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I frutti di Camus a maturazione

“la peste aveva ricoperto ogni cosa: non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti.”

Terzo momento, integralmente incardinato su La Peste - dell’indagine sulla scrittura e sulla visione filosofica di Albert Camus. V. anche I frutti di Camus e Le madri di Camus.

Joseph Grand, volendo imparare a trovare le parole, scopre che la donna che lo ha lasciato, e alla quale sempre pensa, avrebbe potuto essere trattenuta se solo, a un dato momento, egli fosse riuscito a trovare le parole. Ma non ha potuto.

Adesso il Romanzo, come si conviene, tutto ricomprende: l’amore, il cinismo, la pietà, l’astratto (non più l’assurdo della peste), la paura, il diritto alla felicità di ogni uomo.

La scrittura di Camus lievita come un’estate feroce: flutti ininterrotti di Romanzo inondano le sue pagine. Il microcosmo di Orano, vetrino da esperimento per le passioni di un’umanità al limite tra disgregazione e solidarietà – così, molto felicemente, recita il testo della quarta di copertina – è puntualmente indagato in ogni suo recesso. La peste è un romanzo talmente ambizioso che una volta riuscito non può non essere classificato patrimonio dell’umanità. Il suo vertiginoso coefficiente di difficoltà, insito nel non irrilevante problema di restituire in modo credibile al lettore un universo colpito dalla peste, diventa quindi il tratto più prestigioso dell’opera. Questo avviene perché, ad onta della natura tutta finzionale dell’espediente narrativo della pestilenza, mai, davvero mai, quella che tecnicamente si chiama sospensione dell’incredulità viene a subire contraccolpi. In maniera molto volgare, o in due parole, siamo dalle parti della lettura avvincente.

La congerie umana gode qui di una rappresentazione completa e approfondita. Abbiamo visto Joseph Grand, adesso mette conto parlare della straordinaria figura del padre gesuita Paneloux. Sembrerebbe sulle prime, un teologo colto e integerrimo, una specie di prefetto della congregazione per la dottrina della fede, pronto a giustificare la pestilenza come punizione biblica venuta a colpire i molti che hanno perso di vista Dio o che si sono troppo adagiati sulla sua misericordia impedendosi così di soddisfare il suo “divorante affetto”. A mio parere, il personaggio viene omaggiato da Camus di un’eccellente retorica e di una grande capacità evocativa e visionaria (la sua prima omelia sul castigo divino resta un ‘evento’), il che consente all’autore di meglio precisare il suo dissenso dall’interpretazione religiosa senza però ridurre a macchietta l’uomo di chiesa né banalizzare la stessa chiesa. Camus può prendere rispettosamente ma fermamente le distanze da un approccio filosofico che non condivide: la giustizia divina che s’abbatte sul mondo per ripulirlo dalla colpa. Ove mai Paneloux riveli un limite, questo non andrebbe individuato nel dogmatismo di un retrivo ministro di dio ma al più nel suo procedere in un sistema sì dotto da scontare un certo distacco dal mondo degli uomini, una freddezza, al cospetto del dolore, che non è di alcun beneficio alla religione medesima. “Paneloux è un uomo di studio, non ha veduto morire abbastanza.”

Ma poi la peste cos’è? Un portiere comincia col delinearla in conformità con quelli che sono gli intenti allegorici dell’autore: “Se fosse stato un terremoto! Una buona scossa e non se ne parla più … Si contano i morti, i vivi, e il gioco è fatto. Ma questa porcheria di peste! Anche coloro che non l’hanno la portano nel cuore”.

Le scelte morali

Tarrou ha una sua morale, qual è? La comprensione.

Rieux, a sua volta, quella di curare la miseria.

E ancora, la morale del Narratore (il quale interviene in prima persona a pag. 101): “dando troppa importanza alle buone azioni si finisce col rendere un omaggio indiretto e potente al male: allora, infatti, si lascia supporre che le buone azioni non hanno pregio che in quanto sono rare e che la malvagità e l’indifferenza determinano assai più frequentemente le azioni degli uomini”. Il Narratore si fa “storico dei cuori straziati ed esigenti che la peste diede allora a tutti i nostri concittadini.”

