Nicola Sacco

le torsioni dell'anaconda

Via Gràl /33

[...] sontuosamente digerite sarebbero state da monumentalizzare come capi d’opera della gastronomia di levante; specializzate nelle recchietiedde alla sangiuannine o con cime di rape e acciuga soffritta in un filofilo d’olio, superperite nel calzone di cipolla e nelle olive nere soffritte. Tutto questo anche quando non conoscevano poi così bene la persona scomparsa. Loro erano lì, negli interni costernati di tutto un paese. Esserci era la loro missione. Spizzicare le olive il loro piacere. Le olive, in calce o in acqua, che loro portavano nelle case dei familiari affranti e di cui andavano talmente golose da tenerne sempre una scorta per sé, in un sacchetto di plastica trasparente che si portavano sempre dietro, nascosto e immanente nelle loro imponderabili sfoglie di vesti. Beatrice e Innocenza erano lì che surchiavano drupe, come a voler cavare qualcosa anche dal nuzzo, con sorprendente presenzialismo - sorprendente non per il loro protagonismo, ormai famigerato, ma per la resistenza alla fatica – portato fino in fondo, cioè fino all’ultimo momento utile di permanenza negli interni costernati di tutto un paese, con uno sfruttamento intensivo del tempo di durata del conzo allo scopo di osservare bene le facce dei parenti del fresco dipartito e ascoltare gli altri parlare, ricordare e commentare prestando a tutto ciò la massima attenzione. Frugavano e rovistavano cogli occhi le pene di questi altri finché non avevano raccolto finalmente gli elementi utili a soddisfare la loro curiosità intrisa di malignità, arricchendo ogni volta un già formidabile campionario di aneddoti, risvolti e sfumature riguardanti i vari intimi e vissuti privati. Sovente commentavano le rivelazioni, gli scoop e i retroscena di cui venivano a conoscenza con un “meh, e basta!”, una interiezione che nel loro linguaggio non aveva nulla di impositivo o di proibitivo ma anzi, voleva significare: caspiterina, accidenti, minchia e porcazozza!. Un’espressione che sapeva molto di finta partecipazione alle ambasce del mondo e che voleva dissimulare invece la loro avidità di informazioni su accadimenti, situazioni, cose e persone che pure non le dovevano riguardare ma che le servivano certamente a una rielaborazione in chiave maldicente delle storie di paese. Innocenza, in special modo, gongolava come non mai allora. E

[... continua]

Senza categoria

Via Gràl /32

di cinta. E il muro di cinta, pur avendo una falla che metteva in comunicazione i due quartieri della cittadella, il popolare e l’esclusivo, come vasi e sottovasi comunicanti, morti e sottomorti dei due regni del sonno eterno; ebbene, pur patendo la breccia, sempre muro era, una barriera che segnava chiaramente il punto oltre il quale nessuna ‘a livella ci poteva conforto.

Un contrito vittimismo allora prendeva a sagomare la tela del volto di tela di Innocenza, per abbandonarla solo dopo qualche giorno, quando c’era da fare largo a un petroso cinismo, sulla tela del volto di Innocenza. Raramente invece riusciva a scavarsi il proprio corso un sorriso aperto e franco sul paesaggio desolato del volto di Innocenza, quello che sfolgorava di una luce affilatissima: doveva essere l’agghiacciante pensiero ovvero la speranza di poter dare ai figli più degna sepoltura di quella toccata in sorte al suo povero marito. Ecco, questo era ciò che aveva il potere di snodare un sorriso tra le mutevoli dune del volto di Innocenza e allora il sollievo diventava un ruscellare prima sinuoso tra i muscoli facciali subito seguito da un gorgoglio di luce metallica: rostri, roncigli, uncini, arpioni, rampini, perni che sventagliavano lampi di tenebrosa, magnificente luce. Il volto cessava di essere tela per farsi spigoloso, puntuto, ferramentoso. A figura intera, vista a una certa distanza, pareva tutta una macchinosa mandibola, sinistramente somigliante alla più grande scavatrice che adesso lavorava ostinata a pochi metri da lei. Una mandibola in caccia del tegumento in cui scavare il proprio varco.

