In alcunché nutre fiducia Tornatore, invece, se non in un tono epico con che smaltare tutto un sontuoso affresco, sontuoso ovvero esteticamente ineccepibile, epperò poi basta. Baarìa niente altro è che una storia, la Storia di buona parte del novecento in Sicilia, sbobinata un po’ troppo di prescia. L’eleganza del tocco non basta a renderlo un film interessante, un film che corre troppo senza affondare un colpo, neanche uno squarcio o uno spacco nella Realtà e nella Storia, col risultato di far rotolare via un’epoca mentre lo spettatore anfanando di rincalzo dapprima la tallona ma poi, non traendone letture stimolanti quandoché agonistiche – ad onta del magma e delle miniere e delle estrusioni violente di cui è pieno al di là dello Stretto - la lascia andare in fuga su un tracciato sbagliato, indi rallenta, s’arresta, si ristora e s’appapela pure, lo spettatore intendo. Vista la carrellata di volti noti della recitazione del belpaese, tutti in circoscrittissimi camei, allo stesso modo irrispettoso, oscenamente compendiato, è trattato il XX secolo: ridotto a fugace apparizione. Uno dice: il film è proprio questo, tanto movimento e velocità per raccontare, in definitiva, la stasi e la fissità come le tare peggiori nella storia dell’isola. Non lo so, forse. Ma, hai voglia di riscriverlo, Peppino, mi pare che un nuovo Nuovo Cinema Paradiso non ti viene più. Se ti mantieni sul terreno della Sconosciuta (con la molto innamorabile Rappoport) fai la meglia cosa.

Dentro a quella mia personale settimana santa vidi pure, e rigorosamente a cazzo, Basta che funzioni (funzionante in ogni sua parte); Il fascino discreto della borghesia che, se Baarìa non rompe un bel niente fino a sfiorare il tritume conservatorista, beh questo rompe troppo per i miei gusti, mi allontana dal surrealismo e mi persuade a pratiche irriguardose verso esercizi troppo confinati nella loro corrente/etichetta; un John Ford cimentatosi nella riduzione di Furore, di cui parlerò un’altra volta, se mi andrà.