Poi c’è Cottard, il prototipo dell’uomo che si trova meglio da quando nella sua città s’è installata la peste.

Il giornalista Rambert non fa che escogitare fughe da Orano perché non crede nell’eroismo, anzi peggio, lo crede omicida. E ciò che egli trova davvero importante nella vita è “che si viva e che si muoia di quello che si ama”.

Camus ci prova, tenta di sfidare l’assenza di senso dell’esistere, estende il contagio fino a quando questo non ha eliminato tutti i giudizi di valore. “Si accettava tutto in blocco”, scrive sfidando la sue stessa creazione letteraria, quella che gli sta alle spalle. Con questo suo estremo tentativo, prova a sterilizzare l’amore fino a creare un mondo insensato, basato sulla “pazienza senza futuro” e su “un’attesa incagliata”, nel quale gli uomini restano uccisi come mosche. Ma resta, per così dire, vittima della immensa sua costruzione. Adesso non può fare a meno di osservare “l’appetito di calore umano che spinge tuttavia gli uomini gli uni verso gli altri”, e li spinge fino anche alla spasmodica ricerca di quei “torridi piaceri che li difendevano dal gelo della peste”.

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La penna dell’epidemia

Un uomo che lavora, la povertà, il futuro lentamente chiuso, il silenzio delle sere intorno alla tavola, non vi è posto per la passione in un tale universo. Probabilmente Jeanne aveva sofferto. Era rimasta, tuttavia; accade che si soffra a lungo senza saperlo. Gli anni erano passati. Poi era fuggita, e beninteso non era fuggita sola. “Ti ho amato molto, ma adesso sono stanca … Non sono felice, se parto; ma non si ha bisogno di essere felici per ricominciare”. Questo, pressappoco, gli aveva scritto.

Joseph Grand, a sua volta, aveva sofferto; avrebbe potuto ricominciare, come gli osservò Rieux. Ma ecco, a lui mancava la fede.

Semplicemente, pensava sempre a lei. Quel che avrebbe voluto fare, era scrivere una lettera per giustificarsi. “Ma è difficile”, diceva, “ci penso da molto tempo. Sin tanto che ci siamo amati, ci siamo intesi senza parole. Ma non ci si ama per sempre. A un dato momento, avrei dovuto trovare le parole per trattenerla, ma non ho potuto”.

pagg. 64-65

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I frutti di Camus

Seguendo, in un percorso squisitamente ideale e simbolico, le madri di Camus, cominciato qui, l’attenzione si sposta sul dono di vita con cui quelle madri arricchiscono l’umanità nelle pagine dello scrittore

Orano, luogo arido sotto il duplice aspetto del clima meteorologico e delle relazioni umane, città in cui “ci si applica a contrarre delle abitudini” (i giovani, ad esempio, si divorano rapidamente nell’atto d’amore oppure si impegnano in una lunga abitudine a due), ebbene Orano rende scomodo il morire.

Orano volta le spalle, in senso propriamente morfologico, a un paesaggio di impareggiabile bellezza, dunque Orano volta le spalle, in senso più allegorico, alla bellezza. Alla bellezza della natura e, in definitiva, della vita. Su Orano, cioè, il sipario si apre come su un luogo compiutamente dell’assurdo. Per quanto la narrazione non sia più in prima persona come ne Lo straniero, questa città sembrerebbe proprio l’elemento di Meursault, il palcoscenico sul quale l’impiegato, indifferente a tutto, potrebbe seguitare a gironzolare.

E così, sull’assurdità di un siffatto vivere s’abbatte l’insensatezza di un assurdo morire: la peste. La trista contabilità dei ratti morti mette fine all’estraniamento come categoria dell’arte. L’esplorazione delle passioni umane può cominciare. Estetica dell’assurdo: punto e fine.

