Le affinità elettive
Anche per dare un senso alla mia rubrica minimi sistemi, riporto qui un intervento di
23 Apr 2009 Nicola 0 commenti
Anche per dare un senso alla mia rubrica minimi sistemi, riporto qui un intervento di
23 Apr 2009 Nicola 0 commenti
la miglior vendetta, minimi sistemi, sapide freddure
IMPORTANTE AGGIORNAMENTO DEL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETA’.
Può anche darsi che abbia gli stessi, beceri sospetti manifestati nelle ultime quarantotto ore dai camerieri del centrodestra. Solo che io gongolo. La mia conclusione è, infatti, fortemente agli antipodi di quella sottocultura:
LA DEMOCRAZIA, O COME DIAVOLO SI CHIAMA O QUEL ZINZINO CHE NE RESTA, SALVATA IN EXTREMIS DAI MEDICI.
Per ora.

Questo sul piano civile.
11 Feb 2009 Nicola 1 commento
Sarà finito l’effetto dell’anestesia o è solo l’ultima botta di vita prima di schiattare definitivamente?

http://www.perilcinemaitaliano.it/
Il festival riesce a sballottarsi un’intera genìa di disgraziati baresi tra proiezioni, seminari, convegni, premiazioni, lezioni e retrospettive.
Ieri ha celebrato Ettore Scola. La mia poetica è in debito con il suo Brutti, sporchi e cattivi. E anche la mia estetica.
16 Gen 2009 Nicola 0 commenti
altri spot, diario in pubblico, letteraria, minimi sistemi
Va bene, allora ci torno sopra.
Ammetto di essere calato al peccato. Sul mio altarino personale c’è Di Pietro che fa capolino da un santino dietro un cero acceso. Di fianco al santino c’è pure la tessera dell’Italia dei Valori. Sono stato dark a quindici anni. Grunge dai diciassette ai venti. Poi mi sono innamorato del teatro e di ‘un maestro’. Ho scritto un primo libretto per raccontare i miei vent’anni e i modelli che mi ritrovavo allora. Ghiandole si apre su un concerto degli Al Darawish (oggi Radio Dervish) nel centro sociale Brioscine Meridionali, che fu forse la mia ultima esperienza giovanilistica, ma non per questo il concerto non fu strafantastico con il cuore che mi si apriva e mi si fondeva con tutta quella ressa per la bellezza della musica e della festa. Cosa che non accadrà mai più ai Radio Dervish. Sono stato iscritto per troppi anni ad Economia e Commercio, fidanzato in casa per sette anni e pettinato con la riga a destra. Ho pubblicato Ghiandole pagando milleduecento euro in tre rate bimestrali. Mi sono dato definitivamente alla scrittura e lavoro all’Auchan per finanziarmi la passione. Poi sono arrivati i Racconti a vita bassa e Quarup e non voglio stare a menarla ancora con questo intrico splendido e nodoso. Da qualche tempo il tesseramento all’IDV. Ieri sera però ho visto questo film
. La colonna sonora ha inevitabilmente risospinto la mente verso la mia adolescenza. Lo script invece me l’ha riportata sul mio presente e futuro di scrittura: la strepitosa asciuttezza di una vicenda narrata senza leziosismi e romanticherie, in un cupo bianco e nero (non poteva essere immaginato diversamente un racconto sui Joy Division). Tutto per me è monito di andare all’osso.
Asciugare io asciugo. Ma resta lo spasmo di Ian.
26 Dic 2008 Nicola 0 commenti
Quando la nostra discussione, partendo da Il delitto dei giusti, è approdata al tema della giustizia mi sono chiesto ed ho chiesto a Giuseppe Giglio se questo totem, la giustizia appunto, potesse avere corso, e se non proprio un presidio costante, che almeno si lasciasse recuperare talvolta nella nostra disperante attualità almeno come memento, cioè come coscienza che non solo nello spazio (ci dovrà pur essere un giudice a Berlino) ma anche nel tempo avrà pure da venire l’ora in cui un congegno teso a ristabilire equilibrio tra individui offesi e oppressi fino a perdere ogni vestigio di dignità ed altri individui oppressori, ai quali la vita sembra aver dischiuso ogni possibilità fino ad apparire, la loro vita, come una perenne, beneaugurante aurora; avrà pure da venire, dicevo, l’ora in cui questo congegno di giustizia possa trovare concreta applicazione.