Diversamente dai suoi figli aveva il suo bel giro di amicizie. C’era per esempio la vicina di casa, Beatrice, sua coetanea. Andavano insieme a messa la domenica pomeriggio, insieme ai funerali e insieme ai cuenzi, conzi o consòli, i banchetti mangerecci che ai funerali fanno implacabile seguito come prosecuzione del lutto con altri mezzi. Soprattutto questi erano i momenti dove le due amiche si esaltavano in abnegazione, straordinariamente solerti nel tributo delle loro vivande, con un’inondazione di derrate alimentari, vere leccornie preparate nelle rispettive cucine, che se non fossero state consumate e

[... continua]

le torsioni dell'anaconda

Via Gràl /31

1999

  1. Innocenza e beatitudine

Se ghignava di soddisfazione, per qualche istante non si sarebbe detto che sorrideva ma piuttosto che ninnasse un suo ronciglio nell’arcata dentaria superiore, e che da questo ferro, sempre in quel brevissimo fotogramma che rivelava un cenno di sorriso, saettasse una magnifica lama di luce.

Ogni giorno Innocenza, munita di un mazzetto di semprevivi, riseppelliva suo marito. Nel cimitero, sostenendosi su anche pesanti, le si rinnovava l’onta di avere suo marito sotto terra e non nell’agognato alloggiamento; sperimentava il quotidiano orrore del congiunto assegnato alla serie B dell’estrema dimora, intesa come zona di second’ordine, coriacea ricoveramorti, propaggine degradata del più vasto e legittimo camposanto.

Nel mese di gennaio, quando i Balcani ancora, e con insistenza, venivano chiamati in causa per chiarire a chi fosse da mettere in conto quell’implacabile soffio di gelo che spazzava le plaghe del versante adriatico, Innocenza, rinserrata nel cappottaccio spigato, senza certo aver rinunciato a indossare i suoi manicotti pelosi, ossia le sue tibie superiori, con le sue lenti fotocromatiche a goccia, si era ritrovata più d’una volta a raccogliersi davanti a suo marito Benedetto, a pregarlo e salutarlo, affiancata da una scavatrice pronta a smuovere la dura terra per fare spazio ai nuovi morti. Una terra che con i defunti e con il marmo s’induriva anche di più, richiudendosi e rapprendendosi intorno a cofani e poveri resti umani. Un’area teoricamente a verde veniva calcificandosi nella densità crescente di torve erezioni di lapidi, sicché smarriva sempre più il senso di chiamarsi camposanto mentre quell’altra sezione il senso lo accresceva, securizzata nel proprio muro

le torsioni dell'anaconda

Via Gràl /30

[...] “Sì ma … vedi, non riesco a scaldarmi.” Si strofinava le mani e ci soffiava sopra.

“Tempo al tempo” sentenziò Corrado.

“E poi c’è quest’altra cosa: che mi si spacca la pelle sul dorso delle mani. Si aprono taglietti sulle nocche, guarda qua, guarda. Tutte arrossate le mani.”

“Sono alterazioni cutanee. Però devo riconoscere che non saprei davvero a cosa imputarle, visto che qui sei tu stesso a far sì che la temperatura interna sia sempre adeguata ai mutamenti climatici.”

“Non sei sincero.”

“A ben considerare propenderei per problemi di circolazione.”

“È possibile. Non sono altro che un vecchio.”

“Devi assumere polivitaminici.”

“Stammi bene … Non ne prendo medicine. Mai prese, non comincerò adesso per due geloni delle mie rotaie.”

“Può anche essere un fenomeno dovuto ad escursioni troppo violente dell’organismo tra una bassa e un’alta temperatura ambientale. Quando vieni dall’esterno e fai per igienizzarti le mani devi porre attenzione a non infilarle direttamente sotto l’acqua bollente. Devi miscelare, dosare meglio.”

“Figliuolo”, un’ombra di irritazione stava per scardinare il volto del vecchio, “a parte che dovresti sapere che io non provengo da nessun esterno, che nasco e muoio qui dentro, io … ecco, a parte questo, ma dico io, mi devi proprio stare a menare spiegoni su cose trite e ritrite?”

“E allora …”

“E allora, e allora … secondo me è proprio che c’è qualcosa nell’acqua che non va. Non so, è come un’acqua troppo dura. E rovina le mani. Dovreste far venire qualcuno, fargli dare un’occhiata alle tubazioni.”

