le torsioni dell'anaconda

Via Gràl /23

(…) telefono con qualcuno che conoscesse Corrado per chiedergli informazioni e cercare di capire se questo tipo un po’ da spiaggia fosse normale oppure no.

Marcella era semplice, schietta. Talmente lineare che non poteva far altro che demonizzare tutto quel che non riusciva a spiegarsi e a inquadrare nel proprio ordinamento. Ogni incrinatura, ogni deviazione anche minima dai percorsi da lei preventivamente fissati, ogni oggetto inusuale in cui le capitasse di imbattersi si ricopriva all’istante di una luce sinistra e meritava per questo l’immediata espulsione dal suo ecosistema.

Perché c’erano quelle crepe nelle persone e nelle cose, non in tutte ovviamente, che si aprivano all’improvviso e che, anche se si richiudevano in un baleno, ti avevano comunque dato il tempo di farsi spiare al loro interno. E lo scenario intravisto anche solo per un brevissimo istante lasciava un’impressione così forte da spingere alcuni a reindagarlo con curiosità morbosa, mentre altri, e tra questi Marcella, restavano imbambolati dal terrore per il solo fatto che una dimensione sconosciuta al loro mondo di solito così intellegibile aveva fatto la sua raggelante apparizione. Allora l’unico modo per non lasciarsi sconvolgere la vita era stare lontani dalle anomalie, non incuriosirsene, non bazzicarle.

Ora, Corrado l’aveva invitata a desinare insieme. Talvolta. Col suo assenso, s’intende.

A questo punto Marcella ebbe una specie di rivelazione. Quel modo di esprimersi la colpì come un’illuminazione: il suo assenso Corrado avrebbe potuto ficcarselo dove non poteva sbagliarsi.

Non fu ondivaga; non si comportò come una che voleva fare solo la dolcemente complicata al cazzo. No. Fece di tutto per evitare equivoci di quel genere. Dopo aver ascoltato quella frase, con il desinare, aveva all’istante deciso che tra di loro non avrebbe potuto esserci altro che l’amicizia, e se c’era caso neanche quella. Glielo disse fuori dai denti, chiaro e tondo.

Consumato insieme un ultimo snack, Marcella ci aveva già messo una pietra sopra, decisa a non aver più niente a che fare con Corrado. (… continua)

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Via Gràl /22

(…) arrossire lusingata per un complimento finalmente esplicito da parte di Corrado.

Lui le disse che aveva una bella chiostra di denti, di un eburneo strepitoso, e che gli sarebbe piaciuto godere più volte al giorno di quel sorriso.

Lei aveva chiesto scusa ebu che?

E lui le aveva spiegato ebu che.

Dopo aver trovato il modo di scambiarsi i numeri di telefono, Marcella approfittò di quelle che riteneva parole pur sempre audaci per farsi più vicino e cercare, con finta casualità, un contatto fisico che le mancava da troppo tempo, attenta a non dar nell’occhio agli altri dipendenti che entravano e uscivano dalla sala pausa.

Fu quello il momento in cui ebbe la certezza che quel lezzo che stagnava in sala pausa era fetore di Corrado.

Eppure, a combinare il disastro, di cui Corrado neanche si accorse e rispetto al quale dovette restare per sempre ignaro, non era stato propriamente quel cattivo odore che si levava dai suoi panni e dal suo collo. Bensì quel termine. Quell’espressione sentita da lei subito come incongrua e dissonante: un invito a desinare insieme, talvolta, col suo assenso.

Il sesso era una specie di porto franco nell’esistenza di Marcella, beneficiava cioè di una forma di extraterritorialità nella personale e intransigente giurisdizione che lei applicava nella vita e che si era costruita apposta per non farsi cogliere impreparata in qualunque situazione. Ma una volta individuata la persona di cui potersi fidare, l’attività sessuale anche sfrenata la considerava salutare.