Da ciò è nato, a mio parere, quel che dovrebbe essere un vero e proprio dibattito: Ripristino di giustizia? Quale giustizia?
Io credo che, se è vero che esiste la sofferenza umana, se è vero che esiste un mondo chiuso e “serrato nel dolore” (Carlo Levi), giustizia sarebbe allora prevedere un ordinamento sociale che sappia farsene carico ed un orientamento culturale, sotteso al primo, che conosca la partecipazione al dolore degli ultimi.
Tutto questo oggi non c’è, o viene a mancare quel poco che se ne era faticosamente costruito, per varie ragioni. Queste le hanno bene illustrate i media con Nanni Moretti che dice: “questo paese non ha più il senso della legalità”; Marco Travaglio che scrive per meglio acconciare, e con maggior humour, il pensiero di Di Pietro; i magistrati che sono costretti in prima linea, ritengo non per protagonismo ma per riempire un vuoto normativo spesso figlio di un vuoto politico se non proprio di un vuoto di pensiero di chi certi problemi non sa neanche da che parte cominciare a gestirli, e gli scivolano dalle mani, gli sfuggono la complessità, le sfumature, i nessi più elementari di causa ed effetto. E poi c’è l’individualismo di tutti noi, l’indifferenzismo dilagante, la deriva morale, la mancanza di rispetto, il si salvi chi può, il suv in doppia fila, il cuba libre e il mojito, la legittima rincorsa al paradiso in terra e la meschina illusione secondo la quale ciascuno di noi, pur vivendo in un villaggio di poche anime, se c’è qualcuno che prepara cuba libre e mojito e te li vende a quindici euro l’uno, pensa di essere felicemente intruppato anche lui in una capitale dell’edonismo.
Se oggi fustighi codesti costumi ti appioppano un moralismo rozzo e da destra e da sinistra. Da destra lo sappiamo. Ma da sinistra, dai comunisti duri e puri, quelli che io credevo uomini dalle mani pulite, sentir strologare di regole, costituzione e diritto come sovrastrutture, come emanazione o riflesso del cerbero imperialista … mah, c’è francamente da trasecolare. Una concezione che non riesce a misurare l’abisso che ci separa dalla piena applicazione, per esempio, della carta costituzionale. Un approccio secondo il quale viene prima di tutto il migliore dei mondi possibili e dopo tutto il resto, e fino a quel momento il rispetto delle regole può anche andare a farsi benedire così come a cacare ci può andare l’avversione nei confronti di chi ci calpesta e ci devasta, noi poveri fessi che ancora crediamo che la cultura propizi la civiltà e esorcizzi la violazione dei diritti. Allo stesso modo fu fatta l’Italia: con gli italiani ancora da fare. E se gli italiani nel frattempo si sono fatti, che spettacolo, signori, questi italiani!
20 Nov 2008 Nicola 1 commento
VIGLIACCONI, MA PERCHE’ NON SIETE INTERVENUTI SULLA QUESTIONE DOMENICHE APERTE?!
DIAMINE, MI HA RISPOSTO SOLO CAPOCCIONE! MICA VI SI CHIEDE DI FARE LO SCIOPERO, DI FARE GLI INCENDIARII, DI, NONSIAMAI, ”SPUTARE NEL PIATTO IN CUI MANGIATE”.
VI SI CHIEDE SOLO UN CONTRIBUTO DI IDEE! Nel post precedente c’è solo una richiesta di informazioni aggiuntive rispetto a quel che ne so io, una preghiera di chiarimento rivolta umilmente da me a voi. E voi invece: un cazzo! Debbo constatare che non è stato possibile avere con voi né un approfondimento di conoscenza né un semplicissimo scambio di opinioni che, tra l’altro, non aveva come obiettivo polemiche gratuite o volgari contro chicchesia.
Bene, ditemi voi di che si tratta: spontanea indifferenza? deliberata indifferenza? paura o, peggio, omertà? Su su, lavoratori, anzi mezzi lavoratori (dato il part-time che indossiamo come un vestito logoro e piccolo di taglia). O devo aggiungere anche mezzi uomini e omminicchi?
Vi riporto un stralcio della Legge Regionale. Vediamo che spunto siete capaci di prenderne.
