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altri spot, diario di un giullare timido

mia divisione

Riprendo dei testi di economia e lascio Bardamu su una piroga che risale un corso d’acqua nel bel mezzo della foresta equatoriale.

Col bronco ingrommato visti Il Profeta, L’uomo nell’ombra, Agorà, L’uomo che verrà, Il giardino dei limoni, tutti accomunati da certa lungaggine. Agorà finisce dritto dritto a liberarmi memoria nell’hard disk, dopodiché in questo mini torneo assegnerei al film di Diritti la palma del migliore (non mi dilungo perché la commozione e le lacrime in questo mondo sono giustamente appannaggio di C’è posta per te o della Barbaraalleporte D’urso), quella della migliore sceneggiatura a Il profeta, miglior attore Ewan McGregor, miglior soggetto (non ben sviluppato, direi) al Lemon Tree. Le migliori citazioni, costruite sulle atmosfere hitchcockiane ma anche su un coraggioso autocitazionismo (ho trovato piuttosto evidenti le suggestioni da L’inquilino del terzo piano, il film più di terrore che abbia mai visto, come ebbi a dire un anno fa), sono in conto al film dell’orco Roman Misteri.

A chi volesse chiedermi un’analisi più argomentata è sufficiente che mi indichi uno di questi film.

Ad ogni modo, questo 2010 sta appassionandosi alla sua fine e io son qui, stavolta fermo nel proposito, a organizzar classifiche e indicizzazioni di tutto quel che è entrato in ’sto blog in fatto di libri e cinema. Avevo anche fatto una classifichina del tutto personale sulla base di quel che avevano visto i miei occhi quest’estate tra i libri e i quotidiani più letti sulle coste pugliesi. Ma poi ho rinunciato perché non ci vedevo granché di senso nel categorizzare qualcosa che non era entrato nei miei ragionamenti…

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Che può la vanità

Gli sembrava … come dire … congruo, equo, affrontabile: “Tu, domani mi fai trovare settecento euro sul conto e io ti credo”. Enzo, rivolgendosi al cielo, gesticolava anche duramente.

“Smettila”, diceva chi lo stava ad ascoltare.

“Scusa, ma perché, ci rendiamo conto?” Ruotò gli occhi arrossati sul volto di lei. “Che cazzo gli sto chiedendo: settecento euro. Settecento euro noi due ce li sputtaniamo subito, per sopravvivere. Mentre lui ci guadagna un devoto per tutta la vita. Cioè, mi sembra che sia il minimo, no? Cioè, ma neanche il minimo: il basilare, il necessario. Gli sto chiedendo solo la possibilità di far fronte ai giorni, comprare il pane domani, sbattere uno sguiccio di benzina nella scassa e non farmele tutte ma proprio tutte a piote. Possibile che sembri una richiesta assurda?”

“Non è così.”

“Perché no? Questo regalo a lui non costa nulla. Se uno non ci crede ma è disposto a ravvedersi lui qualcosa la deve pur fare, no? Che cosa ci guadagna a tenermi così arrabbiato ed esasperato?”

“Ma com’è che non capisci, Enzo? Lui ha già fatto molto, ti ha regalato un cervello.”

Bum!

Per come lo aveva detto lei, in un tale stato di pietà dolente, sembravano non esserci dubbi. Gli sembrò una cosa così bella, un dono veramente, che non poteva non sentirsi grato, addirittura enormemente e intensamente grato verso colui che gli era stato indicato, in uno squarcio di luce, come Il Munifico.

Non solo: sempre per come lo aveva detto lei sembrava essere logico. Di quella logica ferrea e inoppugnabile di cui si erano sempre serviti gli avversari proprio per negarne l’esistenza. E poi gli sembrò pure che l’ateismo duro e puro era in fondo una faccenda di ricchi sereni, benestanti, pienamente borghesi. E che lui col suo cervello, e tutte le ristrettezze della vita, adesso sai che fior di mistico poteva essere?

