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ogni tanto vige un tantra

La Storia secondo me. Firmato Nennillo Smucina.

a proposito della polemichetta estiva tentata dal Rettore dell’Università di Storia, Fantasia e Lettere Desuete di Modugno…

è saltato su, l’esimio Storico, per contestare il numero di anni di abbandono del centro storico del paese. Non gli va giù 50. Ok, ma quanti?

Volendo dimostrare alla fine non si sa bene cosa - forse che il Centro Storico di Modugno non è stato mai abbandonato? - ha portato come esempio della tesi che non ha avuto il coraggio di enunciare una serie di interventi, ora scontati ora francamente insulsi, realizzati nientemeno che “dalle amministrazioni che si sono succedute”. Ponendo tutto questo in antitesi, improbabile e ridicola, con l’operato dell’amministrazione in carica. La quale, invece, il centro storico lo sta sistemando per davvero.

Dunque, ascoltate e leggete il Referenziatissimo e poi

trasecolate amici, perché nel centro storico c’è stata PERSINO la liberazione dalla schiavitù “du caratiedde”, perdindirindina! E poi mantenetevi forte, amici, perché ci sono state addirittura “le diverse mostre di pittura, gli spettacoli teatrali, le acrobazie di giocolieri e di artisti di strada; le edizioni delle chiese e dei palazzi signorili aperti, con la presenza di guide, per le quali spesso venivano impegnate studenti delle scuole della città”.

Ohiohihoi, Eccellentissimo, non si addice certo alla postura di uno Storico Rigoroso questa coazione a prescindere dallo stato di prostrazione in cui effettivamente versava il borgo antico fino a pochi mesi fa. Lei, Reverendissimo, chiudendo gli occhi sul passato recente e meno recente , si avventura su un terreno decisamente negazionista, cosa che dovrebbe essere avvertita come il peggiore dei cancheri da chi fa il suo lavoro. Eppure disserta con convinzione, negando l’evidenza, dando chiaramente a intendere quali sono le sue antipatie e idiosincrasie (lo Storico farebbe bene a tenerle da parte). È chiaro, il presente, soprattutto politico, non le piace, come il presepe a Nennillo. E invece di argomentare col metodo dello studioso cosa fa? Va a smucinare in un repertorio che custodisce solo lei in chissà quale angolo del suo cuoricino, per sostenere che il centro storico andava alla grande quando la classe dirigente era quella che garbava a lei, Chiarissimo. E pazienza, se nella più incontrovertibile realtà, quella cioè osservabile ad occhio nudo, è stato invece il più oltraggiato dei centri storici, orribilmente abbandonato a se stesso, in un diffuso decadimento anche propriamente strutturale, rimasto sporco più di una discarica per un tempo interminabile e per un tempo interminabile luogo di disfacimento delle persone, soprattutto bambini e anziani, teatro di uno sconcio mercato di prezzolatissimi posti letto per immigrati.

E allora sì, si può, si deve rilanciare. Per decenni si è tenuta la mano in testa al centro storico.

Premeditatamente mantenuto in stato di abbandono per un periodo ultracinquantennale che pesa come 150 anni di impietosa trascuratezza. Evidentemente lo volevano così: pappatoria per guide catalettiche vocate a ricoprire di glassa verbosa un carcassa in avanzato stato di decomposizione. Così l’avrebbe voluto il nostro Insigne, gioiellino trequartista con la casacca del modugnese con l’esclusiva, il quale par che dica: perché mettere piede in quella cloaca quando si può entrare corpo e anima nel favoloso mondo del mio paper, condensato pregevolissimo delle meraviglie culturali locali? E se proprio non resistete alla curiosità di andarlo a vedere dal vivo - par che continui lo Smucinerrimo - bene, allora aspettate un attimo che mi organizzo e vi ci porto io, a veder le mie parole. Mica l’ossario a cui è stato ridotto.

Ah, che cosa non si fa per vendere qualche copierella in più dei propri esercizietti accademici! E poi, di questa intellighenzia sempre schierata dalla parte del peggio che il paese abbia mai sperimentato …  beh, se ne ha davvero basta.

I lavori in corso, come gli altri in atto di rigenerazione urbana, sono stati progettati, programmati e voluti dalla Giunta Gatti” afferma Nennillo. Ci siamo. Vogliamo vedere cosa dice del Centro Storico il Documento Programmatico di Rigenerazione Urbana che nel 2011 quell’amor suo della Giunta Gatti presentò in Regione Puglia e che - com’è noto - nel 2011 NON FU FINANZIATO?

