Per spingerli nel bosco la madre faceva in modo che i figli vi intravedessero legna e bacche da cogliere.

Quando arrivava la domenica mattina Innocenza li teneva sotto pressione.

“Corrado, raccogli i tuoi trenini, su. Vita non uscire conciata a quel modo, aggiustati quei capelli, cambiati quella maglia, non lo vedi che fai schifo?, su. Ho chiesto al negozio se ti volevano prendere.”

“Quale negozio?”, chiese Vita incredula.

CandidiCorredi.”

“Scusa ma se un lavoro ce l’ho già, mi dici che cazzo vuoi ancora?”

“Ma quale lavoro? Ci vuole proprio una faccia di culo per chiamarlo lavoro. Vai a sciacquare i cessi, te ne rendi conto?”

“E con ciò? Porto lo stipendio a casa.”

“Non è adeguato al nostro rango. Chi me lo doveva dire a me di avere una figlia che fa la sciacquina? Vedi di farti vedere in quel negozio.”

“Oh, me l’hai fatto di nuovo. Ma sei scema? Ma chi cazzo ti dà il permesso?”

Innocenza guardava sua figlia e più si scorava. La compativa e si deprimeva.

“Non ho bisogno del tuo permesso e anzi, a questo punto sai che ti dico? Meglio. Meglio se non ci vai a lavorare in quel negozio. Non pensare che mi piaccia che tu ti fai vedere in giro. Ti devi aggiustare, sei trascurata. Te le devo comprare io le scarpe?”

“Sei una stronza”, disse Vita a sua madre.

“Mi permetto di dissentire”, disse Corrado, fino a quel momento tutto intento a tagliuzzare legnetti per le traversine dei suoi binari.

“Tu prenditelo nel culo!”, inveì Vita.

“Guarda che linguaggio”, disse mamma Innocenza. “Ma fuori di casa fai così?”

“Certo che faccio così.”

“Non troverai mai la tua anima gemella”, disse Corrado credendo di interpretare il pensiero della madre.

“È logico, guardala, sempre più babbiona, con questi vestiti larghi larghi, i capelli che non se li vuole aggiustare, non vuole fare una cura per quei capelli. Con chi deve trattare? E chi mai la vorrebbe trattare?”

“Mamma, guarda che io la cura la sto facendo.”

“Il farmaco non è tutto. Ci deve essere anche la tua reazione”, sdottorò Corrado.

“Mi pare che tu non vuoi guarire”, infierì Innocenza. “Mi pare che stai tanto bene così, a fumare e bere caffè, fumare e bere caffè. Sei proprio scorrotta. Ecco quello che ti dico, che sei una scorrotta.”

“Mamma”, le interruppe ancora Corrado, “ma a tuo avviso cos’è più importante: il carisma oppure i soldi?”

“Ma che vai cercando, tu altro, adesso?”

Corrado era convinto che ci fosse sempre una certa stazione della conversazione a doppio binario e a medio traffico di domande. A bruciapelo.

“Potrebbe non entrarci affatto. Ma solo in via del tutto apparente.”

“Ma che vuoi?”

“Che tu mi risponda.”

“Ce cazze te ja responne?”

“Sono più importanti i soldi oppure è più importante il carisma?”

“Ma tu guarda ce cazze de domande?! Le solde! È chiaro. Certo devi essere pure tu un poco … come posso dire … che ti devi dare un tono, ecco … ma le terroise”, Innocenza fece frusciare pollice e indice davanti alla faccia di Corrado, “senza de chisse non se vaje a nescieuna vanne.”

“Mamma, allora secondo te sono più importanti i soldi o l’amore?

“Ih, allore cusse jè tutte sceme! L’amore non esiste. Dimmi a me chi è quella femmina che vuole stare con uno senza soldi.”

“Allora, mamma, secondo te sto agendo correttamente?”

“Ciaite staje à doisce?!”