Infatti considerò subito che se fosse finita a letto con Corrado se ne sarebbe pentita senz’altro l’istante dopo aver appagato il suo desiderio. Questo lo seppe bene dalle ultime battute di quell’approccio farraginoso, e non tanto per quell’odore sgradevole che gli aveva riscontrato e di cui avrebbe fatto fatica a liberarsi anche quando avessero finito, poco male per quello, quanto piuttosto perché appena ritrovata la sua solitudine avrebbe avuto bisogno di attaccarsi al (… continua)

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Via Gràl /21

Lui trent’anni, capelli ricci, neri, radi e unti, lunghetti dietro. Un manto di forfora che copriva costantemente le spalle e il collo della giacca. Un naso che sarebbe stato regolare se non fosse stato troppo grosso e fitto di larghi punti neri, pori grassi e capillari rotti. La ragazza bruna, col naso adunco, un occhio più piccolo dell’altro che le sbalestrava l’espressione, un caschetto nero che non le donava sul volto allungato. E il culo sformato.

Si fecero le presentazioni davanti ai bicchieri di plastica semipieni dei liquidi erogati dal distributore automatico.

“Sei una nuova assunta?”, le domandò Corrado.

“Stagista.”

“Che titolo di studio hai conseguito? Economia?”

“No, ingegneria commerciale. Due mesi fa.”

“Ti troverai bene alla Euripoltrone, vedrai. Io sono diplomato in ragioneria. Ti dispiace?”

“E perché dovrebbe dispiacermi?” Marcella scoppiò in una risata poi aggiunse: “Piacere, invece. Dico, piacere, io sono Marcella”. Gli tese la mano con aria spiritosa.

“Perfetto … Marcella … che nome grazioso. Lieto di conoscerti, Corrado.”

3. Marcella Cardascio

Anche se la stretta di mano non era stata delle più vigorose, Corrado a tutta prima le piacque; una di quelle persone a cui avrebbe artigliato i piedi sotto il tavolo, intrecciato gli arti e gli altri organi senza por tempo in mezzo. Ben presto Marcella cominciò ad almanaccare su un eventuale accoppiamento, immaginando che potesse esserci un’intesa sessuale animalesca.

Ma dovettero trascorrere ancora altri giorni, e molte volte dovettero ancora beccarsi in sala pausa, prima che Marcella potesse (…) [continua]

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Via Gràl /20

Bisogna pazientare, per ora i defunti devono capire. E più che a quelli, uno sforzo di comprensione spetta ai loro congiunti. Si muore troppo e il commissariamento del comune in seguito allo scioglimento per infiltrazioni mafiose è un fatto che non agevola la formazione di quegli atti e l’adozione di quei provvedimenti che consentirebbero lo sblocco di ciò di cui ci sarebbe davvero bisogno: l’ampliamento di un cimitero comunale ormai al collasso”.

Solo che il cimitero aveva provveduto a cantierizzarsi da sé e, attraverso l’abbattimento di un pezzo del muro di cinta, era passato ad annettersi parte del fondo di Peppe Lobascio, metalmezzadro una volta serafico, oggi imbestiato. A furia di prendersela con i morti, buttandoli tutti all’aria, convocandoli con comandi brutali e liquidandoli con violenti congedi, Peppe Lobascio aveva finito per diventare un bestemmiatore di prima grandezza.

A causa della C di consorte invece, Corrado aveva maturato quella stessa notte la decisione di comunicarglielo: era in cerca di una persona, di sesso femminile, con cui dividere la sorte.

Lo avrebbe comunicato alla ragazza in cui si imbatteva spesso nella sala pausa della Euripoltrone, azienda capofila del distretto del salotto in cui Corrado lavorava già da anni, sistemato in contabilità grazie all’interessamento di suo zio Felice Sblendorio, orario 8-14 sempre e il resto del pomeriggio tutto per sé. Avrebbe preso coraggio e lo avrebbe fatto. D’altronde se lei veniva a girare la sua bevanda al cioccolato sedendosi sempre al tavolo dove stava lui una ragione doveva pur esserci. Quindi era giusto che lo facesse, che si decidesse a rompere il ghiaccio, che si presentasse finalmente con nome, cognome e credenziali. La sala pausa come la stazione di interscambio che sognava di realizzare per il suo plastico.

Il mattino dopo la nottataccia di Corrado passata a fissare inebetito la C di consorella e di consorte, dunque, erano allo stesso tavolino, queste due enigmatiche carrozze.

