sa che ha appena un attimo per gridare la sua invettiva congestionata, che poi non ha più tempo e deve rotolare giù a “svolgere il compito cui è stata chiamata” (direbbe qualcuno).
che fa lo scrittore, ancorché scrittore civile? non affronta l’arte di dire le cose, bensì l’erta di dire le cose.
e scusate se sono nicola sacco

letteraria, riflessioni su due ruote

Armstrong e Contador in Astana

riflessioni su due ruote

L’arco di trasformazione del personaggio

Il giovane ciclista siciliano, sicuro campione del futuro, Vincenzo Nibali ha detto di Lance Armstrong qualcosa come voi non potete capire, per me era un mito prima che smettesse, è un mito adesso che ha ripreso, Lance Armstrong è Lance Armstrong … e Armstrong è Rocky.

È possibile. Solo che se fosse Rocky, se solo pensassi questo, oggi non ne parlerei bene. Se Armstrong non avesse spiegato in più occasioni che sono diverse le ragioni che possono ispirare un ritorno alle gare di bicicletta (non c’è solo la voglia di vincere), e che una di queste è la voglia di soffrire ancora, oggi non starei certo a rappresentarmelo come oggetto di stupore metafisico. Se non fosse tornato da ex, a trentotto anni suonati, non avrei, come invece mi sta succedendo, sentimenti di rispetto nei suoi confronti; nonostante la sua conquista di sette consecutivi Tour de France, non ne avrei. Allora lo odiavo. Ammazzava la Grande Boucle senza pietà, un anno dietro l’altro, e per questo non si faceva altro se non sperare che arrivasse in fretta alla fine della sua carriera, che l’età ne decretasse finalmente il tramonto. Come quando ci si consola col pensiero della vecchiaia di Berlusconi: l’inesorabile scorrere del tempo accompagnato da un inevitabile rincoglionimento ce lo accomoderanno fuori dalla scena politica e pertanto fuori dalle palle (hai visto mai?). Il tutto però dovendo fare i conti con un’angustia, con l’amarezza per il fatto che l’epoca che ha visto trionfare il campione non abbia saputo, al contempo, produrre alcuno in grado di batterlo.

Adesso lui torna. Ed è battuto. Nel senso che ci sono altri che tagliano la linea del traguardo prima di lui, dandogli pure bei minuti di distacco. E tuttavia neanche tanti, quei minuti. Allora di nuovo giù a spiegare che la partecipazione alla più affascinante corsa a tappe del pianeta ha, per lui, dei significati che esulano dall’eventualità, a questo punto del tutto esornativa, di mettere le proprie ruote davanti a quelle di tutti gli altri corridori. In altre parole, ci scodella tutta la sua risaputa vicenda in una chiave a mio avviso del tutto sottovalutata fin qui: LA PASSIONE. Passione per la bicicletta e per quel tanto di avventuroso che le corse in bici, soprattutto i grandi giri, si portano appresso. L’impossibilità di vivere senza andare in bici, senza la compagnia di una vita, quella del gruppo. E insisto col dire che questo della passione è un punto centrale per attribuire il giusto valore alle cose che succedono. Si parla qui di uno che ha scelto per mestiere, o anche per vocazione artistica, di andare in bici. E che per quanto ‘bombato’ possa essere (ma a questo punto la lista dei ‘drogati’ è sterminata e a farsene tiranneggiare non otterremmo altro che far cadere molti miti nella polvere, crollerebbero molte certezze con conseguente magari rivalutazione di brocchi inusitati, e allora sì che staremmo dentro un revisionismo opportunista della storia del ciclismo) è sempre uno che per decine d’anni non ha fatto altro che PEDALARE. Pedalare cioè faticare sui pedali, col culo su un sellino, piegati su un manubrio, per ore in un giorno, per mesi in un anno, per migliaia e migliaia di chilometri in una vita. E allora quando qualcuno liquida il ciclismo bollandolo come marcio, che cazzo fa? Contribuisce a un disdoro, un disprezzo sociale, non ingiustificato ma sicuramente esagerato. Come quando per settimane non si fa che parlare del Premio Strega, del vincitore annunciato, delle lobbies editoriali e culturali, delle spartizioni e dei mercanteggiamenti, e si finisce col dire che il Premio è marcio pure lui e vaffanculo. Va tutto bene, non abbassiamo mai la guardia, vigiliamo sempre, rendiamo tutto più limpido, figuriamoci. Ma ricordiamoci che qui si parla di libri. E che sarà mai! Come qui si parla di ciclisti. Non saranno mica questi i luoghi dove pronunciare tutte le nostre condanne, esaurendone i bonus, dove sfogare tutta la nostra frustrazione e il nostro biasimo? Non saranno mica questi i protagonisti di quanto di disdicevole e deplorevole e dannoso e pericoloso si va compiendo nel consorzio degli uomini?