Accanto a “modesti funzionari dediti a onorevoli manie” ecco ora emergere uomini che hanno “il coraggio dei loro buoni sentimenti” come il Joseph Grand che non trova le parole e passa il resto dei suoi giorni a ricomporre all’infinito le prime righe di un romanzo ch’egli avrebbe in mente di scrivere.

I flagelli che la peste reca agli abitanti della città in cui ha scelto di stabilirsi, come si diceva, sono “esilio” e “separazione” : amici, amanti e familiari che per le più svariate ragioni si trovano fuori da Orano e non possono più rientrarvi per le misure di quarantena imposte alla città, lacerati dal desiderio del ricongiungimento con coloro che sono rimasti “prigionieri” all’interno delle mura, sperimentano ad un tempo il dolore di “una memoria che non serve a nulla” e l’ottusità di una condizione priva di futuro. Lo scarto è precisamente qui: esilio e separazione vengono appunto percepiti come pena, non quindi passivamente accettati come in Meursault.

(continua)

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… DUNQUE

Problem solving

ragionevoli ragionamenti di amministratori

che non devono dar conto a nessuno

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Le madri di Camus

Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so.

Ho idea che Camus vada letto, seguito e interpretato, lungo il suo percorso narrativo, ponendo attenzione ai brani in cui mette in scena la morte di una madre.

L’incipit sconturbante de Lo straniero è incredibilmente emblematico (quando si dice: nelle prime righe c’è già tutto) del tono e dei significati dell’intero libro. Verissimo. Eppure esaurisce tutta la sua rappresentatività in questo testo. Vale a dire che esso non rispecchia approdi ed esiti delle prove (gigantesche) successive del medesimo autore. Pare, cioè, che Albert Camus pur continuando a servirsi di arnesi quali assurdità della vita e insensatezza della morte vi imbastisca sopra altro genere di costruzioni; egli si mette alle spalle ogni accostamento al genere dell’assurdo, riuscendo nell’impresa di mantenere in curriculum un’opera che dell’assurdo resta, ad ogni buon conto, un capolavoro. Tanto Lo straniero appare come un disumano esercizio di distanza e di estraneità rispetto al calore della vita, quanto La Peste e La caduta sembrano provare nostalgia dell’umano, nutrite come sono di consapevolezza per quel poco di cui l’uomo è chiamato a rispondere sulla terra e, nondimeno, di frustrazione per i fallimenti che al comportamento dell’uomo sono imputabili.

E così, personaggi drasticamente amorali come l’impiegatuccio Meursault, straniero a se stesso, accanitosi a rivoltellate, senz’alcuna ragione, sul corpo di un arabo, non potranno più godere nei successivi libri di un primo piano così spinto come ne Lo straniero. I motivi dell’esilio e della separazione resteranno al centro dell’opera di Camus ma declinati prevalentemente in una scrittura più morale. Laddove, nello scrittore premio Nobel, “più morale” non vuol dire rigida divisione tra il Bene e il Male, tra innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, e via elencando – distinzioni che non si possono operare se non andando giù di un’accetta che certo non appartiene a Camus – bensì tensione costante verso l’individuazione di “un criterio minimo” che deve pur esistere per distinguere l’ingiustizia dal suo contrario. Significativo, al riguardo, l’atteggiamento del dottor Rieux de La peste, il quale precisa che non la salvezza degli uomini gli sta a cuore ma, più modestamente, la loro salute. Ecco, un’opzione morale per Camus può essere, per esempio, quella di provare a fare bene il proprio mestiere.

Ma si diceva dei libri di Camus letti attraverso il racconto della morte di una madre. Vediamo, confrontandoli con l’esordio fulminante de Lo straniero, come cambiano, ne La peste, il passo, la parola, il soffio, il palpito dell’autore dentro alle parole di un personaggio non secondario, anzi bellissimo e indimenticabile, qual è Tarrou:

Mia madre […] in lei amavo la stessa discrezione, e lei sempre ho voluto raggiungere. Otto anni or sono, non posso dire che sia morta; si è soltanto affievolita un po’ più del solito, e quando mi sono voltato non c’era più.