Nei comuni a economia prevalentemente turistica o nelle città d’arte, gli esercenti determinano liberamente gli orari di apertura e chiusura e possono derogare dall’obbligo della chiusura festiva e domenicale nelle domeniche e festività comprese nel periodo maggio-settembre. Il calendario delle domeniche e festività nelle quali è consentito derogare all’obbligo di chiusura viene definito dal comune.
27 Ago 2008 Nicola 4 commenti
Cari colleghi 
qualcuno di voi è in grado di dirmi per quale motivo l’ipermercato Auchan, sito in Modugno, debba restare aperto tutte le domeniche di Agosto e Settembre?
Qualcuno è in grado di dirmi se la decisione presa in tal senso trovi una ragione nell’esistenza di una legge regionale che liberalizza le aperture domenicali da Maggio a Settembre per i centri commerciali che ricadono nel territorio di città d’arte o città turistiche? E se questa è la spiegazione, qualcuno mi sa dire dove, come e perché, o da quando, Modugno possa essere annoverata tra le città d’arte o turistiche. Qualcuno è in grado di ravvisare in territorio modugnese una qualche attrazione artistica o un flusso turistico di qualche rilevanza?
Qualcuno mi sa spiegare quali margini di interpretazione abbia la suddetta legge regionale e nello stesso tempo rassicurarmi sul fatto che non ci si sia aggrappati ad un cavillo per estenderne l’applicazione anche all’ipermercato modugnese? Mi scuso, al supermercato modugnese.
Qualcuno mi sa dire in ossequio a quale principio vengano emanate le ordinanze (a favore dell’apertura domenicale) del Comune di Modugno quando invece constatiamo la contrarietà della giunta barese alla legge regionale, la quale non perde occasione per opporsi e avversarne l’applicazione nonostante Bari possa vantare un porto turistico importante e debba sicuramente ritenersi città d’arte?
Vi chiedo lumi. Per favore, facciamone un dibattito.
12 Ago 2008 Nicola 2 commenti
L’ITALIA E’ IN GINOCCHIO.
STA FACENDO POMPINI AL CAPO!
29 Lug 2008 Nicola 3 commenti
Quando la presi in affitto, questa casa, pensai che fosse un buon riparo anche rispetto al caldo. Confidavo nelle mura spesse di una casa antica. Altrettanta fiducia riponevo negli alti soffitti a volta che avrebbero consentito al calore di disperdersi salendo verso l’alto. E invece domenica scorsa, una domenica di fine luglio, alle tre del pomeriggio non c’era scampo al tormento. Senza condizionatore in casa sono uscito sul balcone del palazzotto ottocentesco (nella foto è una finestra nella facciata gialla sul lato sinistro) con la grinta feroce che se caldo atroce doveva essere, che me lo prendessi tutto in pieno. Farsi una sigaretta mentre ti sbatte in faccia quel flagello africano de “la favugna” è come farsi del male due volte. Un accanimento scioccamente letterario che prova a sintonizzarsi su frequenze da “morte del Principe”.

La sorpresa era tutta nel silenzio. Un delirante silenzio, oserei dire, se si esclude il tappeto sonoro del frinire delle cicale. Pensare che il Corso Vittorio Emanuele, sul quale si affaccia la mia camera da letto, per il resto della settimana è afflitto da una circolazione automobilistica di una demenza da competizione, quando invece ora non vi era traccia dell’essere umano, né di qualsivoglia forma di vita, ma manco li cani (come suol dirsi), faceva impazzire dallo spaesamento.
Dalla mia specola privilegiata posso godere di una vista prospettica della via centrale. Gli edifici generalmente bassi si susseguono a partire dal punto di fuga laggiù, segnato da quello che chiamiamo grattacielo: una concrezione di cemento di dieci piani capace da sola di stravolgere la skyline modugnese (nella foto però questa saracinesca non c’è). E solo quella domenica i palazzi più antichi mi si sono rivelati in tutta la loro evidenza ottocentesca (quando non di origine XVIII secolo).
Guardando in basso invece notavo con preoccupazione i cassonetti sulla strada straripanti di rifiuti (cosa che comincia ad accadere con troppa frequenza anche qui): sacchi di ogni colore troppo gonfi, vescicole pronte a schiattare, evocanti palle gustose di gelato alla frutta sistemate sul cartuccio. Magari! La realtà era invece fatta di marciapiedi lerci di unto, tanfo e generale putridume fermentante insieme alle scorze di anguria e alla pastasciutta avanzata e buttata via. Segno comunque che c’era vita da qualche parte ma aveva deciso di starsene tappata in casa. In questi casi non conviene neanche prendere la via del mare.