Ma tornando ad Armstrong e questa sua ieraticità finalmente meritata: non Rocky, direi del sette volte vincitore del Tour, ma Clint Eastwood. E non per una facile associazione che improvviso or ora: Il texano dagli occhi di ghiaccio. Ma per la partitura perenne del cinema eastwoodiano: un ex che ha rinnegato il suo passato, un veterano in pensione, magari tormentato da più di un senso di colpa, viene richiamato per un incarico che solo lui, essendo uno specialista o un esperto, è in grado di svolgere. Più che un semplice incarico si tratta di una missione, di qualcosa che il protagonista è chiamato a realizzare per i profondi cambiamenti nelle esistenze e nel mondo di cui è partecipe, nel bene e nel male, dalla sua azione dipendono. Egli dapprima seccamente rifiuta, non può o non ne ha voglia, poi pian piano si ammorbidisce e, da refrattario che era, torna (a patto, però, che faccia a modo suo, che usi i suoi metodi, sbrigativi se del caso, Ispettore Callaghan se del caso), torna e si ritrova, per una ragione o per l’altra, coinvolto in prima persona, col cervello, col cuore, con tutte le sue conoscenze e la sua esperienza invischiato in una maledetta faccenda. Egli ha intravisto la possibilità di riscattarsi da un passato costellato di macchie, di alleviare una sua più intima pena, di espiare la colpa. E nel crepuscolo si manifesta in tutta la sua grandezza. Così come Clint, lui proprio, nel crepuscolo manifesta la sua grandezza autoriale. Ecco Armstrong, dunque, nel crepuscolo pure lui, come a volersi riscattare dalla colpa di aver vinto sette tours (che gli gravino enormemente?), a meravigliosamente soffrire in salita, a morire in bici, a non cercare altro che un finale dignitoso, a conchiudere un capolavoro americano quando nell’ultima discesa di un tappone alpino, a un Nibali che gli chiede il cambio, cioè di andare a tirare per contribuire a un recupero (che non ci sarà) sui migliori che sono più avanti, scuote la testa che non ce la fa e si vede costretto a negare il suo aiuto.

riflessioni su due ruote

Pedalate belle rotonde

Salire per restare soli. Spingere più forte degli altri sempre per restare soli. Andare alla conquista della vetta, laddove dimorano gli dèi. Perché ascendere in bici è sempre spiare con lo sguardo, frugare nell’Olimpo, sondarvi una qualche disponibilità, una benevolenza. Ma non tanto e non solo quello. Restare a spellarsi l’anima sulla roccia spellata. Quando ti chiedono chi te lo fa fare? rispondere di rivolgere la stessa domanda agli asceti, anacoreti e mistici di ogni ordine e grado che vanno a rinchiudersi in una grotta. E se non ne vedono il nesso allora aggiungere che sono cattofascisti di prima grandezza.