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Via Gràl /19

dover sollevare alche la testolina canuta di un vecchietto lì assopito. Scostava quelle capocce per poter sfilare via la sua sciarpa rossa, utilizzata dai dormienti come spessore morbido ad uso cuscino.

Puzza di testa anche sulla sciarpa, dunque. E Corrado aveva smesso di farci caso.

Strutturato regolarista e mai appagato inseguitore di principi articolatori del mondo, del suo mondo, Corrado stava perdendo il sonno per una faccenda di binari e bordini delle locomotive, un’incompatibilità che gli avrebbe quasi certamente causato problemi di circolazione. Per questo aveva preso a leggere il vocabolario. Adesso lo faceva ogni volta che di notte si metteva a letto. Scorrendo le parole una dopo l’altra, col corredo dei loro significati, contava di riuscire a dimenticare almeno momentaneamente i problemi di calcolo e di scala e di scartamento ridotto che lo assillavano e gli impedivano di fare passi avanti nella realizzazione del plastico. Sperava in questo modo di addormentarsi prima e più facilmente.

Mai però avrebbe creduto di passarci l’intera nottata, sul vocabolario, con gli occhi sbarrati sulla C di consorella e, subito dopo, di consorte. Alla lettura della prima di queste due parole aveva immediatamente evocato l’universo delle cappelle di santanna, sandomenico e sannicola, il mondo appunto delle arciconfraternite, così esemplari nell’organizzare la vita di certe estreme dimore che non poté fare a meno, Corrado, di considerarle le artefici proprio di quella efficiente organizzazione che a suo padre Benedetto era, allo stato, penosamente preclusa. Si era cioè imbattuto nella sottolineatura della discriminazione che tanto rancore stava generando dentro al corpo e nella testa di sua madre.

“I posti sono terminati”, diceva tra sé Corrado, ma poi lo riferiva anche al suo anziano amico nonché mentore.

Sono terminati. Manco stesse parlando delle Scottonelle in offerta sui banchi del supermercato.

Lo aveva pure letto sul giornale di paese che ogni tanto gli entrava in casa:

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Via Gràl /18

lasciarla posata a cavallo della spalliera di una sdraio che stazionava in cucina.

Ma di fuori posto in cucina non c’era solo la sciarpa. C’erano maglioni e golfini e scialli che nessuno poi si degnava di rimuovere dal punto in cui erano stati sciattamente abbandonati, spesso a strati sulle sedie. Mantelle aggrovigliate, scialloni asserpolati sul divanetto da due sempre in cucina, lasciati a riposare e a crescere come matasse liberate dal sottovuoto, a fermentare sorbendosi tutte le esalazioni di soffritti e stufati emanate dai fornelli. In più c’era Vita Maria che in cucina, oltre a farsi una caffettiera via l’altra, ci fumava le sue troppe Pall Mall.

La sedia a sdraio era stata la seduta preferita di Benedetto ma da quando lui non c’era più era divenuta senz’altro il trespolo di Innocenza. Ad altezza della testa, la sdraio mostrava una chiazza scura che, col tempo, si definiva sempre meglio. Innocenza vi si assopiva un’ora al mattino, una al pomeriggio, e una a tarda sera davanti alla tv, con la nuca abbandonata sulla spalliera. Ogni volta che lo faceva, quindi, quella zazzera a tinte fosche effettuava il suo rilascio di colore: sudava e trasferiva color ruggine sull’imbottitura della sdraio.

Da lì scaturiva lo stesso tanfo che veniva dal collo, dai panni, dalle maglie intime e dalla sciarpa rossa di Corrado. Era sudore di testa. Puzza di testa. Questo definiva esattamente tutto l’odore che la persona di Corrado si portava appresso. E che lasciava dietro di sé come traccia persistente.

Col tempo, tutti in quella casa avevano finito per fare il naso ai puzzi da cui erano avvolti. L’esterno, il fuori alla luce del sole, le correnti d’aria, gli spazi ventilati … non c’era più niente di tutto questo che riuscisse a disperdere quei puzzi, e neanche a scalfirli, filtrarli, attenuarli.