Obiettivo fondamentale del programma dovrà consistere nella realizzazione delle attrezzature pubbliche a servizio del nucleo antico attualmente mancanti, nel recupero edilizio ed urbanistico di alcune sue parti e nel recupero di alcune aree pubbliche ad esso prospicienti. L’obiettivo dovrà essere quello di ripopolare il nucleo antico non solo di residenti ma anche di fruitori a vario titolo dei servizi e degli ambiti di carattere storico ivi collocati [...] Le attività dovranno essere mirate a ridare al nucleo antico il suo originario significato di centralità nella vita cittadina, dato che ad oggi risulta essere marginale, per le sue condizioni di abbandono e per la mancanza di funzioni ad esso associate.  [...] Perseguire strategie di intervento finalizzate ad affrontare il problema legato al degrado edilizio e al disagio abitativo che caratterizzano prioritariamente il nucleo antico della città e le aree ad esse immediatamente adiacenti [...] I servizi presenti risultano allo stato insufficienti, al di fuori di “griglie” relazionali, e comportano la dipendenza del contesto dagli altri quartieri urbani, in un rapporto di tipo “passivo”, non sussistendo interscambio funzionale e relazionale con le aree adiacenti. Si riconosce, inoltre, un diffuso degrado di tipo fisico, strutturale, funzionale, ambientale, sociale ed economico.

Quanto alle condizioni conservative e di degrado, il nucleo antico in alcune sue parti, soprattutto nella parte più antica, risulta caratterizzato da un degrado edilizio ed ambientale distribuito “a macchia di leopardo”. In generale esso risulta carente di spazi pubblici attrezzati e di servizi in genere, di parcheggi a servizio della residenza. Si registrano al suo interno alcuni caratteri della marginalità urbana, non sussistendo adeguato interscambio funzionale e relazionale con le aree adiacenti. Ciò sostanzialmente avviene per il diffuso degrado presente di tipo fisico, strutturale, ambientale, sociale ed economico, fattore che risulta essere incompatibile con un’area urbana, come quella del centro storico di Modugno, ricca di contenuti storici ed emergenze architettoniche tanto significative.

La tipologia presente nell’aggregato viene utilizzata in prevalenza ad uso abitativo, ma in forma sottodimensionata rispetto alle potenzialità del contesto. In taluni casi gli alloggi presentano, inoltre, situazioni igienico-sanitarie insufficienti e con un livello di attività abitative tali da generare anomalie e conseguenze sociali del tutto negative. Sono discretamente distribuite attività economiche ai piani terra degli edifici, ma tali destinazioni, unitamente ad una scarsa utilizzazione ad uso residenziale dei piani superiori degli edifici, rendono l’area poco frequentata nelle ore serali e notturne, incrementando il livello di insicurezza locale: nel nucleo antico ci si trova in presenza di un tessuto urbano centrale, ma in un certo senso marginalizzato.

Complessivamente, dall’analisi dell’ambito di intervento e del contesto specifico individuato, si sono osservati: 1. Problemi di degrado urbanistico: il contesto si caratterizza per la insufficienza di aree destinate alla vita pubblica e/o economica. Le aree verdi si presentano spesso in condizioni di abbandono. Le piste ciclabili risultano essere totalmente assenti, i percorsi pedonali non sempre accessibili a tutta la collettività, presentando spesso barriere architettoniche di difficile superamento. Le aree a parcheggio non sono adeguate e dunque ne consegue una scarsa razionalizzazione del traffico urbano. 2. Problemi sociali ed occupazionali: la scarsa propensione alla creazione di nuove opportunità di lavoro produce riflessi negativi sui redditi dei cittadini, con un aumento delle condizioni di povertà e di marginalità della componente giovanile, contribuendo ad aggravare una situazione socio economica locale che risente del carattere di monofunzionalità del contesto. 3. Scarsa appetibilità dell’area per le destinazioni previste dal settore terziario, in mancanza di un razionale sistema delle aree pubbliche, dei percorsi pedonali a discapito delle aree carrabili, di un funzionale sistema di urbanizzazioni primarie ed impianti a rete, di una condizione precaria degli edifici presenti, spesso bisognevoli di interventi di restauro architettonico, soprattutto per quanto concerne le facciate degli edifici sia residenziali che pubblici, ovvero di ristrutturazione edilizia.