E poi d’improvviso l’Olimpo non è più l’Olimpo ma è San Giovanni Rotondo. I tornanti ti stanno conducendo giusto verso Santa Maria delle Grazie. Nelle testa ti stanno scorrendo dei fotogrammi nei quali ci sono pellegrini accaldati che ghermiscono altri fotogrammi attraverso i loro cellulari lampeggianti sulle spoglie di padre Pio. Mai ti rassegnerai a chiamarlo San Pio. L’acido lattico ha rotto gli argini: le immaginette, le statue a grandezza naturale, i grani di rosario, i libri sul frate, sono veleni nel sangue che i muscoli potrebbero rifiutarsi di smaltire. I polmoni bruciano come vi fosse stata scolata dentro una manciata di sabbia. Allora ti ricordi del fazzoletto che porti sempre con te. Ce l’hai nella tasca sul dorsale. Quello che tutti i devoti che sono stati a San Giovanni Rotondo conservano. Nel convento del frate, dopo aver visitato la cella dove spirò, si passa in un’altra stanza, quella in genere più affollata. Sofferenti di varia natura si accalcano attorno a una vetrina. Un garbuglio di cerotti, garza e ovatta imbrattati di sangue e un fazzoletto, ben spiegato dietro il vetro, con una macchia nerastra al centro che si stempera in un più ampio alone affumicato su tutta la superficie restante del cotone. Non ricordi bene: era forse l’espettorato di Padre Pio? Quando sei lì devi sfoderarne uno tuo, di fazzoletto, e passarlo più volte sul vetro, strofinarlo e baciarlo subito dopo. E conservarlo come fosse quel che di più caro al mondo ti è mai stato concesso di possedere. Quel fazzoletto adesso lo usi per asciugarti il sudore sulla faccia. E speri ingenuamente che lenisca la tua fatica di ciclista. Sotto le infinite arcate della chiesa nuova vedesti lei tra i banchi, di fianco al marito e al figlioletto. Quanto la amavi. Quanti muri avresti scalato in bici per la rabbia di averla persa? Lo vedi che hai ancora la forza di scattare qui, su questo colle proibitivo? Ogni volta che giri un tornante puoi guardare giù, vedere una striscia di terra piatta come un tavoliere. Si srotola dal rocchetto sul quale sei salito. Ti piace? La vedi come si ondula in lontananza? Come ventilata, increspata di Murge. È la Puglia che vorrebbe riavvolgersi attorno alla bobina di roccia che ti stai sciroppando. Ti piace? E sotto la terra è matta come un cavallo e mezzo.

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Libertà di una lavatrice

RAPPRESENTAZIONE DELLA VITA INTERNO 12

Le passioni e gli appetiti della società degli uomini: Il Potere Vs La Giustizia. Il papa non serve che sia cattolico così come non serve che un giudice sia giusto. Uomini che sembrano troppo grandi e pesanti per la loro ossatura.

Televisione = società della scarsità delle risorse. I Cesaroni Vs Annozero. Scampoli di commedia all’italiana Vs scampoli di informazione.

Incartamenti di parole e altri peni pieni di euri e scadenze. La lavatrice. Una volta camminava. Non le avevo tolto i distanziali e lei camminava. Era uno spettacolo. Ansia di libertà di una lavatrice.

RAPPRESENTAZIONE DELLA VITA ESTERNO 12

Una maledizione di guano nella stradetta, di pesce dalla pescheria vicina, di morti.

Di morti maledicenti, ecco, non più maledetti. Uomini morti sderenati da tali sondini che sembran vivi. Emanano odore di fiori incomparabilmente belli e marci.

RAPPRESENTAZIONE DELLA VITA INTERNO 12

Il divano-letto-di-morte perennemente aperto. Piace Lance Armstrong stavolta. Non perché debole, no. Ma perché quell’uomo in bici recupera e ricompone la nobiltà dell’uomo, se esiste.

RAPPRESENTAZIONE DELLA VITA ESTERNO 12

Sono di fretta. Mi mettono fretta. Mentre faccio delle cose un ragazzo sui trent’anni mi costringe a interrompere. Una corporatura troppo grossa e pesante per la sua ossatura, sembra uscito da un libro che sto leggendo. Una contrazione sulla faccia gli conferisce un’espressione sofferente. Come se soffrisse mostruose calure da generazioni.

