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Via Gràl /32

di cinta. E il muro di cinta, pur avendo una falla che metteva in comunicazione i due quartieri della cittadella, il popolare e l’esclusivo, come vasi e sottovasi comunicanti, morti e sottomorti dei due regni del sonno eterno; ebbene, pur patendo la breccia, sempre muro era, una barriera che segnava chiaramente il punto oltre il quale nessuna ‘a livella ci poteva conforto.

Un contrito vittimismo allora prendeva a sagomare la tela del volto di tela di Innocenza, per abbandonarla solo dopo qualche giorno, quando c’era da fare largo a un petroso cinismo, sulla tela del volto di Innocenza. Raramente invece riusciva a scavarsi il proprio corso un sorriso aperto e franco sul paesaggio desolato del volto di Innocenza, quello che sfolgorava di una luce affilatissima: doveva essere l’agghiacciante pensiero ovvero la speranza di poter dare ai figli più degna sepoltura di quella toccata in sorte al suo povero marito. Ecco, questo era ciò che aveva il potere di snodare un sorriso tra le mutevoli dune del volto di Innocenza e allora il sollievo diventava un ruscellare prima sinuoso tra i muscoli facciali subito seguito da un gorgoglio di luce metallica: rostri, roncigli, uncini, arpioni, rampini, perni che sventagliavano lampi di tenebrosa, magnificente luce. Il volto cessava di essere tela per farsi spigoloso, puntuto, ferramentoso. A figura intera, vista a una certa distanza, pareva tutta una macchinosa mandibola, sinistramente somigliante alla più grande scavatrice che adesso lavorava ostinata a pochi metri da lei. Una mandibola in caccia del tegumento in cui scavare il proprio varco.

Diversamente dai suoi figli aveva il suo bel giro di amicizie. C’era per esempio la vicina di casa, Beatrice, sua coetanea. Andavano insieme a messa la domenica pomeriggio, insieme ai funerali e insieme ai cuenzi, conzi o consòli, i banchetti mangerecci che ai funerali fanno implacabile seguito come prosecuzione del lutto con altri mezzi. Soprattutto questi erano i momenti dove le due amiche si esaltavano in abnegazione, straordinariamente solerti nel tributo delle loro vivande, con un’inondazione di derrate alimentari, vere leccornie preparate nelle rispettive cucine, che se non fossero state consumate e

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La questione delle brioscine

la fiumana di ragazzi prende a danzare. Sul palco si sono sistemati i Darawish: suonano la musica di Gerusalemme. Viene fuori la melodia dei sagrifizi a dio. I musulmani neri pure, hanno formato un cerchio e ora coreagrafano la loro spiritualità; c’è dell’esotismo nei muscoli che si dilatano, si flettono e si contraggono, stampando le evoluzioni sulla stoffa delle loro tuniche. Sgambettano come eleganti bestiole del Sahara. C’è aria di fratellanza e di promiscuità. Il medioriente più seducente si libra dagli strumenti dei suonatori, ed è musica che cerca dio, che va a rovistare nel santosepolcro, che si prostra al richiamo del muezzin, che s’infrange contro il murodelpianto. Il vocalist sta cantando che devi liberarti d’ogni cosa: tu non possiedi niente, tu non sei questo che vedi perché sennò non sei niente, esci da ciò che sei e sarai molto di più, guarda fuori di te danzare i tuoi anni pieni di speranza, non chini e non vinti, non c’è niente che abbia il potere di annichilire la tua corsa verso la conquista di due metri di gioia. C’è aria di dio. Dio, ti uso la maiuscola, Dio, se mi vieni in soccorso in questa serata, in questa moschea tempio della liberazione dalle some convenzionali.

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ghiandola n. 90

Nel quartiere dove sto c’è tanta disgraziata marmaglia tra i quattro e i dodici anni che gioca, schiamazza, delinque, ricatta, bestemmia, ride, piange, sputa, impara, cade, si ferisce, non mi lascia tranquillo mai né concentrato sui libri.

Rizio, otto anni, da ieri ha un occhio bendato perché l’altro è pigro. La sua nuca, selvaggia di capelli sfoltiti troppo raramente, ondeggia tra le figure fanciulle e già racchiude pulsioni inconfessabili.

Me ne sto qui seduto su gradini lebbrosi e a scarsi metri da me Rizio sta raccontando il suo sogno di stanotte ad altri marmocchi.

Dice di essere stato messo incinto da un bambino suo compagno, Stefano, di sei anni. Ed è nata Arianna, partorita dietro un cinquecento parcheggiato qui nel cortile.

“Dice di averne fatti altri duecentociquanta”, rivela un altro, Michelino.

Rido mezzo sbalordito.

Osservo Rizio e penso che tutte le scintille negli occhi di tutta la letteratura mondiale, sono scoccate, o non saranno mai più scoccate, nell’unico suo occhio aperto, spento. Anche se azzurro.

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impietramenti

Mi sentivo fiero a mia volta di farmi vedere al suo fianco, ché ormai ero un attore che lavorava con Regista. Poi il conto lo sistemava lui.