Firmato: vecchie glorie del passato

Trilogia dei Coltelli

Al principio era l’incubo

[prima puntata]

Un fracasso nel cuore della notte. Il precipitarsi di tutti gli spaventi del mondo nei cuori nostri che impazzivano.

Ci fiondammo nella camera dilaniata da un grido prolungato che noialtri non avevamo mai sentito prima a Manuel. La sua vociona s’era squarciata in un pianto urlato disperatamente.

Lungo istanti che sembravano un’eternità non riuscivamo a placarlo, a strapparlo da un sogno che non voleva dissolversi. In preda all’agitazione stavamo tutti a dirgli Manuel, Manuel! Calmati, non è niente, stai buono. Poi di colpo, aprendo gli occhi, smise. Ansimava. Vidi bene nelle contrazioni delle mascelle, nell’imprimersi sul volto di una smorfia di severità, un immediato sforzo di concentrazione per riprendere il suo abituale contegno. Quindi fu lui, in un ribaltamento improvviso, a rincuorarci, invitandoci a sua volta alla calma.

“Non è niente. Eh, non è niente. Un brutto sogno.”

“Mocc’atte, Nino” fece Dario, massiccio di carne scosso dal panico. “I ladri hai sognato?”

La mole fraterna di uno e ottantasei non cessava di tremare come un fringuello. Nino stava già sorridendo per rassicurarlo che non era niente di che. Dal suo letto si era sollevato puntando i palmi delle mani sul materasso. Pensai al significato di quell’accenno di risata. Pensai che Manuel dicesse tra sé “i ladri, magari i ladri …”. Come dire che quell’incubo era stata una faccenda troppo più seria e brutta per essere raccontata al giovane Dario.

“Fai bere un po’ d’acqua a tuo fratello,” disse mamma che seduta sulla sponda del letto scostava un nerissimo ciuffo di capelli dalla fronte sudata di Manuel.

“Andiamo.” Spinsi il fratellone piccolo fuori dalla stanza.

Cosa aveva sognato Manuel quella notte?

Il ritrovamento di papà. Penzolante in una tromba delle scale.

Qualcuno lo aveva scortato sul posto e, aperto il portone, Manuel si era lanciato su per le scale in un’arrampicata furiosa fino a quando non era giunto all’altezza del corpo e lì, sporgendosi pericolosamente oltre il corrimano, aveva abbracciato le cosce di papà. Le spingeva in su. Forsennatamente su su, al punto che si erano dovuti mettere in quattro o cinque per farlo smettere in quest’azione ormai inutile e folle e per staccarlo dal corpo di papà, mentre lui gridava a squarciagola e veniva portato via.

Lo raccontò a mamma il mattino successivo, davanti alla tazza di caffè bollente delle sette meno un quarto mentre finiva di buttare giù due ottimini integrali. Poco prima rima di uscire per la sessione di corsa mattutina.


festa della mamma

Da “Passaggi”

minimi sistemi

Mio padre era veloce

Il malo vento soffia tre volte per le contrade, campestri e urbane, già duramente battute - nel senso proprio dell’essere lavorate a caldo - dalla canicola. Tre onde d’urto terrificanti scuotono abitazioni a svariati chilometri di distanza. Un torcione di fuoco, fumo e cenere si alza e diviene in pochi istanti un ciclope grigionero che ogni cosa sovrasta e tutti gli uomini atterrisce.

Se non esistesse nella memoria modugnese il 1959, uno penserebbe: “Ecco l’IS, prima o poi anche in Italia doveva arrivare. Un attentato proprio a Modugno”.

Invece è il 1959 che ti ancora alla realtà e ti inchioda all’identità. Già perché la Modugno disgregata, sfilacciata, dispersa, con cui spesso in molti si sono trovati a fare affannosi conti, si accende all’improvviso, per ritrovare se stessa e una specie di tragica unità, nel trauma che salda il 2015 al 1959. Un trauma che ti costringe un minimo a ricordare da dove vieni, quali eventi hanno segnato una storia condivisa, quanta roba in mezzo a queste due date non è servita, non serve. Quante illusioni e vanaglorie, tese come corde inutilmente coriacee tra due anni zero, ci hanno nel frattempo lesionato nel profondo.

Tanti modugnesi raccontano del 1959. Quando mio padre era veloce.