  • Ma questo a che serve? – ha la pastella agli angoli della bocca e anche al centro delle labbra. Ogni volta che quelle si schiudono rimane una fettuccina di questa ricottina a far loro da esile congiunzione
  • Serve, serve – cerco di liquidarlo.
  • E come, spiega.
  • Ok, te lo spiego.
  • Eh, spiega, spiega.
  • Vedi questo? Qui ci devi inserire quello.
  • Ah, davvero? E che ci fai?
  • In questo modo ottieni questo risultato –, penso di aver concluso.
  • Come questo risultato?
  • Questo!
  • Ma quale risultato?
  • Quello che ti ho appena detto! – mi innervosisco.
  • E spiega. Spiega bene – mi fa con un’espressione tra l’implorante e l’ottuso.
  • Allora… -, e gli ripeto tutto quanto.
  • Ma come?
  • Ma come come? Così! -, sono spazientito.
  • Così? E come così? Spiega, spiega bene.

Ripeto tutto come un automa, mentre osservo le sue labbra rosse come sacche piene di sangue fresco e il filamento che ostinatamente si riforma e non si stacca.

Non è, però, il libro che sto leggendo.

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Fikscion, ti prendo a fiskion

Ho sempre apprezzato Annozero (la trasmissione di Santoro) al punto da tenerla come una riserva di biosfera sul Mont Ventoux (dove ci si fa un culo così!) a fronte del paesaggio spettrale della televisione italiana (quella generalista). Quel che mi catturava fino a poco tempo fa non era tanto la qualità (unanimemente riconosciuta) dei reportage quanto proprio lui, Santoro, per quella abilità di drammaturgo in presa diretta che regolarmente sfoggiava. Una capacità di fare racconto con ogni puntata, scoprendo le sua carte poco per volta, come uno sceneggiatore esperto che sa esattamente quando deve metterci quella folata di vento improvvisa, la porta che si spalanca, la finestra che sbatte. E riservandosi poi i carichi di briscola per il suo gran finale, dove trionfava, il Miguelon, regolando tutti in volata (ove mai questo fosse possibile su un traguardo posto in cima al Mont Ventoux). Davvero una perizia da scrittore seriale. Lasciamo perdere, invece, il numeretto di decompressione di Vauro: risatine spesso tirate per i capelli, anche se quando la imbrocca straccia tutti è proprio il numeretto delle vignette con la sua voce recitante che non mi garba.

Ma Santoro, deve essersi appannato lui, proprio. È un po’ che sbanda con la fiction. Dice: ma è a scopo divulgativo. Sarà. Ma la Guerritore che imprestava la voce alla Veronica nazionale era uno strazio. Che se un cavaliere davvero deve affrontare quei toni lì ogni volta che rientra a casetta avrebbe ragione tutta la vita. Questa deriva di Annozero verso la fiction, aggravata dalla puntata sulle operazioni degli Agnelli e della Fiat predatrice int’o munne, sta squassando il mio gruppo d’ascolto. Che mi significa questa finzione di cose verissime sceneggiate e spiettellate poi in grana grossa, cioè fatte male, con atmosfere tipo centovetrine rincoglionita? Sarà che si portano molto la fiction, la docu-fiction e adesso parlano pure di non fiction? Nella fattispecie sarebbe anche più opportuno parlare di non fiction. Nel senso della negazione delle fiction ben fatte.

Se Santoro non ritorna in sé allora è sicuro che i geni del berlusconismo son perniciosissimi, si adattano a qualunque ambiente, mutano loro e mutano tutto quanto. E sono talmente grossi, enormi, che non li vedi neanche più. Sono il tuo mondo e la tua vista; le tue facoltà neanche si dànno più la pena di notarli dal tanto che ci son diventati familiari. Come accade con i monumenti. Solo che questi son dei tali geni. (accento acuto sulla e).

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dal quinto al decimo km della salita

Ai piedi del monte era in corso un temporale che scaricava fulmini a due metri dai ciclisti. Il grimpeur di 52 kg di peso, bestemmiava i morti all’acquazzone e a tutta quell’umidità che gli imputridiva in pochi minuti quel suo fragile dispositivo di pelle e ossa e ne comprometteva la performance e la salute. I giganti nordici invece ringraziavano il buon dio perché loro andavano meglio col freddo e si auguravano che le condizioni meteo restassero tali anche sul costone di roccia da scalare.