“Dico, faccio bene a preoccuparmi che sia più importante prima professionalizzarsi?”

“Meh, Corrà, vatte à còreche!”

E pure il convoglio di Corrado fu mandato a parcheggiarsi molto bene nello scalo merci.

Voleva essere a tutti i costi metodico e ordinato ma quando ebbe finito di modellare polistirolo espanso con un taglierino, non si curò minimamente delle scorie che aveva lasciato sparse per tutto il pavimento della sua stanza; si rialzò e andò ad aprire un tiretto del comò alla ricerca di un indumento pulito da indossare.

“Mamma, ma le rube non me le hai lavate?” disse a voce a alta sentendo Innocenza affaccendarsi nel corridoio.

Corrado era uno che si sforzava di non deragliare, di parlare in modo estremamente corretto e accurato una lingua che però non esisteva nella realtà intorno a lui. E tuttavia quando diceva “robe” chiudeva molto la O.

“Quali robe?” Mamma Innocenza si affacciò nella stanza.

“Le maglie intime.”

“E come non te le ho lavate? Stanno tutte belle, piegate nel cassetto.”

“Ma quelle hanno un cattivo odore. Ma sei sicura di averle lavate?”

“Ih, e che sono pazza io a metterti la roba piegata e non lavata nel cassetto?”

“Il fatto è che emanano un tanfo. Ma tu imposti il programma quattro?”

“Cristomoi! Uagliò, pensa a campare, che tanfo e tanfo?! Ha fatto il naso fino, il signorino …”, e chiudeva l’argomento, Innocenza, come al solito cercando umiliazioni da infliggere. Una capacità inesauribile di tappare le bocche che avevano da eccepire qualcosa sul suo operato facendo ricorso a un personale repertorio di stroncature micidiali.

Eppure mamma Innocenza lo gabbava bellamente. Per esempio, proprio le robe di cui Corrado si lamentava non le lavava. Per meglio dire, non gliele lavava come avrebbe dovuto.

Corrado all’inizio sentiva che qualcosa non andava. Ai tempi in cui un relè mentale ancora gli si eccitava, il puzzo lo avvertiva tutto nell’infilarsi una nuova maglietta intima. Era come se quella maglietta di cotone fosse stata zuppa di sudore, asciugata, reintrisa di sudore e riasciugata. Però non era mai arrivato alla conclusione che i lavaggi poteva farseli lui: troppo poco indipendente, troppo audace l’iniziativa per un figlio venuto su nel velluto innocentino, abituato a pendere dalle labbra materne, a farsi servire e riverire, a non saper fare a mezzo neanche una pagnotta per sbattervi dentro una svenevole fetta di salamino Milano. Neanche quello si sapeva fare da solo, figurarsi la lavatrice.

La lavatrice poteva farla sua sorella Vita Maria. Questa una volta gli sembrò una buona idea.

Lei chiusa nella sua stanza e lui che le dava una voce da dietro l’uscio.

Venne ad aprire la porta, di uno spiraglio appena, quel tanto che bastava per far sapere di quella sua faccia sempre più sbattuta, di quelle occhiaie livide in fondo alle quali gli occhi smaniavano ancora giovani.

Per un istante l’attenzione di Corrado fu catturata da uno scomposto svolazzo di capelli. Quasi che avesse bisogno del riporto sul biancore del cuoio capelluto.

“Devo chiederti una cortesia.”

Vita aspettava che continuasse.

“Me li laveresti tu, anche a mano?” Il fratello le stava mostrando un graveolente involto di calzini, mutande e magliettine intime.

La sorella le mostrò un aitante dito medio impennandolo dal pugno. E in aggiunta gli sbatté fragorosamente la porta sulla faccia.