Anche l’anziana madre di Rieux è oggetto di un ininterrotto sguardo di tenerezza da parte del medico e dell’autore, mentre nella città nordafricana di Orano imperversa il flagello che mette a dura prova l’umanità dei sentimenti di tutti gli abitanti.

(continua)

letteraria, minimi sistemi

VENGO DAL MONDO DELLA NON VITA E DEL NON TEMPO. NON TORNO IN ALBANIA MA QUI DOVE VIVO NON SONO IN ITALIA

Il cielo deve essere celeste ma può essere che il cielo sia verde
e che gli alberi siano rossi.
Perché il disegno è pensiero e il colore, invece, è sentimento.

letteraria, minimi sistemi

Besnik Sopoti. E tu, chi sei?

Gli orrori e la follia del secolo scorso lo riguardano molto, molto da vicino. Un fantasma carico di colori approdato da straniero a casa sua, nel paese mancato di Modugno e in una Nazione, la sua, che lo guarda con occhio razzista.

letteraria

loro credono sia questa una recensione autobiografica?

Qualcuno, un Azazel, mi porti all’inferno e colà si porti pure il tormento e la bellezza del mio romanzo. Sì sì, anch’io scrivo solo per Jeshua, Woland e Margherita. Che per questo si additi al mondo la stolida irresponsabilità della camarilla degli “intriganti, conformisti e leccapiedi”, “fratelli in letteratura”, uomini di vaste letture e smagliante cultura, “gioiosamente dediti al loro vuoto” mentre nei vieti cerimoniali si incensano tra tartine e pizzette, per tacere di un “pesce persico au naturel“, delle “uova-in-cocotte con una purée di funghi in tazza”, e il sentimento gli si eleva ad altezze celestiali al cospetto rarefatto dei “filettini di tordo” e delle “quaglie alla genovese”. Io ci ho il mio fornetto dove appronto l’eterna zuppa “ignivomo lago”, sarei disposto a dividerla con la bestia Behemoth e il diavolo mi porti perché nel teatro della vita, e non nell’antivitale teatro del palcoscenico, ho imbrattato le anime belle. Pur non trascurando, prego notarlo, di insozzare la mia, vedomi oppugnato e un tantinello misconosciuto nella potenza figurativa del mio ingegno. Che il tram giustizi, opportunamente decollandoli, i direttori di riviste letterarie dalla “robusta erudizione”. Che qualche mia devota stregaccia rada al suolo le villazze dei parrucconi, loro già rasati con cura, che mi condurranno ai matti.

Alfine posso dire. Il mio, molto inedito, è il miglior romanzo dell’Unione Sovietica del secolo venturo.

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un caso modugnese di Letteratura dell’esilio

Questo mio scritto
lo si può leggere
sull'ultimo numero
della rivista Nuovi Orientamenti

Capitolo Cultura: si dessero le condizioni per un gran bel repulisti di banalità e frasi fatte, in questa città si perverrebbe alla felice scoperta che la realtà è ben oltre ogni immaginazione. Già, perché l’immaginazione pare attossicata dal luogo comune, e questi altro non sarebbe che idea approssimativa, quando non del tutto falsa, della realtà culturale, dunque ‘idea ricevuta’ sullo stato dell’arte locale. L’altra faccia di un conformismo che se fosse spazzato via (cara grazia) lascerebbe posto ad una sola, bellissima reazione: di stupore di fronte a un patrimonio “di cui non se ne ha l’idea”. Appunto.

“Qui non c’è niente, qui non c’è cultura o nessuno la fa”, sarebbe la prima pertinace convinzione a finire a gambe per aria.

Ciò che manca, invece, manca del tutto, manca in senso criminale, è una volontà politica, un principio organizzatore, un orizzonte, un disegno anche di corto respiro; a mancare drammaticamente, in due parole, sono le Politiche Culturali. Precisazione, anche questa niente affatto originale, ma utile non soltanto a erodere terreno al qualunquismo endemico, a sottrarre argomenti a quel luogocomunismo in servizio permanente effettivo che tutto confonde e annega, ma pure anche a reagire nei confronti di chi, dalla imprecisione e dalla indeterminatezza dei concetti – ciò che corrisponde all’azzeramento della coscienza critica -, ha tutto da guadagnare. Primo: non fornire alibi a coloro che già fomentano l’anestesia di massa e che a questa rinuncerebbero solo potendo promuovere un analfabetismo di ritorno.