Volevo un fernet, giusto per non lasciarmi scappare il colpo di grazia di mia spettanza, ma i bar sotto casa erano chiusi. Di aperti non c’erano neanche i banchetti di mandorlari e olivari protetti da lacere incerate turchesi. Un ulceroso, funereo meriggio mi sembrava, e mi soccorrevano in proposito le impressioni di Brancati su “la ripresa buia della luce”.
Non pioveva da quasi due mesi.

Nel meteo regionale non riecheggiava che la frase: sulla Puglia bel tempo. Sulla Puglia bel tempo. Sulla Puglia bel tempo. E nella grafica commentata dal colonnello dell’areonautica il sole, bello come un’arancia, perseverava diabolicamente sul tacco d’Italia. E sullapugliabeltempo , scandendo ogni santa giornata di oltre quaranta infami gradi, finiva per risuonare come una cantilena sinistra, un invito a cedere, a ninnarsi carne sudata, a disfarsi. Una cantilena funebre.
27 Lug 2008 Nicola 1 commento
Nel paese che, decidendo di non bocciarlo, ha eletto il conflitto di interessi a vera e propria estetica dell’esercizio del potere, ecco vediamo promossi capi e capetti che, non essendo quasi mai all’altezza del compito, pretendono di non essere scoperti, dettano le condizioni grazie alle quali nessuno può più smascherarli, cancellano quelle voci che ancora si ostinano a voler denunciare il peccato originale. Magari, quelle stesse voci non hanno fatto altro nel passato: indicare il difetto preliminare capace di inquinare ogni sviluppo successivo. Fa strano che mettano tutta questa paura quando poi risulta puntualmente che ”la maggioranza” non si cura affatto degli argomenti che esse voci adducono. Il Capo pretende una vittoria su tutti i fronti e non concede l’onore delle armi; piuttosto vuole l’umiliazione se non l’eliminazione dell’antagonista. Fottutissimo antagonista, questo professionista del retroscena. Accade ora che il capo, dacché è capo, può permettersi pigrizia oppure scopre che il mondo è troppo vasto sotto di lui e non può tenerlo a freno con le sue sole forze. Ecco la comodità di avere dei subordinati a cui delegare mansioni, dei camerieri, dei manutengoli, una claque. E questa storia la sappiamo tutti.
La storia che conosciamo un pò meno però è questa qui: il delfino che diventa orca assassina e il suo mentore che si fa tonno; il pesce-cazzone che diventa piranha e lo squalo che diventa baccalà; il servo che studia per benino la mente malata del suo padrone e comprende che il bisogno di questi si limita al solo sentirsi e mostrarsi potente, non di esserlo realmente e fino in fondo. A questo punto il capo finisce in pentola, si lascia imbambolare dal suo ex zerbino, il suo ex tappetino da cesso, quello che adesso accelera nel fargli credere di essere un semidio e lo blandisce e continua a chiamarlo Capo, Grande Capo, Generalissimo, Horatio Nelson, Giulio Cesare e Paperoga. In realtà ne sta approfittando per prevaricare su tutto, arraffare qualunque cosa, mangiare a sbafo con la protezione e benedizione del suo superiore in grado. E se qualcuno non ci sta e si rivolge al capo volendo credere ancora alla sua autorità chiedendogli: “Oh, ma che cazzo fa quello lì?”, eccoti il capo trasformato in azzeccagarbugli, miserabile in questa trasformazione in avvocaticchio del suo servo. Fino a diventare difensore tra i più agguerriti, pronto a sbracarsi per il suo pupillo. Nel frattempo, nonostante i non-argomenti messi in campo da chi deve difendere ad ogni costo il proprio operato noi ci arrovelleremo sul quesito: ma che fine hanno fato i capi cazzuti di una volta? La risposta è che probabilmente questi non sono mai esistiti. Ciò che è sempre esistito invece sono delle persone astute che all’uopo si uniscono in un gruppo facendo perno su privilegi preesistenti e formano, in tal guisa, un blocco di potere tracotante e vile; in finale: un’associazione a delinquere.
Era l’estetica del capo, bellezza. Ed è anche una bella etica del cazzo.
28 Giu 2008 Nicola 3 commenti