Con la calura che da un mese a questa parte incrudelisce, perseguita e sfinisce, rimpiccioliscono a vista d’occhio gli indumenti sulla pelle degli uomini. Per ogni giorno in più da passare in questa fornace c’è per strada un uomo in meno che sopporta i pantaloni, una donna in meno il vestitino. Così, calzoni e camicie lasciano spazio a pantaloncini e canotte, le scarpe ai sandali, alle infradito, i calzini al piede nudo e basta. A vederli così, sempre più svestiti, con la poca stoffa rimasta addosso quasi solo per coprire le parti vergognose, questi uomini e queste donne, e i ragazzini già a torso nudo, potrebbero sembrare gli stessi del 1959, nulla di moderno, sempre gli stessi stracci addosso. Perché un’estate feroce, che si svolge in costanza di caldo africano, può piallare le epoche, azzerare il tempo, offrire squarci visivi eternamente uguali. Arcaici. Quando non scomodano l’ancestralità, è questo il termine, variamente adattato, con cui si scapricciano i media, per la specifica bisogna e per quando vogliono commentare cose oscuramente e tragicamente legate al meridione d’Italia. Meno poetico ma forse più calzante, e anzi più impietosamente esatto, lo Svimez che in questi stessi giorni, col suo rapporto, restituisce un Sud “a rischio di sottosviluppo permanente”.

La collinetta, un’ondulazione lievissima, è la stessa del 1959, quella che sorge su una sponda della lama piccola, in contrada Balsignano. Poco più giù un casale fortificato resiste sin dall’alto medioevo ed è intanto diventato pregevolissimo sito di interesse culturale. Ma sai che per trovare distruzione e morte, oggi come nel 1959, devi percorrere il curvone tracciato nella depressione del terreno, risalire per altri centocinquanta metri e, prima di arrivare al casale, buttarti in mezzo agli ulivi , là dove se ne sta infrattata la stessa fabbrica dei botti che saltò in aria cinquantasei anni fa, stesso disastro, stesso nome in ditta, insomma, ahiloro, ahinoi, stessa famiglia. Più una manciata di operai spazzati via mentre lavoravano per incendiare di fragorose cattedrali di luce i cieli notturni nelle feste di paese.

Così gli “arcaici” si riversano in strada e imboccano la provinciale Modugno-Bitritto immersa nella campagna ribollente. Lo fanno a piedi, di corsa, in bicicletta, sui motorini, in direzione polveriera ‘Bruscella’, incontro ad altri scoppi che, benché minori, alimentano il terrore che non tutto abbia finito di esplodere e, quindi, chissà cos’altro può accadere, quale apocalisse può ancora venire giù. Dopo il boato, il martellare compatto delle cicale è lacerato dai suoni delle sirene dei primi sfreccianti mezzi di soccorso.

Sbucando dal curvone sei investito da ventate di zolfo e volteggi di cenere. Sei entrato nel nocciolo rovente di un luglio interminabile. Parte ancora qualche razzo che rilascia fontane di colore nella nube di fumo. Sei nel cortocircuito di sessant’anni di storia, nel big bang di questo paese, nel nucleo fondante di un orizzonte mitico e luttuoso.

Quel ragazzino era sempre di corsa, sempre a far mulinare i garretti, per cose che neanche presentavano un motivo per farle così di corsa. Non camminava mai, correva solo. E quella velocità prometteva bene. Già trottava per chissà cosa nella strada polverosa quando arrivò la tremenda rombata che lo dirottò all’istante in direzione della polveriera. Correndo veloce veloce nei suoi braghini, fu tra i primi ad arrivare.

Quel che videro i suoi occhi di pischelletto, corpi carbonizzati tirati via dalle macerie, me lo ha raccontato dopo, quando sono arrivato io ad essere pischelletto e insieme s’andava a correre nelle strade di campagna passando proprio davanti alla fabbrica dei fuochi.

Alcuni suoi amici ricordano ancora oggi di quanto corresse veloce. Uno dei ragazzetti più veloci di Modugno. C’è chi dice di non averlo mai visto camminare, solo correre. E prometteva pure bene.

Ecco, tanti modugnesi raccontano dell’esplosione del 1959 . Mio padre era tra quelli.

Alla triste conta fanno dieci morti oggi, sette quella volta.

