Se il pupazzo manovra i fili
Nel paese che, decidendo di non bocciarlo, ha eletto il conflitto di interessi a vera e propria estetica dell’esercizio del potere, ecco vediamo promossi capi e capetti che, non essendo quasi mai all’altezza del compito, pretendono di non essere scoperti, dettano le condizioni grazie alle quali nessuno può più smascherarli, cancellano quelle voci che ancora si ostinano a voler denunciare il peccato originale. Magari, quelle stesse voci non hanno fatto altro nel passato: indicare il difetto preliminare capace di inquinare ogni sviluppo successivo. Fa strano che mettano tutta questa paura quando poi risulta puntualmente che ”la maggioranza” non si cura affatto degli argomenti che esse voci adducono. Il Capo pretende una vittoria su tutti i fronti e non concede l’onore delle armi; piuttosto vuole l’umiliazione se non l’eliminazione dell’antagonista. Fottutissimo antagonista, questo professionista del retroscena. Accade ora che il capo, dacché è capo, può permettersi pigrizia oppure scopre che il mondo è troppo vasto sotto di lui e non può tenerlo a freno con le sue sole forze. Ecco la comodità di avere dei subordinati a cui delegare mansioni, dei camerieri, dei manutengoli, una claque. E questa storia la sappiamo tutti.
La storia che conosciamo un pò meno però è questa qui: il delfino che diventa orca assassina e il suo mentore che si fa tonno; il pesce-cazzone che diventa piranha e lo squalo che diventa baccalà; il servo che studia per benino la mente malata del suo padrone e comprende che il bisogno di questi si limita al solo sentirsi e mostrarsi potente, non di esserlo realmente e fino in fondo. A questo punto il capo finisce in pentola, si lascia imbambolare dal suo ex zerbino, il suo ex tappetino da cesso, quello che adesso accelera nel fargli credere di essere un semidio e lo blandisce e continua a chiamarlo Capo, Grande Capo, Generalissimo, Horatio Nelson, Giulio Cesare e Paperoga. In realtà ne sta approfittando per prevaricare su tutto, arraffare qualunque cosa, mangiare a sbafo con la protezione e benedizione del suo superiore in grado. E se qualcuno non ci sta e si rivolge al capo volendo credere ancora alla sua autorità chiedendogli: “Oh, ma che cazzo fa quello lì?”, eccoti il capo trasformato in azzeccagarbugli, miserabile in questa trasformazione in avvocaticchio del suo servo. Fino a diventare difensore tra i più agguerriti, pronto a sbracarsi per il suo pupillo. Nel frattempo, nonostante i non-argomenti messi in campo da chi deve difendere ad ogni costo il proprio operato noi ci arrovelleremo sul quesito: ma che fine hanno fato i capi cazzuti di una volta? La risposta è che probabilmente questi non sono mai esistiti. Ciò che è sempre esistito invece sono delle persone astute che all’uopo si uniscono in un gruppo facendo perno su privilegi preesistenti e formano, in tal guisa, un blocco di potere tracotante e vile; in finale: un’associazione a delinquere.
Era l’estetica del capo, bellezza. Ed è anche una bella etica del cazzo.
28 Giu 2008 Nicola 3 commenti