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quando la lotta di classe se ne va a puttane

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più che francesismi, preziosismi

Onore e lode a questo compositore della Spoon River della Murgia, questo cantore di una terra e di uomini che non si comprende forse quanto ancora profondamente arcaici sanno essere. Rendiamo grazie a questo collettore di traiettorie tra la sozzeria e la solitudine, questo interprete di una tradizione magari finta ma che finisce per essere la più schietta e sincera, in definitiva la più autentica tradizione; questo De Andrè delle Puglie, menestrello inassolto e anticlericale quanto basta.

E infine, e insomma: macché De Andrè, ma quali Bob Dylan ed E. L. Masters in presunta salsa italica del sud-est. Questo è Enantino, conosce i Padri del cantautorato italiano così come affronta il patrimonio identitario che canta: per creare una cosa che dissacra due volte: in ambito musicale e in un ambito squisitamente retorico, disintegrando la credenza di un “piccolo mondo antico” che, per l’appunto, non è mai esistito. E al tempo si pregiano, i brani di Enantino, di un coefficiente poetico tra il ragguardevole e l’eccelso, capace di esiti molto coincidenti con la mitologia che meritammo.

Sempre di queste parti io parlo, eh …?

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Enantino è buono e fino

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L’innestatore

Ho idea che Cormac McCarthy si sia come ingaggiato a immaginare la vita di Tom Joad dopo che questi ha abbondonato la sua famiglia in California. Ho idea che abbia preso quest’uomo, lo abbia ribattezzato Cornelius Suttree e calato nel 1951 a Knoxville, Tennessee.

Nel romanzo di Steinbeck ci sono dei frammenti che giuntano il testo paragonabili a delle odi corali, benché prive di strofe e antistrofe, dalle quali scaturisce vento epico che soffia su tutta l’odissea dei Joad, della Famiglia. Ho idea che McCarthy invece abbia riconsiderato questi perni che rammendano la “notte” dei Joad nella loro lunga traversata verso la sconfitta, e li abbia fusi facendoli colare e rapprendere come oro lirico sulle figure del suo teatro d’ombre.

Allo stesso modo il grande romanzo americano transita da una tradizione “socialista” in cui si rappresentano le vicende, diremo collettive, dei più deboli in lotta per la sopravvivenza e contro nemici sempre più grandi e imbattibili, alle sacrosante pippe individuali del singolo irredento, inassolto, malvissuto e poeta.

Con tutto questo c’entra qualcosa il dire che Victor Hugo ed Émile Zola (il mistero della fruttificazione del seme avvicina Germinal e Steinbeck in un modo a mio parere evidentissimo) sono meglio di Marx e Lenin? E a suffragare questa considerazione può servire la ricchezza di sfumature proprio in The Grapes of Wrath, dove convivono un Casy predicatore che spretandosi diventa il più comunista di tutti, e una voce molto più cosciente di quella di un banale sindacalista, che non smette di parlarci dell’ostinazione a vivere e di quella costante dell’uomo che è il perenne suo sussulto di vitalità, quantunque egli sbagli, inciampi e retroceda di “un mezzo passo, mai di un passo intero”, concludendo che in quel passo così faticoso risiede il progresso dell’umanità?

Mi sa che si deve passare di qui, da questi libri, per vedere dove si formano per la prima volta le immagini che, imprimendosi definitivamente nella percezione di ciò che è America, diverranno topiche: scassoni su strade liquefatte dal caldo, uomini accoccolati sui talloni che tracciano segni nella polvere con un fuscello, sgualdrine, puttane, mestatori, grassatori di strada, “delitti che trascendono ogni denuncia”, zotici, trincatori e quadrincatori, derelitti e ratti e negri e galeotti. Si può anche passare per un film di John Ford che una grande fotografia di un espressionistico bianco e nero fa aderire bene al Furore che si legge, film a cui, però, non potrò mai perdonare la mutilazione dell’ultima grandiosa immagine del libro. Avranno anche avuto problemi di censura, o di varia natura, durante la realizzazione della pellicola, ma non si può soprassedere su una scena così potente e straziante, fondamentale nel racchiudere tutto il senso di quanto si è scritto, senza svuotare di significato il solo aver pensato di poter tirare via un film da cotanto romanzo.