Per un po’ di tempo convisse con un certo scetticismo ma in capo a qualche mese, facendoci il naso e una ragione, perse pure quello. E infine non avrebbe mai scoperto quel che realmente combinava sua madre. Innocenza metteva sì la sua biancheria in lavatrice, ma non vi aggiungeva alcun detersivo né, figurarsi, l’ammorbidente. Lasciava i panni a risciacquarsi col programma più breve e niente più. Questo il motivo per cui gli indumenti di Corrado avevano accumulato nel tempo il fetore di sudicio.

Corrado indossava una sciarpa rossa sin dall’inizio dell’autunno, quando ancora i venti provenienti dai quadranti meridionali incendiano i polmoni e fomentano incendi per le macchie mediterranee, per poi andare avanti con quella fino all’estate inoltrata dell’anno dopo. Quando lui era in casa poi, l’abitudine era quella di lasciarla posata a cavallo della spalliera di una sdraio in cucina.

Di fuori posto in cucina non c’era solo la sciarpa. C’erano maglioni e golfini e scialli che nessuno aveva l’accorgimento di rimuovere dal punto in cui erano stati sciattamente abbandonati, spesso a strati sulle sedie: scialli aggrovigliati, asserpolati sul divanetto da due sempre in cucina, lasciati a riposare e a crescere come materassi liberati dal sottovuoto, a fermentare con tutte le esalazioni di soffritti e stufati. In più c’era Vita Maria che in cucina, a parte farsi una caffettiera via l’altra, ci fumava le sue troppe Pall Mall.

La sedia a sdraio era stata la preferita di Ivano ma da quando lui non c’era più era stata eletta a trespolo di Innocenza. Ad altezza della testa presentava una chiazza scura che, col tempo, si anneriva sempre di più. Innocenza vi si assopiva un’ora al mattino, una al pomeriggio, e una a tarda sera davanti alla tv, con la nuca abbandonata sulla spalliera. Ogni volta che lo faceva, quindi, quella zazzera a tinte fosche effettuava il suo rilascio di colore: sudava e trasferiva color ruggine sull’imbottitura della sdraio.

Era quello il tanfo che scaturiva dal collo, dai panni, dalle maglie intime e dalla sciarpa rossa. Quello che si poteva nitidamente percepire qui, puntando il naso proprio qui, sniffando questa chiazza bruna di una sedia a sdraio, ad avercene voglia, stomaco e curiosità. Era sudore di testa. Puzza di testa. Questo definiva esattamente tutti gli altri odori che la persona di Corrado si portava in collo.

Così col tempo, tutti in quella casa avevano finito per fare il naso ai puzzi che ci si portava poi all’esterno. Quando Corrado aveva da uscire, passava da ultimo proprio in cucina e dalla sdraio si ritrovava spesso a dover sollevare delicatamente la nuca di un vecchietto assopito oppure quella di mamma Innocenza, dovendo sfilare la sua sciarpa rossa cacciatasi sotto le loro collottole, utilizzata dai dormienti come spessore morbido a guisa di cuscino.

Puzza di testa anche sulla sciarpa. E Corrado aveva smesso di farci caso.

Strutturato regolarista, pareva all’inseguimento di principi articolatori di un mondo. Almeno, il suo mondo.

Corrado stava perdendo il sonno per una faccenda di binari e bordini delle locomotive, un’incompatibilità che gli avrebbe quasi certamente causato problemi di circolazione. Per questo, ogni volta che di notte si metteva a letto aveva preso a leggere il vocabolario. Credeva che scorrendo le parole una dopo l’altra, coi loro significati, sarebbe riuscito a dimenticare almeno momentaneamente i problemi di calcolo e di scala e di scartamento ridotto che lo assillavano e gli impedivano di fare passi avanti nella realizzazione del plastico. Sperava in questo modo di addormentarsi prima e più facilmente.

Mai però avrebbe creduto di passarci l’intera nottata, sul vocabolario, con gli occhi sbarrati sulla C di consorella e, subito dopo, di consorte. La prima di queste due parole lo aveva proiettato nel dominio delle cappelle di santanna, sandomenico e sannicola, quel feudo signoreggiato e tanto volenterosamente assistito dalle arciconfraternite, zona di estrema dimora da cui suo padre Ivano era stato momentaneamente, si sperava, escluso e che tanto rancore generava dentro al corpo e alla mente di sua madre.