Si vuole qui segnalare come la scena cittadina sia fitta di ‘attori culturali’: una moltitudine di soggetti (al netto di coloro che lo fanno velleitariamente) che si cimentano in ‘imprese culturali’: poeti, romanzieri, attori, registi per il teatro e per il cinema, danzatori, musicisti e pittori. Molti di questi hanno raggiunto traguardi di una tale rilevanza, addirittura internazionale, da poter essere considerati artisti di vaglia, talenti certificati, ove mai ce ne fosse bisogno, da palmares e onorificenze. Inutile sottolineare come tutto questo (le loro opere, la loro arte) succeda nel totale disinteresse e della città che se n’infotte e delle sue istituzioni, fatti salvi quei passaggi doverosi in cui ‘il fatto importante’ viene notiziato – e magari accompagnato da certo cinismo propagandistico.

Meteore. Meteore per Modugno ma non certo per chi di quel talento, di quella professionalità, di quella risorsa si avvale ogni giorno e, così facendo, la valorizza e la fa fruttare.

Un caso emblematico per tutti: Tommaso Di Ciaula. Scrittore (di poesia e di narrativa) di statura elevatissima, degno di essere collocato tra i giganti della letteratura italiana contemporanea – chi scrive, mentre scrive, temendo di averla sparata grossa, ci pensa su e … e non è che veda in giro tutti ’sti giganti e sì comunque, Tommaso Di Ciaula ben figurerebbe insieme a quei pochi viventi capaci di Letteratura in Italia.

Bene, occorre motivare un giudizio tanto esaltante. Occorre andare a vedere dove sta la sua grandezza. E mostrarla. E se dovessimo riuscire a dimostrare come e qualmente l’autore di Tuta blu meriti di essere considerato uno dei più importanti scrittori italiani, il passo successivo sarebbe quello di gridare allo scandalo per la difficoltà (di reperire i suoi libri) in cui s’imbatte oggi chiunque voglia accostarsi alle sue opere. Dopodiché sarebbe inevitabile invocare un’iniziativa ‘politica’, almeno sul piano locale, per tentare il rilancio o una nuova diffusione dei suoi scritti. Countinua a leggere »

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Su realtà e verità /2

La storia d’Abramo e d’Isacco non è documentata meglio di quella d’Ulisse, di Penelope e d’Euriclea. Sono favole entrambe. Ma al narratore biblico, all’Eloista, occorre credere alla verità oggettiva del sacrificio d’Abramo; l’esistenza delle norme religiose della vita riposa sulla verità di questa e di simili storie. Egli deve credervi con passione, o almeno – come ammettevano, e forse ancora ammettono, parecchi interpreti illuministici – doveva essere un bugiardo consapevole: non bugiardo innocente come Omero che mente per dar piacere, bensì un mentitore politico, ben consapevole del fine, e che mentiva nell’interesse di una volontà di dominio. Il punto di vista illuministico mi sembra psicologicamente assurdo, ma, anche se lo teniamo in considerazione, l’atteggiamento dello scrittore biblico di fronte alla verità della sua storia resta molto più appassionato e tendenzioso di quello di Omero. Egli dovette scrivere esattamente quello che esigeva la sua fede nella verità della tradizione, o il suo interesse, secondo la convinzione illuministica. In ogni caso, alla sua fantasia libera, inventiva o descrittiva erano posti limiti ristretti, la sua attività doveva limitarsi a redigere efficacemente la tradizione religiosa. Quanto egli esponeva non mirava dunque in primo luogo alla “realtà”, e se pur anche gli riusciva, ciò era pur sempre mezzo e non scopo; mirava invece alla verità. Guai a chi non credeva in essa! Countinua a leggere »

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