Le notizie:

  • Il 24 luglio 2015, intorno alle 12.30, esplode nella campagna modugnese la fabbrica di fuochi pirotecnici ‘Bruscella Fireworks’, causando la morte di dieci persone. L’azienda, fondata nel 1890, fu completamente distrutta in un disastro analogo nel 1959. Ricostruita, ha illustrato la città di Modugno, crescendo nel tempo fino a divenire, nel settore, un’eccellenza riconosciuta all’estero e pluripremiata in Italia.
  • Mio padre, Sacco Emanuele, è scomparso lo scorso 8 aprile in circostanze tragiche. Prima che ad altri, ancora non saprei dire a me stesso come sia morto mio padre. Fu campione di corsa campestre e operaio OM. Mondi di cui quasi non resta più traccia.

Signore e signori, eccovi raccontato uno scorcio dell’orribile 2015, l’anno di tregenda in cui i bellissimi giochi pirotecnici si mutarono in fuochi fatui nelle notti del camposanto.

funghi patogeni

Tutta la mia artiglieria pesante

Fu così

che misi quella sua giacca blu. per le serate più fresche che vennero dopo l’otto aprile.

per cartucciera il suo borsello a tracolla.

la sua graziella come veicolo tattico leggero.

acquattata nelle mie fondine una forza inimmaginabile.

e scesi nella via. flagello contro tutta la mia pigrizia.

in assenza di gravità, sgovernato per qualcuno, mi ostinai a meritarmi il suo supplizio.

finii il lavoro.

poi infilai le sue ciabatte e me ne stetti un poco in casa. senza troppo riposare però. con tutto un dolore ottuso a ripassarti. a essiccarti.

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La zolla /2

Lasciavelo lavorare

Così, nella torpida contrada, il ladro chiese coram populo che si smettesse di parlare dei furti in appartamento. Tutto quel berciare gli impediva di concentrarsi sul futuro programma del su’ lavoro. E ancora una volta nessuno s’allarmò. Nell’idea di città c’era il viver bene tra gli appartamenti a soqquadro.

Risultati immagini per giucas casella

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La zolla /1

Innalziamo peana all’unico vero prodotto tipico modugnese, un legume “da rilanciare ottenendo certificazioni di prodotto autoctono di qualità”. È ora di valorizzare la produzione locale, rilanciare la filiera corta, riscoprire il kilometro zero. Oscurato da una livida, orrenda parentesi di libertà, vilipeso financo dalla legalità costituzionale, è finalmente giunta l’ora in cui si può riaffermare il supremo valore del CECE IN BOCCA.

[Harry Potter e la camera dei segreti]


le torsioni dell'anaconda

La gabbanella

(…) aveva destato la mia attenzione per il suo greve odore; già aveva avuto il tempo di riscaldarmisi addosso e mandava un puzzo sempre più forte dii medicine, di impiastri e, come mi pareva, di non so qual putridume, il che non faceva meraviglia, dato che da tempo immemorabile non abbandonava le spalle dei malati. Forse la sua fodera di tela sul dorso era stata qualche volta lavata, ma di sicuro non lo so. In cambio questa fodera era presentemente imbevuta di ogni possibile sgradito umore, di fomente, di acqua scolata dai vescicanti incisi, e via dicendo. Inoltre nelle corsie dei detenuti ne comparivano molto spesso di quelli puniti con le verghe, col dorso tutto piagato; venivano curati con fomente, e perciò la gabbanella, indossata direttamente sulla camicia bagnata, non poteva assolutamente non deteriorarsi: a tal punto ogni cosa vi si depositava sopra. E durante tutto il tempo passato da me nel reclusorio, in tutti quei vari anni, appena mi accadeva di andare all’infermeria (e ci andavo piuttosto spesso), indossavo ogni volta la gabbanella con timorosa diffidenza. In particolar modo poi non mi piacevano i pidocchi, grandi e notevolmente grassi, che a volte si incontravano in quelle gabbanelle. I detenuti li giustiziavano con voluttà, tanto che, quando sotto la spessa e sformata unghia del detenuto si udiva lo schiocco della bestia giustiziata, perfin dal viso del cacciatore si poteva giudicare del grado di piacere da lui provato.

F. M. Dostoevskij

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Kolossal Primarie in Puglia: gazebo anche nel presepe di nonno Vito

Esperimento ultraacrobatico di democrazia planetaria, anzi interplanetaria e se possibile interstellar.

“Protagonista del tuo futuro”???