“I posti sono terminati”, diceva tra sé Corrado, ma poi lo riferiva anche al suo amico più anziano nonché mentore.

“Sono terminati.” Come se un posto al cimitero fosse da tenersi alla stregua della Scottonelle in offerta sui banchi di un supermercato.

Lo aveva pure letto sul giornale di paese che ogni tanto gli entrava in casa:

“Bisogna pazientare, per ora i defunti devono capire. E più che a quelli, uno sforzo di comprensione spetta ai loro congiunti. Si muore troppo e il commissariamento del comune, in seguito allo scioglimento per infiltrazioni mafiose, è un fatto che non agevola l’adozione di quei provvedimenti e la formazione di quegli atti che consentirebbero ciò di cui ci sarebbe davvero bisogno: l’ampliamento del cimitero comunale, ormai al collasso, e quindi, tanto per cominciare, la sua cantierizzazione”.

Solo che il cimitero aveva provveduto a cantierizzarsi da sé e, attraverso l’abbattimento di un pezzo del muro di cinta, era passato ad annettersi parte del fondo di Peppe Lobascio, metalmezzadro una volta serafico, oggi imbestiato. A furia di prendersela con i morti, buttandoli tutti all’aria, convocandoli con comandi brutali e liquidandoli con violenti congedi, Peppe Lobascio aveva finito per diventare un bestemmiatore di prima grandezza.

A causa della C di consorte invece, Corrado aveva maturato quella stessa notte la decisione di comunicarglielo: era in cerca di una persona, di sesso femminile, con cui dividere la sorte.

Lo avrebbe comunicato a quella ragazza che sedeva con lui al tavolo della mensa della Euripoltrone - azienda capofila nel distretto del salotto in cui Corrado lavorava già da anni, assunto in contabilità grazie all’interessamento di suo zio Felice Sblendorio, sei ore la mattina e il pomeriggio sempre libero e tutto per sé. Avrebbe preso il coraggio e lo avrebbe fatto. D’altronde se lei veniva e sedersi sempre lì dove stava lui una ragione doveva pur esserci, quindi era giusto che lo facesse, che si decidesse a rompere il ghiaccio, che si presentasse finalmente, con nome, cognome e credenziali. La mensa dell’azienda come la stazione di interscambio che sognava per il suo plastico.

E conversero verso lo stesso tavolo, queste due misteriose carrozze, anche quel giorno che Corrado si sentiva stracco, reduce dalla notte passata a fissare inebetito la C di consorte e di consorella.

Lui trenta anni, capelli ricci, neri, radi e unti, lunghetti dietro. Un manto di forfora che copriva costantemente le spalle e il collo della sua giacca. Un naso che sarebbe stato regolare se non fosse stato troppo grosso e fitto di larghi punti neri, pori grassi e capillari rotti; e questa ragazza bruna, col naso adunco, un occhio più piccolo dell’altro che le sbalestrava l’espressione, un caschetto nero che non le donava sul volto allungato. E il culo sformato.

Si conobbero davanti a un piatto di fagiolini per lui, e uno di patate lesse per lei.

“Sei una nuova assunta?”, le aveva domandato Corrado.

“Stagista.”

“Che titolo di studio hai conseguito? Economia?”

“No, ingegneria commerciale. Due mesi fa.”

“Ti troverai bene alla Euripoltrone, vedrai. Io sono diplomato in ragioneria. Ti dispiace?”

“E perché dovrebbe dispiacermi? Un momento però …”, Marcella scoppiò in una risata. E disse: “Sono buoni i tuoi fagiolini?”.

“Squisiti. Spero pensi lo stesso delle tue patate. In ogni caso, io sono Corrado.”

“Piacere, Marcella.”