Corrado, incurante dell’insofferenza crescente del vecchio e della cortesia che questo non era manco più riuscito a formulare, si prese ancora qualche lunghissimo minuto per dissertare, non richiesto, sulle ragioni della durezza dell’acqua individuabili nella presenza di calcare nelle tubazioni … Ma, ma … poteva anche darsi il caso di un’alta presenza di nitrati nell’autoclave. E divagando atrocemente si mise ad aggiungere che in taluni casi la ragione di un’alta presenza di nitrati nelle falde acquifere, per fare un esempio, era da attribuire addirittura nella presenza di organismi in putrefazione; perché la terra, di per sé, è una combinazione di fosforo, azoto e potassio. Se vengono rilevati nitrati – e qui il pacchetto delle conoscenze di Corrado, piegato all’impellenza delle sue fobie, virava in personalissimo sistema di credenze dove trovavano spiegazione inquietante anche eritemi e dermatiti di poco momento - allora la terra è in pericolo e il pericolo per la terra è la putrescenza. Carcasse.

“Sì sì, va bene”, troncò il vecchio, “ma adesso, prima che te ne vai, non è che mi puoi procurare un paio di guanti di lana?” [... continua]

le torsioni dell'anaconda

Via Gràl /29

[...] “Credo di aver fatto la cosa più giusta, invece.”

“Bah!”, dubitò il vecchio stirandosi le vesti.

Corrado si accoccolò in uno scenario di tratte ferroviarie che potevano e dovevano viaggiare senza alcuna necessità di incrociarsi, in maniera del tutto separata. Anzi avrebbe tratto giovamento da questa situazione: svolgendo i due percorsi tranquillamente indipendenti uno dall’altro la costruzione e la manutenzione del suo diorama ne avrebbe sicuramente beneficiato.

Andò a trafficare dietro la testa del vecchio. Gli sfilò come di consueto la sciarpa rossa che, ripiegata più volte, veniva adoperata come guanciale.

“Senti, ragazzo, dove vai ora?”, si informò quello accennando a rilassarsi nuovamente .

“Esco, faccio un giro in macchina.”

“In cerca di qualche altra coniglia, spero.”

“Ho delle provviste da fare.”

“Sei un chiancone, lo sai questo, no?

“Mi servono delle lime.”

“Lime? Per le unghie? Non mi dire …”

“Devo rastremare.”

“Le unghie?”

“Il fianco interno delle mie rotaie.” Ma pensò anche che fosse arrivata l’ora di una buona manicure. Non gli sarebbe dispiaciuto farsi riaggiustare le mani visto che taglierine e aghi utilizzati per la costruzione degli scambi gliele stavano rovinando.

“Torni presto?”

“Stavo pensando ad un giro largo.”

“Tanto per sprecare benzina.”

“Lo sai, mi ascolto la radio in onde medie mentre guido.”

“Senti, prima di uscire, ti posso chiedere una cortesia?”

“Per servirla”, scherzò un po’ stoltamente Corrado.

“Ho freddo. In questa casa fa freddo.”

“Strano, il riscaldamento l’hai acceso e regolato tu come al solito.” [... continua ...]

le torsioni dell'anaconda

Via Gràl /28

(…) “Puoi lasciarci soli, per cortesia?”, le disse lui.

Vita Maria sgranò gli occhi, schiacciò la sigaretta appena accesa tutta nel posacenere e uscì dalla cucina sfilando davanti a Corrado, continuando a fissarlo con quello sguardo sorpreso e angosciato insieme.

Il vecchio si stava risvegliando.

“Comunque”, disse Corrado, “ho effettuato quella chiamata.”

“Ah-ah, bene. Dimmi, allora.”

“Ho interrotto la comunicazione subito dopo aver inoltrato la chiamata. In una frazione di secondo sono stato assalito da un interrogativo inquietante.”

“Vai avanti.”

“Ho pensato a cosa sarebbe successo se dall’altra parte avessi trovato una persona ben disposta, pronta a una relazione stabile con il sottoscritto.”

“Embè?”, s’irrigidì il vecchio.

“Ho intravisto uno scenario terrificante”, disse Corrado immaginando una inutile, anzi nociva sovrapposizione di percorsi.

“Ma va’.”

“Vero è che nella vita bisogna svoltare, ma io sento fortemente questo pericolo.”

“Scusami, benedetto ragazzo, ma quale pericolo? Non ho mica capito.”

“Quello di dover bussare a denari.” Fece una pausa, come per figurarsi la situazione. “Cosa che mi mortificherebbe alquanto. E farlo con mia madre, poi …”

“Mi stai dicendo che vuoi aspettare ancora?”

“Credo che sia giusto prima professionalizzarsi nella vita e io non ho ancora adempiuto del tutto a quello che considero un precetto essenziale.”