Un temporale produce un brusco abbassamento della temperatura, è vero, ma un temporale estivo passa in fretta e al km 7,5 della salita è di nuovo estate. Torrida estate. Lo scalatore italiano, curvo sul telaio della sua bici, come solo certe schiene di contadini del sud sanno esserlo, se la ride, ha smesso di scarrucolare, si gode il sole che lo riscalda e lo rinvigorisce mentre lo stesso sole provvede a disidratare i corpaccioni dei nordici. La roccia più si sale e più si fa calva come il suo capo, più crea richiami con la sua terra petrosa sparsa di uomini tanto laboriosi quanto silenziosi. Una terra sparsa di queste pietre incastrate una con l’altra, una sopra l’altra, senza calce né malta, a comporre non di rado curiosi abituri “con quella buffa intonacatura in cima al cono, che è la civetteria della pulizia, e dà l’impressione di un berretto da notte ritto sul cucuzzolo di un pagliaccio [...] queste bizzarre estremità dell’edilizia primitiva [...] come ha fatto questa gente ad allineare tanta pietra. Io penso che la cosa avrebbe spaventato un popolo di giganti. Questa è la murgia più aspra e più sassosa…”  (Tommaso Fiore, Un popolo di formiche).

La sua terra. Mica buona per gli allenamenti di uno scalatore: una terra ondulata e arida, qualche groppa qua e là, ma non ascese vertiginose, piuttosto apronsi lame nel terreno, o per altri versi inghiottitoi, gravine, crepacci. “Tutta la vasta plaga dei trulli, compresa Castellana, ricca di gravine e di grotte, se è così laboriosa, così nitida, non conosce il beneficio di una sola sorgiva, vive all’asciutto come il resto della Puglia ed anche più …” (Tommaso Fiore, Un popolo di formiche). Tutte asperità non ascensionali, anzi di segno opposto, ipogeo, volte ad aprirti voragini sotto i pedali, a farti mancare la terra sotto i piedi. A sprofondarti nell’oscurità di grotte e cave. Al fondo dell’orrido e del sacro, anzi dove l’orrido si confonde col sacro di una chiesetta rupestre intitolata alla madonna. Direttamente nel pleistocene inferiore. Carsica la terra come il probabile affiorare di pensieri, malinconie, dolori di chi sta faticando e sudando in corsa, al suo fianco. “[...] le nostre tante gravine, che rompono la spiaggia, sino al mare, ed insieme tutta la zona.”

 La testa di Leonardo per queste imprese è dura come il tufo delle sue origini. Adesso il suo ammasso di nervi e muscoli si abbatte sul pedale con violenza, con pesantezza di corpo tufagno in caduta rovinosa. E si risolleva dallo stesso pedale con la grazia di un monacello danzante. Nonostante sia uno dei più vecchi in gruppo. In questa alternanza di pesantezza di colpi e levità di slancio, si pippa la salita come una agognatissima droga. Se ne è compulsata di orografia.

La vegetazione alpina contro la reminiscenza “dell’aùzzo, l’antico funebre asfodelo” o “del giallo pulverulento delle biade [...] un nerissimo pino [...] un campo di patate”. Il paesaggio alpino contro “la stagliatura slabbrata di qualche lama, di qualche aspra gravina, qualche abrasione di sanguigno”.

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l’amicizia è sagra

Alloggiavo in una pensionaccia di via Nizza. Ero a Torino per presentare Ghiandole alla Fiera Internazionale del Libro. Fissata in Piazza Italia, alle ore 14,00 del secondo giorno della kermesse, la presentazione collettiva degli autori della collana on the road (Prospettivaeditrice) mi chiamava a discettare di romanzo o letteratura (o giù di lì) generazionale. Ma questa era solo la punta dell’iceberg, diciamo la versione più consolatoria. Quel che poco si sa è che per la pubblicazone del mio libro avevo dovuto scucire 1200 euro, pagati in tre comode rate bimestrali di 400 euro ciascuna e, per la partecipazione in Fiera in veste di autore, mi era stato richiesto dall’editore la stipula di un contratto di agenzia con Interrete, gestita da un altro autore della stessa scuderia prospettica, contratto in cui si pattuiva un mio correspettivo di 750 euro a fronte di un’attività promozionale che non ha prodotto alcun risultato perché non c’è mai stata.

