altri spot, diario in pubblico
feria di marzo /1
sono reduce da una settimana di ferie che avevo deciso di dedicare totalmente al cinema, da una domenica all’altra, fruito in sala e da casa. ricreatomi il buio amniotico in casa direi che La doppia ora, visto nella notte del mercoledì, si lascia accomunare allo Shutter Island goduto la domenica prima al cinematografo (a ‘mo di inaugurazione della mia personale settimana santa) dalla fiducia che i loro autori devono nutrire nella scrittura. questa soccorre, ribalta e risolve il senso delle pellicole senza troppi riguardi per gli interscambiabili attori. più interscambiabili, a onor del vero, in quest’ultimo Scorsese che nell’esordio di Capotondi, nel quale Filippo Timi finisce per diventare un caro corpo e intenerente assai in quel suo profilarsi in areoporto mentre Ksenia Rappoport convola a ingiuste nozze imbarcandosi per Bueno Aires. Molto gotici tutti e due i film, ad unirli è quella poderosa, inarrestabile, implacabile macchina divoratrice e annientatrice di uomini che può essere la mente. gran parte delle vicende narrate si svolge tutta chiusa dentro la mente dei due rispettivi protagonisti, e la si crede vera fintantoché l’autore non ritiene giunto il momento di aprire la storia anche al punto di vista di qualche altro suo personaggio. su tutti eraserhead, la mente che cancella o che vorrebbe e non riesce a cancellare, la mente umana che non si riazzera mai ma che tuttalpiù, ove mai la si forzi a resettarsi, può solo essere riassalita, e questa volta molto più caoticamente e pericolosamente, dai traumi del passato.
anche se questo non è interessante comunico che Ksenia Rappoport è decisamente molto innamorabile. a me non capitava di innamorarmi degli ologrammi dello spettacolo dai tempi di Heather Parisi a Fantastico.

16 Mar 2010 Nicola 0 commenti



Non è un caso che in italiano non vi sia distinzione tra mangiare flash e mangiare meat. L’onorevole coratella cristica, reiterata a nastro, mette d’accordo tutti nella stessa grande abbuffata, cioè nella stessa danse macabre cannibalica. Il piacere lungo della tavola (in molte regioni italiane) non è ancora stato compromesso dal consumismo, dallo spreco e dal troppo di tutto spersonalizzante altrove anche a ore pasti. Perché resiste non in virtù del narcisismo di chi lo coltiva e ne fa a volte un manifesto artistico o s’illude di costruirsi il riferimento estetico del proprio percorso esistenziale - salvo poi, tra una raffinatissima prolusione enogastronomica e l’altra, alzarsi da tavola e abbandonare frettolosamente la compagnia perché ha da cacare; resiste non per questa nuova declinazione del radical chic, rispettosamente biodiversa, politically correct e quasi flexitarian. Tutt’altro. Resiste in ragione dell’odore del sangue, che ancora dà alla testa, alimenta la fame, accresce la voracità come per i pescecani: l’agnello, il cristo, il carne della mia carne, il mio corpo, il sanguinaccio. In tutto questo c’è sovrabbondanza, è vero, ma non è la stessa che caratterizza il bombardamento esasperante di inutili quantità di qualcosa. È piuttosto la sovrabbondante ferocia dell’uomo sull’uomo che si fa rituale, arrosto sacrale del mangiarsi i cristiani credendo di mangiare da cristiani. È una coazione a ripetere i consòli anche lontano da eventi luttuosi, un modo per non rimuovere la morte e anzi per paventarla a giro, di minacciarla più o meno seriamente anche ai commensali. Il settimo sigillo si rinnova nella generose portate che riforniscono il desco, ove ci si segna prima di addentare alcunché davanti a un crocifisso immaginario che non è mai un qualunque crocifisso da arredamento ma è sempre, inconsapevolmente, quello dell’altare di Isenheim, quello di un dio 