Se Corrado aveva da uscire, e lo faceva sempre intorno alle tre del pomeriggio, passava da ultimo proprio in cucina dove si ritrovava spesso a sollevare delicatamente, dalla sdraio su cui era posata, la nuca di mamma Innocenza, stordita per diversi quarti d’ora dalle fatiche e dai tepori cucinieri. Da qualche tempo capitava a Corrado di

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Via Gràl /17

una pagnotta per sbattervi dentro una fetta smorta di salamino milano. Neanche un panino sapeva prepararsi da solo, figurarsi la lavatrice.

La lavatrice poteva farla sua sorella Vita Maria.

Questa, una volta, gli sembrò una buona idea.

Lei chiusa nella sua stanza e lui che le dava una voce da dietro l’uscio.

Venne ad aprire la porta, di uno spiraglio appena, quel tanto che bastava a far sapere di quella sua faccia sempre più sbattuta, di quelle occhiaie livide in fondo alle quali due pupille smaniavano ancora giovani.

Per un istante l’attenzione di Corrado fu catturata da uno svolazzo di capelli. Quasi che si fosse scomposto il riporto sul biancore del cuoio capelluto di Vita.

“Devo chiederti una cortesia”, disse dunque.

Vita aspettava che continuasse.

“Me li laveresti tu, anche a mano?” Corrado le stava mostrando un graveolente involto di calzini, mutande e magliettine intime.

Lei gli mostrò un aitante dito medio impennandolo dal pugno chiuso. E in aggiunta gli sbatté fragorosamente la porta sulla faccia.

Restò scettico per un po’ di tempo ma in capo a qualche mese se ne fece una ragione e, soprattutto, il naso. Cosicché non avrebbe più scoperto quel che realmente combinava sua madre. Innocenza metteva sì la biancheria in lavatrice, ma non vi aggiungeva alcun detersivo né, figurarsi, l’ammorbidente. Lasciava i panni a risciacquarsi col programma più breve e niente più. Questo il motivo per cui gli indumenti di Corrado, e quelli di tutti, si erano intrisi nel tempo di un discreto fetore e ora davano di sudiciume consolidato.

Corrado indossava una sciarpa rossa. La metteva a inizio autunno, quando ancora i venti provenienti dai quadranti meridionali incendiano i polmoni e alimentano roghi per le macchie mediterranee, per poi andare avanti con lo straccetto attorno al collo fino a estate inoltrata dell’anno dopo. Quando rincasava poi aveva l’abitudine di

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Via Gràl /16

Corrado era uno che si sforzava di non deragliare, di parlare in modo estremamente corretto e accurato una lingua che però non esisteva nella realtà attorno a lui. E tuttavia non solo diceva “robe” ma chiudeva anche molto la O.

“Quali robe?” Mamma Innocenza si affacciò nella stanza.

“Le maglie intime.”

“E come non te le ho lavate? Stanno tutte belle piegate nel cassetto.”

“Ma quelle hanno un cattivo odore. Ma sei sicura di averle lavate?”

“Ih, e che sono pazza io a metterti la roba piegata e non lavata nel cassetto?”

“Il fatto è che emanano un tanfo. Ma tu imposti il programma quattro?”

“Cristomoi! Uagliò, pensa a campare, che tanfo e tanfo?! Ha fatto il naso fino, il signorino …”, e chiudeva l’argomento, Innocenza, brusca come al solito, incurante delle umiliazioni che poteva infliggere ogni volta che apriva bocca. Un repertorio inesauribile di stroncature micidiali. Un asso nell’azzittire chiunque e soprattutto nel mortificare alla grandissima l’interlocutore che aveva da eccepire qualche cosa, anche minima, del suo operato.

Tuttavia mamma Innocenza lo gabbava bellamente. Per esempio, proprio “le robe” di cui Corrado si lamentava non le lavava. O per meglio dire, da lunga pezza non gliele lavava come avrebbe dovuto.

Corrado all’inizio aveva sentito che qualcosa non andava. Ai tempi in cui un relè mentale ancora gli si eccitava, il puzzo lo avvertiva tutto quando nel cambiarsi si infilava una di quelle magliette intime prese come pulite. Ed era come se quella maglietta di cotone fosse stata zuppa di sudore, asciugata, reintrisa di sudore e riasciugata. Però non era mai arrivato alla conclusione che i lavaggi poteva farseli lui: troppo poco indipendente, troppo audace l’iniziativa per un figlio venuto su nel velluto innocentino, abituato a pendere dalle labbra materne, a farsi servire e riverire, a non saper fare a mezzo neanche

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Via Gràl /15

“Ce cazze te ja responne?”