Macché, vogliamo rovinarci: sii protagonista del tuo cunicolo spazio-temporale!!!! OGGI è POSSIBILE! Grazie ai nostri seggi allocati in ogni dove.

L’allarme degli esperti: “La ragione di tutto questo? È evidente: siamo all’ultimo fumoso ma spettacolarmente pirotecnico gran ballo della democrazia prima di farla collassare definitivamente nel wormhole pugliese”.

Per le primarie regionali pugliesi, che si terranno domani 30 novembre 2014, hanno disseminato gazebo e postazioni di voto ovunque nel mondo materiale (per esempio in Emilia Romagna) e immateriale, si dice per facilitare il compito a minorenni, “fuorisede”, cittadini di altri paesi UE dotati di documenti di riconoscimento, cittadini di altri paesi UE non dotati di documenti di riconoscimento ma pettinati con la riga a destra, cittadini di altri continenti dotati di “sincero spirito democratico”, apolidi dotati di nulla che sappiano però fare la o col bicchiere, autoctoni che non sappiano fare la o col bicchiere, migranti muniti di normografo, cinesi purché si presentino in massa, reclusi che abbiano fatto sapere di non volerne sapere di correggere la loro condotta, pregiudicati non collaboratori che abbiano però ottenuto programma protezione e vivano sotto altra identità in un paese sconosciuto, famiglie di Casal di Principe che abbiano ritirato la loro indignazione per i libri di Saviano, solari votoscambisti senza remore valoriali, longoidi da cassarmonica, protolongoidi che abbiano mentito senza fallo sulla cessione di un’area al comune, longolonghiani che abbiano abusato del termine “benefattore”, longolongoidi che redarguiscono il prossimo per aver tirato la corda, longolonghissimi che per quindici anni si siano ben guardati dal tirare la corda, longhiani da contrizione per “esserci andati a mettere nei guai con le nostre stesse mani”, pierini del rinnovareinsieme ma anche il sottoinsieme, marioloidi da corriera, lacalamità naturale adesso a modugno, bramini bellicapelli, matahari biancovestite, occhicerulei, automuniti bella presenza, lingue straniere inglese eccellente - francese ottimo - fluente sine e none; no perditempo .

Dunque, domani, come ti giri e ti volti, trovi un banchetto per apporre la crocetta su uno dei candidati alle primarie pugliesi a condizione che smolli due eurini o, in alternativa, un vassoio di cannoli, no dolcettoscherzetto, sì sparabiscotti Tescoma. Urne ovunque, dal circoletto di un problematico quartiere di periferia all’ovile di strada sulla mulattiera, dai corridoi di Asclepios alla fossa bradanica, fino in Emilia per votare Emiliano, e rinculare a Minervino se opti per Minervini. Vuoi votare Stefàno? Ebbene, in questo caso, dopo lo strappo all’inguine di Vendola (“stop primarie” dixit), se proprio ci tieni te lo voti sulle langhe dai giorni che vanno da Natale a Santo Stefano in quel di Santo Stefano Belbo.

E ancora: gazebo transfrontalieri, gazebo nel presepe di nonno Vito, gazebo nel Massachussets e nel Nevada,

a Machu Picchu, nel Corno d’Africa, sul Tropico del Cancro, da qualche parte nella troposfera, sulla stazione spaziale internazionale, in nuovi sistemi solari per assicurarsi il voto di “loro”, ovveromente di eventuali altre “entità”. Sono di centrosinistra? Non sono di centrosinistra? Pare che gli organizzatori abbiano risposto: “porsi oggi un quesito del genere, noi crediamo, noi che ci mettiamo la faccia, sia tipico di personalità paranoiche soggette a deliri onanistici. Bisogna accettare l’idea dell’altrove e la necessità dell’aprirsi a nuove realtà, a questo noi ci sentiamo chiamati, al dovere, cioè, di esplorare le potenzialità del centrosinistra anche nel centrodestra, nella troposfera e nel presepe di nonno Vito”.

Auguri.

letteraria

Totalitarismi messi in saga

Un romanzo-studio che, magari senza volerlo, spiega col materialismo le disfunzioni del mondo in cui viviamo. L’esito? Prendersi la parola e non delegarla, soprattutto se è alle viste chi la usa per omologare/annientare l’individuo.
Noi siamo pronti a investire. Viviamo quest’epoca. È solo legge di mercato.

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