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Si andava alla Feltrinelli, mi faceva conoscere autori enormi che leggo ancora oggi. Acquistava una decina di libri e poi si tornava all’autosilo a ritirare la sua renò. Se ne usciva e si rinasceva al giallognolo artificiale della sera di Bari; al primo semaforo rosso lui si contorceva tutto per prendere la carrettata di libri deposta sul sedile posteriore per mettermene un quattro - cinque tra le mani, sigillando il gesto con un “questi sono tuoi”.

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Avevo l’esame di statistica II – demografia in quel periodo e volevo dare morte violenta a trend, cicli, mortalità, zero natalità, nuzialità chi se ne frega, quozienti vari, flussi di popolazione, qualche pisciatina binomiale e buonanotte ai suonatori. Regista però non si voleva riprendere. Di giorno sembrava più sollevato, ma di notte tutt’altro, ero lo stesso e anche peggio di quel che ho detto, e chi era deputato a stargli vicino di notte, perché se si voleva essere artisti bisognava tirar tardi, ero sempre io. Mariella era un fantasma, un vestito di donna appeso dietro la porta della stanza di Regista.

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Umbè

Questo giorno raffermo come un pane. Dentro una luce da rito evangelista. Frenato come terra sotto l’unghia. Pisciato come una mutanda. Rampognato da vecchie streghe. Intensità sputata ‘n faccia. Un uccello rimpannucciato quando che è all’acme. Bavosa e cornuta vita.

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L’amore (s)conta

- Senti, ma sei d’accordo con questo pensiero: “l’amore è l’infinito abbassato al livello dei cani barboncini”?

- Ah, guarda, me lo devi tradurre perché per me è ostrogoto.

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la sprotezione civile

ahi, la sconcia italia che mi costerna. e non mi vede.
la borghesia diffusa che ha soppiantato il quarto stato non inalbera vessilli di vendetta per i ventri incavati, lo sfruttamento secolare e l’atavica fame. sul proprio stendardo ci stan delle mutande e le teste spiccherebbe a chi del potere ha fatto una questione di vizio del quale ella non partecipa. non più pane, pane! romba il tumulto ma fica, fica! solo che il grido è come represso e le resta nella strozza perché la borghesia diffusa dacchè è tale, spesso piccola e pudibonda, da quel greve mottetto è come imbarazzata, per cui trova più confortevole riparo nel moralismo. da tempo pencola tra il definitivo benessere e la miseria più sozza, troppo occupata a mantenersi in equilibrio su cotanto scrimolo, precludendosi in tal modo sia il sollazzo e le bonazze da oligarchi che il sudiciume dell’accoppiamento selvaggio degli uomini ridotti come animali.

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la questione delle brioscine

Il percorso è quello coperto normalmente dalle calabrolucane. Si sfreccia lungo uno stradone che sprigiona svincoli per la circonvallazione. Le tangenziali la menano schizoidi e le puoi vedere tra riflessi di arancio stinto avviticchiarsi sopra e sotto la nostra carreggiata. A viaggiare su degli spasmi. Scivolare tra gorghi. Oddio, la nostra pista è abbastanza regolare ma le strade slinguano sudicie torno a torno, sorvegliate da interminabili serie dinoccolate di fari dalla luce sbiadita, la nostra invece è buia perché dopo un po’ si tuffa nella campagna.

Evitiamo accuratamente di segnarci allorché appare per qualche attimo il santuario della madonna dei cunicoli per essere pronti a reggere lo stomaco quando il tracciato si produrrà in una brusca depressione. L’auto è ad alta velocità. Andare così non si può, per esempio sul tratto autostradale tra Candela e Venosa, dove sempre fracassa la furia degli elementi. Nessuno mi chiede di rallentare e io d’altronde in questo punto non l’ho mai fatto. Dovrei però, così magari la millefoglie di peperoni se ne resta al proprio posto: a ranghi compatti con i beveraggi alcolici, e che l’apparato digerente li voglia benedire. Poi comincia l’ascesa che si lascia alle spalle questa specie di sottovia e pian piano si scopre quel monumentale latrinone issatosi nel bel mezzo della campagna a vigne, uliveti e mandorleti a perdita d’occhio. È lo stadio sannicola, che si ingigantisce a poco a poco sul parabrezza e scopre il suo culo polveroso come un puttanone astronautico. Sesquipedale, la battona laterizia. Enorme. Nella sua panza può contenere sessantamila teste. È il catino che ammattona i nostri vent’anni e gli altri venti di chi rincoglionisce con i caratteri runici dello stampo italiano da spalto. Io, come sempre e per pigrizia (per non dover raggiungere una rotatoria e starvi a girare intorno) opero in quel punto una manovra decisamente pericolosa: a destra c’è l’ingresso numero nove della curva nord, a sinistra il senso contrario di marcia; ebbene, superato il dosso che conclude la rampa e comprime la tua duodenale angoscia nelle tube incaricate del lavoro sporco, guardo nel retrovisore per accertarmi che nessuno sopraggiunga e mi impadronisco della corsia di sorpasso. Rallento… inchiodo quasi, lascio che la mia tipo millessei sbatta bene le terga e completo un’inversione di marcia degna del peggio avanzo di galera.

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rinsaccato nel mio amore

sia lode e brodo, e magari anche semolino, a me.

perdona, o lettore, ’sti scaracchi e se il blog ne annerisce.

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