Quando l’estate si fa a tempo indeterminato e nella controra l’umanità, laddove sia ferma ancora allo stato di cafona all’inferno (e ce n’è, sicuro e certo), è poco più che braciolame dentro alle case, in una fermentazione incessante, a formare un unico pastingolo coi tufi e l’aria e il cielo pesante, ci vuole un’abilità mica da niente perché un porcaccione, con del primitivo fatto a vacca in corpo, con l’aceto che risale in gola, s’arresti sul bordo della propria mente maiala, sulla soglia di un amore che t’ ha fottuto ‘a cheipe, come canta il poeta. Bisogna saperlo essere, fungère puèrche, accettare la propria solitudine e piangere dalla felicità contemplando il gran paciugo del mondo che non te la dà.

Bisogna venire a vederla la luce che diventa tenebra che assedia da ogni lato, questo paesaggio rivestito di paroloni come Pietra e Civiltà, tarlato dal carsismo e punteggiato delle abiette casupole. E i morticini dentro. Qua a strizzare gli stracci, impregnati di dolore. Qua a purgarsi del carognone. Qua a pregare.