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La gara dei rutti

L’impostura è tutta nel credere che lo scompaginamento del discorso artistico portato con la civiltà delle immagini (cioè dall’avvento del cinematografo) sia l’imposizione e la supina accettazione della solita messa in quadro. E invece no, si deve intendere la civiltà di una pluralità di immagini e non di poche varianti di quell’unica e sola che esautora la parola e il pensiero elaborante che la presiede, che alimenta vite vissute per delega, e se proprio ci deve essere qualche mal di pancia, qualche riflusso, che si faccia allora in modo che sia al massimo grugnito e sghignazzo.

Invece sono convinto che il cinema e, andando a ritroso, la fotografia e le arti figurative tutte, non solo non siano colpevoli dell’immiserimento espressivo, cosa che il delinquenziale equivoco della “società delle immagini” indurrebbe a credere, ma che lo rifiutino proprio “politicamente”.

altri spot, le torsioni dell'anaconda, letteraria

intra cotenna

E a cosa somiglia questo processo di rappresentazione affidato a spostamenti più o meno regolari (nel tempo e nello spazio) del punto di osservazione se non a quei “movimenti di macchina” che vengono a costituire il valore aggiunto del linguaggio cinematografico? Questo è proprio il cruciale momento dell’apparentamento, della contaminazione reciproca ormai imprescindibile tra le due arti, dello squagliamento dell’una nell’altra, dell’incesto tra sorelle che nei risultati più “alti” dimentica primogeniture, abroga autorità e presunte supremazie.

Però questo post nasce per dire dell’altro, una notazione di servizio. Se cominciate a leggere questo libro qui vi avviso di una cosa: arrivati a pag. 178 dovete decidere se permettere a una mano, a delle dita cattive, di insinuarsi sotto la vostra cotenna e di mettersi a impastare la materia cerebrale, a rovistare con insistenza nelle sedi del dolore. Continuate a leggere solo se accettate questo. Senza contare che fino a pagina 182 ci sono delle cose che c’entrano parecchio con le mie – o, più rispettosamente, il viceversa.

altri spot, diario di un giullare timido, le torsioni dell'anaconda, letteraria

il mio Suttree

ecco, questo, forse: si scrive per dinamizzare il punto di vista su acque nere stagnanti. per edificare un viadotto a sovrastare una gola in fondo alla quale scorrono i liquami.  per posare delle condotte nella vita e farci passare la verbalizzazione. per articolare con parola anche il mondo preverbale. questo il movente. le posizioni da cui si osserva invece attengono al piano delle scelte stilistiche: da sopra, da sotto, dal di dentro, dal lato. ognuno come può. il vecchio Cormac meglio di molti mentre voga dal suo “schifo”.

altri spot, le torsioni dell'anaconda

mortacci

L’evocazione di un ciclo organico sballato, come il ribaltarsi del naturale avvicendamento delle stagioni, è il tentativo di rappresentare allarmi e pericoli dalle connotazioni apocalittiche : la confusione tra sfera dei morti e sfera dei vivi stravolge a tal segno il processo di conoscenza della realtà da creare un universo particolarmente terrorizzante. la ruota dell’essere ne è oscenamente sovvertita. una roba da fornire un canone autorevolissimo anche per l’interpretazione di Romero e dei vari zombies da B-movies. per tacer di Sergio Citti che da quel suo film del 1989, per finezza lirica, esce come un gigante del pensiero occidentale. altroché.

invece è chiaro che a costituire il primato del medesimo pensiero è solo l’anaconda .

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