“Sacco, ma il contratto con Interrete non l’hai ancora fatto?” mi telefonò l’editore.

“No.”

“Muoviti, allora, sennò non posso accreditarti per la Fiera.”

Si trattava quindi solo di una dazione di testoni propedeutica alla partecipazione al Salone. Sapevo benissimo che avrei fatto meglio a starmene a casa a guardare il Giro d’Italia che iniziava proprio in quei giorni. Ma volli essere della partita. Non me ne pento anche perché mentre cenavo in solitudine nel ristorante sardo gestito dalla stessa pensione ebbi modo di conoscere i miei due vicini di tavolo. Due ragazzi di Novara che erano stati in Fiera per il loro puro piacere di lettori, i quali, ascoltando un mio resoconto telefonico della giornata, mi attaccarono un bottone di amicizia.

Così ho conosciuto Peter. Nell’agosto dello stesso anno fui ospite di Peter a Novara. Tra le altre cose facemmo una gita lungo il lago Maggiore fino poi in Svizzera. Questa gita meriterebbe di essere raccontata per bene solo per la varia umanità incontrata per strada e nelle soste e per il nostro particolare stato d’animo nell’estate del 2006, ma qui non c’è modo di farlo. Dico solo che in una pizzeria sul lago, dove ci fermammo a prendere un birra intorno all’una del pomeriggio, la signora calabrese che gestiva il posto, chiacchierando con quelli che dovevano essere i suoi unici avventori della giornata, si informò su di noi e sui motivi di quella nostra escursione. Per poi concudere con:

“Embè, fate bene. L’amicizia è sagra.”

riflessioni su due ruote

solo quest’uomo vi riuscì

guardate questa clip e piangetevi via tutto, financo il buco del culo

riflessioni su due ruote

dal quinto al decimo km della salita

Al quinto chilometro di salita c’è un gruppo, più o meno compatto, di quindici corridori all’inseguimento di altri due. Gli attaccanti di giornata partiti al chilometro zero.

Ma che significa partire al chilometro zero? La voglia di andare in fuga potrà indurre qualche squinternato a partire dal chilometro meno uno? Se non proprio all’alba o nottetempo?

Un racconto di Benni, dal suo Bar Sport, letto tredici anni fa, ancora troppo presente nella testa, mi condiziona inevitabilmente. Vi si vedevano gregari capaci di preparare una carbonara in corsa e improbabili tapponi come la Milano-Leningrado, se la memoria non m’inganna. E imprese mirabolanti quanto il racconto stesso.

Io per me mi sforzo di non risultarne plagiato e di raccontare di uomini che si raccolgono nell’estremo sforzo per riscattarsi da una delusione, da un lutto, da una lei che se n’è andata, da una caduta, dall’essere finiti nella polvere in un’altra vita, quella parallela a questa qui sui pedali.

Per tacere di quegli altri che prima hanno compiuto gesti atletici strabilianti, sforzi assurdi che hanno segnato questo sport di imprese storiche, e poi, invertendo la parabola minchiona dello spirito sportivo, se ne sono riscattati andandosene ‘pei cazzi loro. Andandosene.

Radiocorsa ci informa che i due al comando, i battistrada, col dorsale numero 78 e  numero 121 (rispettivamente, ovviamente) , si dànno cambi regolari e quindi procedono di comune accordo. Quando sono transitati al duecentoquindicesimo chilometro (quinto chilometro di salita) avevano ancora un vantaggio di due primi e ventinove secondi.

Un mazzo di fiori stavolta vorrei farlo recapitare allo stoicismo linguistico di radiocorsa, per quel tocco d’antan che i suoi comunicati trasmettono, asettici è vero, ma perlomeno rappresentativi di uno stile non appiattito su una visione sponsorocentrica che indicherebbe volenteri i due al comando come quelli che sono ingaglioffati in festoni pubblicizzanti ceramiche (leggi cessi), radiatori, intonaci, perizoma, tarallucci e vino.

p.s. un asfodelo anche per Gianni Mura

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