“Precetto preesistente alla famiglia, è vero, Corra’?” disse il vecchio a coglionare.

“Senz’altro preesistente.” Corrado non colse.

“Ti stai buttando via.” (… continua …)

le torsioni dell'anaconda

Via Gràl /27

Giorni dopo il fallito avvicinamento che c’era stato sul lavoro, l’aveva incontrato per strada e Corrado l’aveva informata di volata: “Vado a far provviste”. Invece di fare banalmente la spesa e parimenti banalmente invitare qualcuno a cena, lui parlava di provviste e di desinare. Marcella si rafforzò nella sua chiusura che divenne senza appello, totale.

Corrado incassava i rifiuti di chiamata senza nemmeno immaginarsi che quella chiusura era dovuta allo smorto che si portava in collo né tantomeno al suo parlare avulso. Quel suo parlare era la foce che finalmente si apriva a mare di un siero tossico lasciato colare lungo tutto il corso delle sue controrotaie mentali, passando sulle irregolarità del profilato, aggirando cerniere e problemi di conduzione elettrica. In parte era colpa della stramba consulenza di quel vecchio che gli teneva compagnia, il quale ricavava qualche suo discreto piacere dal puntellare piuttosto che dal corroborare quando non dal contraddire in radice le convinzioni che Corrado si andava formando sulla vita e su come questa dovesse essere agita. Per tutto ciò, quindi, Corrado non ebbe, né mai prima aveva avuto, né mai avrebbe avuto in seguito alcuna percezione dello strano risuonare che le sue parole acquisivano negli orecchi del mondo normale. Parole come desinare, provviste, conseguire un titolo, consorte e quant’altro avevano un potere enorme sulle persone inquadrate o tutte di un pezzo, un potere malefico, tra l’altro a totale scorno di Corrado: il potere della parola che, per il solo fatto d’essere inconsueta e fuor del contesto, fa dubitare dell’igiene mentale di chi la proferisce. Il potere delle parole che mettono paura, che terrorizzano, che inducono chi le ascolta a guardare l’interlocutore di sbieco, con circospezione, sulla difensiva, sempre pronto alla fuga.

Vita Maria stava fumando in piedi mentre guardava La morte in differita nel televisore sul mobiletto in noce quando Corrado entrò nella cucina mentre ancora si sistemava la patta dopo essere stato in bagno.

le torsioni dell'anaconda

Via Gràl /26

(…) gomiti sul tavolo e le dita in procinto di comporre un numero sulla tastiera del cellulare.

“Giusto”, fece il vecchio, “chiama dal tuo cellulare. Non sia mai che poi tua madre venga a farti delle storie per aver chiamato dal fisso. E poi è meglio così comunque.” Un bonario scappellotto sulla testa riccioluta provocò una scrollata di forfora sulle spalle di Corrado. Il vecchio raggiunse la parete opposta a quella della caldaia e fece scorrere la ghiera del termostato fino a che la freccetta non indicò i ventidue gradi. Uscì dalla cucina per non interferire nella conversazione di Corrado e, a maggior discrezione, chiuse silenziosamente la porta dietro di sé. Andò nella stanza del ragazzo e per poco non inciampò nel plastico di una stazioncina dalla quale si dipartivano un paio di binari che però si interrompevano presto, monchi. Sul comodino c’era lo Zingarelli e un segnalibro tra le pagine settecentodue e settecentotre: disingannativo / dislalia. Disingannativo, disingannatore, disinganno. Poi disingranare e subito dopo disinibire: togliere le inibizioni. Un moto di soddisfazione salì dal suo sangue in perenne ebollizione e un sorriso si allentò nella regione tra le gote cave e la mascella vagamente barbuta. Un manto di barba, non uniforme, non troppo cresciuta, lanuginosa misto dura, non tutta bianca. Nell’osservare quelle chiazze di peli sulle guance del vecchio a Corrado sovveniva sempre, per associazione di immagini, la chioma spelacchiata di sua sorella Vita.

Smorto. Odore di sudore smorto. Puzza di smorto. Marcella non avrebbe saputo dirlo diversamente. Il ricorso al gergo di paese le permetteva di rendere meglio l’idea: come ti posso dire, sai, quella cosa di chiuso, di robe accafagnate, quell’accafagnamento …?

Appena arrivò la chiamata di Corrado rincrudirono in lei tutte le sgradevoli sensazioni sperimentate in sala pausa alla Euripoltrone. Dalle corde più interiori insorse un potente sentimento di ripulsa, con il puzzo che le molestava ora le vie respiratorie azionando dentro di lei un dispositivo automatico di rifiuto di chiamata.