“Sono più importanti i soldi oppure è più importante il carisma?”

“Ma tu guarda ce cazze de domande … Le solde! È chiaro … Certo devi essere pure tu un poco … come posso dire … che ti devi dare un tono, ecco … ma le terroise …”, Innocenza fece frusciare pollice e indice davanti alla faccia di Corrado, “senza de chisse non se vaje a nescieuna vanne!”

“Mamma, allora secondo te sono più importanti i soldi o l’amore?”

“Ih, allore cusse jè tutte sceme! L’amore non esiste. Dimmi a me chi è quella femmina che vuole stare con uno senza soldi.”

“Allora, mamma, secondo te io sto agendo correttamente?”

“Ciaite staje à doisce?!”

“Dico, faccio bene a preoccuparmi del fatto che sia più importante professionalizzarsi prima di legarsi a una persona, se non altro per creare solide basi, e durature, per la relazione di coppia?”

“Meh, Corra’, vatte à còreche!” Innocenza, per tutta risposta, pensò per un attimo di prendere a calci listelli, seghetti e truciolato, mandando per aria bozze di tracciati e tutto il macchinicchio che non c’entrava nulla col professionalizzarsi che andava millantando il figlio.

Ma intanto il convoglio di Corrado era sistemato, bello che parcheggiato, e senza mezzi termini, nello scalo merci delle merci scadute.

Con tutto che si imponeva fino all’ossesso di essere metodico e ordinato, quando ebbe finito di modellare polistirolo espanso, ché nel suo progetto la riproduzione orografica era uno sgobbo di uno, si rialzò senza curarsi minimamente delle scorie che aveva sparso per tutto il pavimento della sua stanza, e andò ad aprire un cassetto del comò alla ricerca di un indumento pulito da indossare.

“Mamma, ma le rube non me le hai lavate?” disse a voce alta sentendo Innocenza ancora affaccendata in corridoio.

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Via Gràl /14

“Mi permetto di dissentire”, disse Corrado, fino a quel momento tutto intento a tagliuzzare legnetti per le traversine dei suoi binari.

“Tu prenditelo nel culo!”, inveì Vita.

“Guarda che linguaggio”, disse mamma Innocenza. “Ma fuori di casa fai così?”

“Certo che faccio così.”

“Non troverai mai la tua anima gemella”, disse Corrado giusto per arruffianarsi la madre. Poi si chinò di nuovo sull’attività che stava svolgendo. Era praticamente prono poiché il suo piano di lavoro era il pavimento.

“È logico”, asseverò Innocenza. “E guardala … guardala! Sempre più babbiona, con questi vestiti larghi larghi, i capelli che non se li vuole aggiustare, non vuole fare una cura per quei capelli. Con chi deve trattare? E chi mai la vorrebbe trattare?”

“Mamma, guarda che io la cura la sto facendo.”

“Il farmaco non è tutto. Ci deve essere anche la tua reazione proattiva”, sdottoreggiò Corrado senza neanche alzare la testa dal suo bricolage.

“Mi pare che tu non vuoi guarire”, infierì Innocenza. “Mi pare che stai tanto bene così, a fumare e bere caffè, fumare e bere caffè. Sei proprio scorrotta. Ecco quello che ti dico, che sei una scorrotta.”

“Mamma”, le interruppe ancora Corrado, questa volta alzandosi per porre solennemente la sua domanda. “Ma a tuo avviso cos’è più importante, il carisma oppure i soldi?”

“Ma che vai cercando tu altro, adesso?”

Corrado era convinto che per evitare collisioni ci dovesse sempre essere una stazione della conversazione a doppio binario e a medio traffico di domande. Che a quel punto potevano pure essere a bruciapelo.

“Potrebbe non entrarci affatto. Ma solo in via del tutto apparente.”

“Ma che vuoi?”, fece Innocenza spazientita anche con lui.

“Che tu mi risponda.” Corrado attendeva un riscontro dalla madre battendo la taglierina di piatto sul palmo di una mano, evidentemente soddisfatto del gran quesito appena formulato.

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