Marcella rifiutava le chiamate di Corrado. (… continua …)

le torsioni dell'anaconda

Via Gràl /25

(…) “Tu dici?” Corrado si rigirava il cellulare tra le mani coi gomiti poggiati sulla tovaglia plastificata a motivi di fichi spaccati .

“Assolutamente, ragazzo. È l’ora.” Sorseggiava il caffè spingendo lo sguardo oltre finestra dove avveniva un furore di pini sbattuti dalla prima tramontana d’autunno.

“È giunta l’ora di rifarlo. È questo che vuoi dire?”

“Ragazzo, déstati. Devi riprovarci. Fanno sempre così.” Il vecchio seduto al tavolo della cucina, di fronte a Corrado, aveva dei modi bruschi.

“È abbastanza normale. Ne so molto io, tante ne ho sentite, fidati. Fanno sempre così, è il loro modo per stilare da subito, da uno a dieci, la pagella di quanto si sentono desiderate. E loro vogliono dieci, sicuro e certo che vogliono dieci sulla scala dell’appetenza. Tu, ragazzo, ora come ora sei a nove. Non devi mollare proprio adesso. Valle sotto ancora qualche volta, almeno un’altra, e fai dieci.” Indicò il numero dieci con tutte e due le mani aperte, agitandole e rivolgendo a lui i palmi.

Corrado s’era convinto di doverlo stare a sentire. Un brivido di eccitazione gli si scaricò giù dal collo rameggiando per il resto delle ossa. Ma poteva essere anche il freddo. Le ore di insolazione erano diminuite, il bel tempo del giorno prima si era sfrangiato con la notte e le prime nuvole, e adesso, alle quattro del pomeriggio le ombre si slargavano oleose e buie come le potenze buie. La temperatura si abbassava ora dopo ora.

“Va bene”, fece Corrado rassegnato. “Al massimo conosceremo il disinganno dell’amore.”

“Eeeeh, già all’amore sei arrivato?” Il canuto minimizzò quell’espressione pomposa. Il fatto era invece che Corrado era proprio arrivato al disinganno. Alla D di disinganno

“Muoviti, fai quella telefonata.” Si stirò le vesti sulle gambe per poi alzarsi, diretto alla caldaia. La predispose su inverno. Attraversò la cucina, trascinandosi nei suoi sandali. Dentro i sandali i piedi erano avvolti da calzini bianchi. Passò dietro Corrado che stava curvo, coi (… continua …)

le torsioni dell'anaconda

Via Gràl /24

Si incrociarono qualche altra volta, fugacemente, quando lei doveva lasciare il suo ufficio per richiedere delle carte alla contabilità e, viceversa, quando era Corrado a fare ricorso all’ufficio delle risorse umane per documenti che servivano al suo ufficio contabile. E niente altro più.

4. L’ispido e la carcassa

Con la bella stagione ormai alle spalle la dimora trasaliva in tutte i suoi muri portanti ad ogni gettata di tramontana. Rabbrividiva in ogni suo mattone e trasmetteva inquietudine all’osservatore del quinto piano della palazzina ad angolo: un ragazzo che appostandosi dal pomeriggio alla scrivania presso la finestra, spiando tra le fronde dei pini fino a sera, poteva scorgere di tanto in tanto le sagome dei Germinario nel chiarore dietro i vetri della cucina che gli stava di fronte. Seppure a una certa distanza, credeva di poter sentire l’acciottolio delle stoviglie e il gracchiare di un Amstrad ventotto pollici sintonizzato sempre su una rete locale che trasmetteva quotidianamente, in una lunga striscia pomeridiana, il programma La morte in differita.

Poteva vedere in lontananza le figure di quelle persone sfilare dietro la finestra, a volte affaccendate, altre catatoniche. Spesso erano al telefono: una donna piuttosto anziana dai capelli a tinte fosche, una più giovane ma con una brutta cera. La ragazza aveva sempre una sigaretta tra le dita e appariva piuttosto male in arnese, un po’ discinta e un po’ con pochi capelli. Più raramente ci capitava il ricciolino bruno alla finestra quando anche a lui serviva di telefonare. Dovevano aver collocato il ricevitore proprio sul davanzale interno.

“Ora la devi chiamare”, disse il vecchio mentre si portava la tazzina di caffè fumante alla bocca.

Pross. »